Filippo Cordova, ministro sabaudo, Colajanni scrive che il 9 dicembre 1863 dichiarava: “Coloro che dovevano essere i restauratori della legge, i promulgatori di libertà, gli educatori nell’alto senso della parola cominciarono coll’alienarsi la simpatia e la fiducia - basi alla necessaria cooperazione delle popolazioni - col governo perché si facesse opera proficua - delle masse che si videro trattate con disprezzo come appartenenti a razza inferiore e conquistata. Il pensiero che era nell’animo della grande maggioranza dei funzionari inetti e disonesti - il rifiuto dell’antico regno di Sardegna, la schiuma dei parvenus e degli imbroglioni, che si gabellarono per patrioti per acchiappare un posto (In Sicilia e in Sardegna si mandano tuttora i funzionari in punizione dei loro errori e delle loro colpe. Si può immaginare perciò quale prestigio vi godono!) - che piovvero in Sicilia fu formulato esplicitamente con soldatesca brutalità dal generale Govone che l’isola solennemente proclamò barbara. La Sicilia venerava Garibaldi; ora dopo due anni che lo aveva accolto come liberatore gli vede data la caccia come a brigante nelle sue terre e lo sa ferito gravemente e trattato come un volgare ribelle ad Aspromonte; la Sicilia credeva che i sentimenti disinteressati di patriottismo e l’aspirazione di Roma capitale costituissero un titolo di onore, ma vede fucilati a Fantina nel 1862 come disertori e malfattori dal colonnello De Villata sette garibaldini, e vede rimosso dall’ufficio il magistrato, che voleva punire il soldato fucilatore. La Sicilia da secoli non era stata sottoposta alla coscrizione militare obbligatoria; e l’odiava. Quando fu fatta la prima leva sotto i Sabaudi, perciò, molti coscritti non risposero all’appello. Il governo con ferocia senza pari da loro la caccia come a belve e ad incivilire i barbari manda ufficiali che assassinano i cittadini soffocandoli col fumo, come i francesi avevano incivilito i barbari della Kabilia, e rimettono in onore la tortura per far parlare i sordomuti, assaltano di notte le città a suono di tromba, le cingono di assedio e le privano dell’acqua!

Antonio Cappello, era sordo-muto dalla nascita. Le autorità militari volendone fare assolutamente un soldato, ritennero che il sordo-mutismo fosse simulato e sottoposto a tortura ... per farlo parlare! Delle 154 bruciature di ferro rovente VOLUTE DIRE REVULSIVI SUPERFICIALI VOLANTI da chi nell’ospedale militare di Palermo ne straziava L’OPERAIO ANTONIO CAPPELLO ostinandosi a non crederlo sordo-muto quando tale sin dalla nascita a tutti era noto duri eterno ricordo. Questa fotografia dal naturale quattro mesi dopo ritratta A testimonio della pertinace immanità dell’atto della coscienza che ne mosse querela e perché il mondo conosca chi nel 1863 erano i BARBARI qui. Palermo 20 maggio 1864.

Laporta, deputato, Colajanni riferisce le sue dichiarazioni nella seduta del 9 dicembre 1893 dove deplorò la impunità dei reali carabinieri, che commettevano reati e nel ricordo della tortura inflitta ad un povero operaio e nel sospettato assassinio del Corrao deve trovarsi la ragione dell’odio che nei dintorni di Palermo divenne generale contro i Reali Carabinieri e che esplose selvaggiamente durante la insurrezione del 1866.

Colajanni 1900: Se l’azione del governo italiano fu tale da rinforzare anziché distrurre - e lo affermò, lo dimostra il Cordova - lo spirito che generò la Mafia, la diffidenza sistemica contro i poteri pubblici; lo stesso governo italiano agì in guisa da favorire direttamente lo sviluppo della Mafia.

Diego Tajani, deputato, Colajanni riferisce le sue dichiarazioni nella seduta del 11 giugno 1875: “Dal 1860 al 1866 fu un continuo offendere abitudini secolari, tradizioni secolari, suscettibilità, anche puntigliose, se vuolsi di popolazioni vivaci, espansive e che erano disposte a ricambiare con un tesoro di affetti un governo, che avesse saputo studiarle e conoscerle … alla Sicilia è stata aperte la via ad ogni maniera di arricchire, se si voglia, ma le si è spianata la via verso la propria corruzione. Le si è imbellettato il viso, lasciate che io lo dica, ma le si è insozzata l’anima! … (Mafiosi vennero assegnati al grado di comandanti delle guardie campestri o della guardia suburbana) “E’ qualche cosa d’incredibile, ma ve lo assicuro sotto la garanzia del mio onore oltre ai documenti. Quasi tutti misfatti che accadevano nelle campagne di Monreale accadevano o colle loro complicità o col loro permesso. … Un funzionario giudiziario ch’era stato quattro anni colà, in un suo rapporto proruppe in questa esclamazione: qui si ruba, si uccide, si grassa; tutto in nome del reale governo. Non passava settimana che non si trovasse un cadavere; si procedeva e la sicurezza pubblica, metteva innanzi all’autorità giudiziaria o l’inerzia assoluto o impedimenti”.

Diego Tajani, seduta del 12 giugno 1875 in Parlamento, Colajanni scrive: “dopo aver svelato tante turpitudini dei funzionari di pubblica sicurezza ed anche dei magistrati conchiuse, “Bisogna persuadersi che in Sicilia quel che manca oggi è un’idea esatta della parola governo. Bisogna ricostruirla di un’aureola imponente, perché se non si comincia da questo, non si farà mai nulla … Noi abbiamo colà: le leggi ordinarie derise, le istituzioni un’ironia, la corruzione dapertutto, il favore la regola, la giustizia l’eccezione, il delitto intronizzato nel luogo della pubblica tutela, i rei fatti giudici, i giudici fatti rei ed una corte di mali interessati fatti arbitri della libertà, dell’onore, della vita dei cittadini. Dio immortale! Che cosa è mai questo se non il caos? Che cosa è mai questo se non il peggiore del mali; l’ANARCHIA DI GOVERNO innanzi alla quale cento briganti di più e cento crimini di più sono un nonnulla e scolorano?”

Colajanni scrive: “Sotto i Borboni a tanto non si era discesi; mancava la libertà; mancava spesso la giustizia; ma nessuno poteva dire che si era arrivati all’anarchia di governo. L’anarchia di governo giustificò il governo Negazione di Dio ; il governo italiano riabilitò la Mafia, che dovevasi distrurre. D’allora in poi non pochi si domandarono se tra i due non fosse meglio accordare la fiducia alla Mafia anziché al governo …. I Consigli Comunali vengono sciolti alla vigilia delle elezioni politiche; si nominano Regi Commissari le persone che assumono l’impegno di sostenere il candidato governativo … Questa scandalosa, mafiosa, ingerenza del governo nelle amministrazioni comunali fu denunziata più volte alla Camera. Un deputato ministeriale, l’on. Ex Ministro Chimirri tentò di negarla ed attenuarla; ma la parola sdegnosa dell’ex ministro Branca lo ridusse al silenzio su tale tirannia esercitata a scopo elettorale sui municipi: “accade questo fatto: che non appena si parla di elezioni, i candidati non si rivolgono agli elettori, ma si rivolgono ai prefetti e rivolgendosi ai prefetti, è chiaro che questi prefetti, per apparire, debbono giovarsi di tutti i mezzi .. (interruzioni-approvazioni). Mi diceva un prefetto a proposito di una provincia, che in essa le elezioni si facevano come si voleva, perché il prefetto poteva mandare tutti i sindaci innanzi al potere giudiziario”, seduta del 2 dicembre 1899. Tante ribalderie e tale sistema di prepotenze e di complicità, crearono e mantengono l’ambiente della Mafia e della Camorra. Le gesta della polizia, dei reali carabinieri, della magistratura al di fuori del campo elettorale completano e aggravano l’opera nefasta di demolizione di ogni criterio morale. I magistrati sono asserviti in modo degradante ai carabinieri ed alla polizia; la constatazione venne fatta più volte in Parlamento … La magistratura è corrotta nei rapporti privati ed è servile sino all’abbiezione verso il governo e verso chi lo rappresenta – sia esso un Prefetto o un semplice birro. I carabinieri prima erano circondati di rispetto e di stima; ma messisi al servizio della politica elettorale in modo sfacciato e violento hanno perduto la fiducia della popolazione, che li considera come temuti nemici. Essi della Mafia hanno adottato i metodi e per combattere gli effetti della Mafia bastonano a sangue e torturano con ordini del Santo Ufficio i detenuti che capitano nelle loro mani. I cittadini bastonati tacciono per timore di peggiori vendette, che compiono spesso con false denunce di oltraggio alla forza pubblica. .. Si può debellare la Mafia coi metodi mafiosi? Si può combatterla servendosi dei mafiosi nei momenti elettorali? Si può restituire nei cittadini colla iniquità sistematica, colla illegalità fatta regola, la fede nella giustizia e nella legge? No. Mille volte no; perciò la mafia del governo ha rigenerato la mafia dei cittadini! Sin dal 1875 Bonfadini onestamente constatava che il governo italiano nulla ha fatto per distruggere la mafia ufficiale, che esisteva sotto i Borboni. Se egli tornasse in vita scriverebbe oggi che il governo italiano tutto ha fatto per consolidarla e renderla onnipotente. ... I privati del Settentrione in quelle regioni hanno trovato soltanto una terra coloniale da sfruttare economicamente e da importarvi funzionari. I governanti vi hanno visto elettori da corrompere e addomesticare, né più né meno come i vincitori del Nord guidarono dopo la Guerra di Secessione i Negri liberati dalla schiavitù del Sud! Ma Siciliani e Meridionali abbandonati a loro stessi avrebbero trovato i rimedi opportuni. Che la Sicilia lasciata a sé stessa avrebbe saputo provvedere e bene ai casi propri lo scrisse in una forma scultoria nel 1875 un uomo d’ordine tra i più eminenti. “La Sicilia lasciata a sé, diceva Sidney Sonnino, troverebbe il rimedio”. Stanno a dimostrarlo molti fatti particolari e ce ne assicurano l’intelligenza e l’energia della sua popolazione, e l’immensa ricchezza delle sue risorse. Una trasformazione sociale accadrebbe necessariamente, sia col prudente concorso della classe agiata, sia per effetto di una violenta rivoluzione.

“MA NOI ITALIANI DELLE ALTRE PROVINCE IMPEDIAMO CHE TUTTO CIO’ AVVENGA,

ABBIAMO LEGALIZZATO L’OPPRESSORE ESISTENTE, ED ASSICURATO L’IMPUNITA’ ALL’OPPRESSORE.”

Nelle società moderne ogni tirannia della legalità è contenuta dal timore di una reazione all’infuori delle vie legali. Or bene, in Sicilia, colle nostre istituzioni modellate spesso sopra un formalismo liberale anziché informate ad un vero spirito di libertà, noi abbiamo fornito un mezzo alla classe opprimente per meglio rivestire di forme legali l’oppressione di fatti che già prima esisteva, coll’accaparrarsi tutti i poteri mediante l’uso e l’abuso della forza che tutta era ed è in mano sua; ed ora le prestiamo mano forte per assicurarla; ché A QUALUNQUE ESSESSO SPINGA LA SUA OPPRESSIONE, noi non permetteremo alcuna specie di reazione illegale, mentre di reazione legale non ve ne può essere poiché la legalità l’ha in mano la classe che domina”. … Quale altra speranza rimaneva ai lavoratori, a coloro sui quali pesava l’oppressione legale ed illegale, una volta sperimentata sanguinosamente l’onnipotenza dell’Italia unita? Una sola: la Mafia! Per combattere e distrurre il regno della Mafia è necessario, è indispensabile che il governo italiano cessi di essere il Re della Mafia! Ma esso ha preso troppo gusto ad esercitare quella sua disonesta e illecita potestà; è troppo esercitato ed indurito nel male. SIAMO PERVENUTI AL PUNTO IN CUI NON SI PUÒ SPERARE NELLA CESSAZIONE DELLA FUNZIONE, CHE COLLA DISTRUZIONE DELL’ORGANO …?

SCIPPO AL SUD

Il Fas, Fondo per le aree sottoutilizzate, un tesoro da oltre 50 miliardi di euro disponibile solo negli ultimi due anni, poteva servire per terminare eterne incompiute come l'autostrada Salerno-Reggio Calabria. Il grande scippo, consumato ai danni delle regioni meridionali con le scorribande sul Fas, ha finanziato misure economiche e opere pubbliche, che niente hanno a che fare con i suoi obiettivi istituzionali, alla soglia della provocazione, come gli sconti di benzina e gasolio concessi agli automobilisti di Valle d'Aosta, Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige. Tra il 2006 e 2007 appaiono una miriade di contributi a progetti che con il Sud hanno poco a che vedere: 180 milioni vanno per esempio al progetto 'Valle del Po'; 268 al ministero dell'Università per i distretti tecnologici; 119 al ministero per le Riforme per l'attuazione di programmi nazionali in materia di società dell'informazione; altri 36 milioni al ministero dell'Ambiente per finanziare tra l'altro il 'Progetto cartografico'. E non è finita: un milione finisce al ministero per le Politiche giovanili e le attività sportive per vaghe attività di assistenza; un altro milione al Consorzio nazionale per la valorizzazione delle risorse e dei prodotti forestali con sede in Frontone nella meridionalissima provincia di Pesaro e Urbino; 4 milioni al completamento dei lavori di ristrutturazione di Villa Raffo a Palermo, sede per le attività di alta formazione europea; 2 milioni alla regione Campania per la realizzazione del museo archeologico nel complesso della Reggia di Quisisana; 20 milioni al Cnipa per l'iniziativa telematica 'competenza in cambio di esperienza: i giovani sanno navigare, gli anziani sanno dove andare'; quasi 4 al ministero degli Esteri per il sostegno delle 'relazioni dei territori regionali con la Cina'. Da conteggiare ci sono pure i trasferimenti di risorse Fas ai vari ministeri e che si sono tradotti tra l'altro in uscite di 25 milioni a favore della Presidenza del Consiglio per coprire le spese della rilevazione informatizzata delle elezioni 2006; 12 per finanziare le attività di ricerca e formazione degli Istituti di studi storici e filosofici di Napoli; 5 milioni al comando dei carabinieri per la tutela ambientale Regione siciliana per interventi di bonifica; 52 per coprire i crediti di imposta di chi utilizza agevolazioni per investimenti in campagne pubblicitarie locali; 106 milioni per l'acquisto di un sistema di telecomunicazione in standard Tetra per le forze di polizia.

A fine 2008 il Fondo si vede sottrarre altri 12 miliardi 963 milioni per finanziare una serie di provvedimenti tra cui quelli che foraggiano aziende viticole siciliane (150 milioni); l'acquisto di velivoli antincendio (altri 150); la viabilità di Sicilia e Calabria (1 miliardo) e la proroga della rottamazione dei frigoriferi (935 milioni); l'emergenza rifiuti in Campania (450); i disavanzi dei comuni di Roma (500) e Catania (140); la copertura degli oneri del servizio sanitario (1 miliardo 309 milioni); le agevolazioni per i terremotati di Umbria e Marche (55 milioni) e perfino la copertura degli oneri per l'assunzione dei ricercatori universitari (63). Un altro taglio da un miliardo e mezzo arriva per una serie di spese tra cui quelle per il G8 in Sardegna (100 milioni) marchiato dagli scandali; per l'alluvione in Piemonte e Valle d'Aosta (50 milioni); la copertura degli oneri del decreto anticrisi 2008 e gli accantonamenti della legge finanziaria; gli interventi per la banda larga e per il finanziamento dell'abolizione dell'Ici (50 milioni), per i trasporti del lago di Garda, i disavanzi delle Ferrovie dello Stato, per pagare le multe delle quote latte degli allevatori settentrionali e la privatizzazione della compagnia di navigazione Tirrenia.

Con il Fondo si assegnano 4 miliardi per finanziare la cassa integrazione e i programmi di formazione per i lavoratori destinatari di ammortizzatori sociali. 9 miliardi vanno a coprire le uscite per il termovalorizzatore di Acerra (355 milioni); un miliardo per il finanziamento del fondo di garanzia per le piccole e medie imprese; 400 milioni per incrementare il fondo 'conti dormienti' destinato all'indennizzo dei risparmiatori vittime delle frodi finanziarie; circa 4 miliardi per il terremoto in Abruzzo; 150 milioni per gli interventi dell'Istituto di sviluppo agroalimentare; 50 milioni per gli interventi nelle zone franche urbane; 100 per interventi di risanamento ambientale; 220 di contributo alla fondazione siciliana Rimed per la ricerca biotecnologica e biomedica. I Fas hanno finito per assumere, secondo la Corte dei Conti, “l'impropria funzione di fondi di riserva diventando uno dei principali strumenti di copertura degli oneri finanziari". Una montagna di denaro che avrebbe dovuto rilanciare l'economia del Sud e colmare i ritardi delle zone sottoutilizzate del Paese, invece di essere attinto per le esigenze più disparate. Secondo una stima de 'L'espresso' però i soldi impropriamente sottratti al Sud solo negli ultimi due anni sono circa 37 miliardi di euro.                                                                                                                                                                                                                                                                   (10 maggio 2010)

“L’Unità d’Italia ha creato il sottosviluppo del Mezzogiorno”

BANCA d’ITALIA, 28 novembre 2010 - di Michele Loglisci e Francesco Schiraldi

A contraddire definitivamente un’ideologia mistificatrice della realtà di episodi, che hanno costretto il Mezzogiorno ad una immeritata situazione d’inferiorità, irrompono con l’autorevolezza,  che gli deriva dalla reputazione di studiosi, il Prof. Stefano Fenoaltea, docente di Economia Applicata all’Università di Tor Vergata (Roma), insieme al collega Carlo Ciccarelli, Dottore di Ricerca in Teoria economica ed Istituzioni nella stessa Università. Nel loro accuratissimo saggio, il cui alto valore scientifico ha meritato per i due economisti l’onore della pubblicazione da parte della Banca d’Italia, gli studiosi dell’Università di Tor Vergata hanno non solo reso manifesto, potremmo dire, ma bensì confermato come all’origine dell’attuale sottosviluppo del Sud ci sia una bugiarda unificazione nazionale. Sin dalle prime pagine del loro lavoro di ricerca, apparso peraltro solo in lingua inglese nei “Quaderni di Storia Economica di Bankitalia”, n. 4, luglio 2010 (domanda: perché non in italiano e con adeguato resoconto pubblico?), Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli affermano così esplicitamente: “L’arretratezza industriale del Sud, evidente già all’inizio della prima guerra mondiale non è un’eredità dell’Italia pre-unitaria» (Through the Magnifying Glass: Provincial Aspects of industrial Growth in Post-Unification Italy, pag.22).

A scrupoloso fondamento del loro studio, corredato da minuziose tabelle statistiche, gli economisti di Tor Vergata prendono in esame i censimenti ufficiali del neonato Stato italiano, precisamente negli anni 1871, 1881, 1901 e 1911. La disponibilità di una notevole massa di dati nazionali e regionali ha offerto l’opportunità a Fenoaltea e Ciccarelli di comprendere a fondo, come sostanzia la loro ricerca, lo sviluppo dell’Italia nei primi decenni dopo l’unificazione. Orbene, il meticoloso lavoro eseguito aggiunge, ai dati già disponibili, un’analisi dei dati disaggregati relativi alla produzione industriale in 69 province tra il 1871 e il 1911, determinando gli studiosi a svelare che: «Il loro esame disaggregato rafforza le principali ipotesi revisioniste suggerite dai dati regionali». Più eloquente di così…e, si sottolinea ancora, qui sono i numeri che parlano esplicitamente! La tabelle pubblicate da Fenoaltea e Ciccarelli mostrano che nel 1871, già trascorsi dieci anni di smantellamento dell’apparato industriale dell’ex Regno delle Due Sicilie, con il ridimensionamento di importanti stabilimenti come le officine metallurgiche di Pietrarsa, a Portici (Napoli) (oltre 1000 addetti prima dell’unificazione ridotti a 100 nel 1875), nonché quelle di Mongiana in Calabria (950 addetti nel 1850 ridotti a poche decine di guardiani nel 1873), nonostante l’opera devastatrice dei presunti liberatori scesi dal Settentrione, l’indice di industrializzazione della Campania era ancora dello 1.01%, con Napoli, nel dato provinciale, all’1.44% e quindi più di Torino che era solo all’1.41%. L’indice di industrializzazione della Sicilia era allo 0.98%, quindi agli stessi livelli del Veneto che era al 0.99%, la Puglia era allo 0.78% con la provincia di Foggia allo 0.82%: molto più di province lombarde come Sondrio, allo 0.56%, e vicinissima ai livelli di industrializzazione dell’Emilia, lo 0.85%. La Calabria era allo 0.69%, con la provincia di Catanzaro allo 0.78% e perciò allo stesso livello di Reggio Emilia e più di Piacenza, che era allo 0.76%, ma anche di Ferrara allo 0.74%.

Il tasso di industrializzazione della Basilicata era allo 0.67%, un indice che per quanto a prima vista basso era comunque più alto di aree liguri come Porto Maurizio che era allo 0.61%. L’Abruzzo era invece allo 0.58%, con L’Aquila a 0.63%.

Detto questo, appare drammatico come, quarant’anni dopo, nel 1911, l’indice di industrializzazione del Piemonte fosse salito all’1.30% mentre quello della Campania era sceso a 0.93%, con Napoli all’1.32%. La Lombardia era arrivata all’1.67%, la Liguria all’1.62%, mentre la Sicilia era crollata allo 0.65%, la Puglia allo 0.62%, la Calabria allo 0.58%, la Basilicata allo 0.51%.

Questo resoconto piuttosto tragico ma fondato su incontrovertibili riscontri scientifici, perché i numeri si possono occultare ma se resi noti non possono certamente ingannare, rende chiaro come la Banca d’Italia, pubblicando il qualificato studio di Stefano Fenoaltea e Carlo Ciccarelli, abbia certificato ufficialmente con la sua autorevolezza come l’arretratezza industriale del Sud non sia un’eredità dell’Italia pre-unitaria ma bensì un sottosviluppo voluto da una unificazione nazionale strumentalizzata in modo scellerato ai danni del Mezzogiorno.

1860  nascita di una colonia

LA COSIDDETTA IMPRESA DEI MILLE - La donchisciottesca spedizione di Garibaldi e dei suoi Mille, come la definisce Mack Smith in Cavour e Garibaldi nel 1860, venne finanziata dal governo inglese con una cassa di piastre d'oro turche (moneta franca nel Mediterraneo del tempo) pari a molti milioni degli attuali dollari. Le navi militari inglesi, "casualmente" alla fonda in Marsala, con uno stratagemma protessero lo sbarco dei "Mille". Tempo dopo, il cassiere della spedizione, Ippolito Nievo, e i registri contabili, vennero fatti sparire nel nulla. Papato e controbilanciare l'egemonia francese sul Mediterraneo. L'occasione gli venne offerta dalla crisi siciliana (l'Isola era in rivolta per l'autonomia da Napoli). Dietro "l'impresa" emerge il disegno della Massoneria, e Londra è da sempre l'Alma Mater di tutte le Logge. Tutti massoni ovviamente: Garibaldi, Cavour ecc. E il povero Nievo fece la stessa "fine" di Calvi e delle carte scottanti del "Banco Ambrosiano", seppur con un Papato a ruoli invertiti.

ANNESSIONE COLONIALE - L'atto di annessione dell'Isola allo Stato di Vittorio Emanuele II, nel 1860, come dimostra anche il Mack Smith, non fu chiara e libera manifestazione plebiscitaria della volontà dei Siciliani, ma un vero e proprio atto di forza.

Garibaldi confessa a varie riprese che il popolo fu sempre assente nel "movimento per l'unificazione italiana", quando non fu decisamente contrario. Lo stesso Mazzini, rispondendo con uno scritto alla circolare 15 agosto1860 del ministro Farini, nella quale si rivelava la decisione del governo piemontese per l'annessione, spinse deliberatamente a quell'atto, proprio perché temeva le pesanti riserve dei Siciliani e intendeva tagliar corto alla idea più sana di una Confederazione Italiana, propugnata dal Gioberti e da diversi patrioti siciliani tra il 1848 e il 1860. La stessa relazione del Consiglio Straordinario di Stato-istituito in Sicilia dal prodittatore Mordini con decreto 19 ottobre 1860 e con il quale, ad annessione avvenuta, i rappresentanti del Popolo Siciliano avrebbero dovuto discutere e proporre gli ordinamenti più convenienti alla Sicilia per entrare a far parte dello Stato Italiano- non ebbe mai seguito. Mentre la Luogotenenza -promulgata da Vittorio Emanuele II a Palermo il 1° dicembre1860, in occasione della sua prima visita, ed in base alla quale lo Stato avrebbe avocato a sè soltanto la branca degli Affari esteri e quella della Difesa, lasciando il resto in mano ad amministratori siciliani che avrebbero fatto parte del Consiglio di essa -visse una breve e grama esistenza e fu abolita con un semplice Decreto Reale il 1° febbraio1862.

DIRITTO DI...SACCHEGGIO - Tutto -come ben sappiamo dalla lettura dell'art. 4 del "decreto prodittatoriale 9 ottobre 1860", con il quale si stabilì l'infame sistema di votazione per il plebiscito - si svolse in un'atmosfera di vera e propria sopraffazione della libera

volontà dei Siciliani. I risultati di quel plebiscito registrarono soltanto 667 "no" su 432.720 votanti, con una percentuale che supera il 99,99% dei cosiddetti "si". Lo stesso ministro Eliot, ambasciatore inglese a Napoli, dovette scrivere testualmente nel rapporto al suo Governo che: "Moltissimi vogliono l'autonomia, nessuno l'annessione; ma i pochi che votano sono costretti a votare per questa". E un altro ministro inglese, Lord John Russel, mandò un dispaccio a Londra, così concepito: "I voti del suffragio in questi regni non hanno il minimo valore". Con una buona dose di ipocrisia.

BOTTINO DI GUERRA - Entrata così a far parte del Regno d'Italia, la Sicilia, nel giro di pochi anni si vide spogliata dell'ingente patrimonio di quei Beni Ecclesiastici che fruttarono allo Stato 700 milioni del tempo, della riserva d'oro e d'argento del suo Banco di Sicilia, e vide portato il carico tributario a cinque volte di più del precedente. Come accertò Giustino Fortunato, mentre per l'anno1858 esso era stato di sole lire 40.781.750 per l'anno1891 le sue sette province registrano un carico di lire 187.854.490,35. Si inasprirono inoltre i pesi sui consumi, sugli affari, sulle dogane, le tasse di successione che prima non esistevano, quelle del Registro che erano state fisse, quelle di bollo, per cui nel1877 queste tasse erano già pervenute a 7 milioni e nel 1889-90 avevano raggiunto i 20 milioni. La vendita del patrimonio dello Stato — ossia del demanio dell'ex Regno della Due Sicilie - impinguato dai beni dei soppressi Enti Religiosi e sommato alla vendita delle ferrovie, aveva fruttato allo Stato italiano oltre un miliardo, senza contare il capitale dei mobili, delle argenterie e tutta la rendita del debito pubblico, posseduta dalle Corporazioni religiose, che venne cancellata del tutto. E non erano "beni della Chiesa di Roma", ma frutto dell'accumulazione di famiglie siciliane investito sul "figlio prete"!

CRONACA DI UN MASSACRO - Le terre demaniali che Garibaldi aveva promesso ai contadini ed ai "picciotti" il 2 giugno 1860, con il decreto concernente la divisione dei demani comunali, andarono soltanto ad impinguare i patrimoni dei nobili e dei borghesi, per cui già nel giugno e nel luglio del 1860 si ebbero in Sicilia quelle sollevazioni che assunsero "proporzioni vastissime, poiché i contadini rivendicarono non solo la quotizzazione dei demani ancora indivisi, ma anche la nuova quotizzazione dei demani usurpati o illegalmente acquistati da nobili o borghesi, oppure il ristabilimento su di essi dei vecchi diritti d'uso". Il risultato di quelle richieste legittime furono le feroci repressioni eseguite da Bixio a Bronte, e dagli altri garibaldini a Caltavuturo, a Modica, e in tanti altri comuni. "Verso la fine di giugno e nel corso del luglio 1860 la frattura tra governo garibaldino e movimento contadino si venne via via accentuando, non solo per la resistenza popolare alla coscrizione (resa obbligatoria da Garibaldi con il decreto del 14 maggio) ma anche perché le autorità governative e le forze armate garibaldine furono portate sempre più a schierarsi a favore dei ceti dominanti".

PRIMO STATO D'ASSEDIO - In questo clima di disagio morale, economico, sociale e politico, aggravato dall'imposizione della leva militare che i Siciliani avevano sconosciuto fino allora, il Parlamento Italiano conferì i pieni poteri al Generale Govone nel 1863, al fine di ridurre in Sicilia l'opposizione al servizio militare, consentendogli di tenere dei tribunali militari e di fucilare la gente sul posto. Gli eccidi consumati allora dalle truppe del Govone, specie a Licata e in tanti altri centri dell'interno dell'Isola, furono denunziati all'opinione pubblica nel dicembre del '63 dal deputato cattolico moderato Vito D'Ondes Reggio e da molti deputati della Sinistra e della Destra al potere, ma come dice con lapidaria frase il Candeloro: "questo gesto clamoroso non modificò peraltro la politica del governo in Sicilia". Migliaia di arrestati, morti e trucidati, abusi, violenze e atrocità commesse come rappresaglia sulla popolazione civile, prelevamenti di ostaggi nelle famiglie dei renitenti, stato d'assedio per tutta l'Isola, taglio dei viveri e dell'acqua potabile alla città martire di Licata.

UNA RIVOLUZIONE SICILIANA 1866 - Quando poi scoppiò il moto palermitano nella notte tra il 15 e il 16 settembre 1866 con 3.000 uomini armati - per lo più ex "picciotti" ed ex patrioti del 1848 - che, scesi dai monti, attaccarono di sorpresa la città ed instaurarono un Comitato provvisorio, presieduto dal principe di Linguaglossa e da Francesco Bonafede, si parlò di complotto della Chiesa in accordo con i Borboni, ma la verità è che fin dalla prima metà del1865 la Sicilia, per lo stato di abbandono e di maltrattamento inflittogli dall'Italia, era in stato di agitazione e di congiure. "E' dunque da escludere - come afferma uno storico di parte non sospetta - che la massa di manovra e i capipopolo del1866 intendessero puntare su una restaurazione borbonica, così com'è da escludere che si trattasse di un moto puramente brigantesco, due tesi che specialmente il Generale Raffaele Cadorna, inviato poi come commissario straordinario (e a reprimere il moto con il 2° stato d'assedio nell'Isola) volle far passare nella convinzione comune e che furono accettate dalla storiografia moderata. Coloro che furono invece testimoni della settimana infuocata resero ragione della sostanziale disciplina che caratterizzò il comportamento dei rivoltosi e smentirono le voci di spaventose crudeltà che da essi sarebbero state commesse". Tutti i volantini del tempo, di propaganda autonomista (conservati presso l'Archivio di Stato di Palermo) si soffermano sul sempre più accentuato distacco tra masse popolari e classi nobiliare e borghese, le quali rappresentavano il più fermo sostegno interno della dominazione italiana.

UN BAGNO DI SANGUE - Poiché l'insuccesso delle prime truppe da sbarco italiane comandate da Emerico Acton fu completo, divenne necessario che giungesse un intero corpo di spedizione sotto gli ordini del Cadorna, per combinare un assalto simultaneo di tutte le forze di terra e di mare, combattere per 36 ore contro circa 40.000 popolani armati, guadagnare una ad una le barricate. I morti non poterono contarsi: i fucilati in massa furono diverse migliaia, i massacrati senza motivo diverse centinaia; la rivoluzione venne chiamata del "Sette e mezzo" per la durata dei suoi giorni. Moriva ancora una volta la speranza della Sicilia e dei Siciliani. Moriva, annegata ancora una volta nel loro stesso sangue.

LA RESISTENZA SICILIANA - Tenuta nello stato di abbandono... in conto di "regione tropicale"... in mano di sfruttatori e ladri... e di una polizia che giunse all'aperta collusione con la mafia e la delinquenza locale sì da far insorgere perfino il Procuratore Generale di Palermo, Tajani, il quale promosse ma non poté ottenere l'incriminazione del famigerato Questore Albanese ... senza alcuna iniziativa in fatto di lavori pubblici... nel più completo analfabetismo... nella miseria contadina più vergognosa... la Sicilia cominciò a riorganizzare la sua Resistenza nel corso del1867. Quando il generale Giacomo Medici venne ad assumere la prefettura di Palermo. Sull'onda di quel movimento socialista che era stato fondato sotto il nome di Fratellanza internazionale nel 1864 da Saverio Friscia, Bakunin e Fanelli, ma, soprattutto, alimentata da una fitta rete di "società di mutuo soccorso" e "circoli operai", e, in fin dei conti, nel retrobottega del farmacista, nel salone del barbiere, nello studio dell'avvocato, nei capannelli domenicali col vestito buono, un po' in tutte le kiazze di città e paesi, l'Isola dei Siciliani covava i suoi Fasci e maturava il suo programma: "Terra e Libertà!". I Fasci Siciliani dei Lavoratori, che sorgeranno nella crisi di fine secolo e, incompresi dalla "sinistra italiana", verranno schiacciati nel sangue dal Governo di Roma. Ancora una volta le forze progressive dell'Isola dei Siciliani non trovarono, oltre le nuvole, che la notte scura. E tante navi per l'America: tonnellate umane, come quelle dei popoli africani alla cui deportazione contribuì anche l'ancòra "Capitano" Garibaldi, che, sulle rotte sanguinanti della "tratta degli schiavi", commerciava "negri e cavalli". L' Italia era ripassata per le nostre contrade: con le sue truppe, i suoi tribunali speciali, la sua macchina fiscale… La Resistenza Siciliana, massacrata e sconfitta, emigrava a "Brucculinu". E qui, sul tracciato effimero della "nuova frontiera", i Siciliani scrissero alcune tra le pagine più belle del nascente movimento operaio americano, ma si inventarono anche, e a colpi di mitra, l'organizzazione etno-imprenditoriale più efficiente del secolo: la Cosa Nostra. ©1991. (Terra e Liberazione).          Nicola Zitara

In una seduta parlamentare sulla repressione del brigantaggio siciliano, Bixio, tra lo sconcerto generale, disse: «La libertà della Sicilia non è opera della sola Sicilia, è opera dell’Italia. Credete in me, vi dico la verità. Se le province d’Italia non avessero mandato alla Sicilia gli elementi che le hanno mandato, la Sicilia non sarebbe libera e noi non saremmo qui a parlare, saremmo stati strozzati. […] Eravamo circa quindicimila uomini: sei mila erano Veneti, cinque mila circa erano Lombardi, mille erano Toscani e tremila circa erano Siciliani. […] Mi si dirà che discorrendo di questi fatti, vengono fuori cose dolorose a sapersi. Ma il mondo è com’è, ed importa sempre conoscere il nostro Paese». Solo tremila siciliani collaborarono con i garibaldini, su una popolazione di due milioni e mezzo! Questa dichiarazione di Bixio, che da sola basta a sfatare la leggenda risorgimentale delle "grida di dolore" giunte fino a Torino, è registrata negli Atti Ufficiali del Parlamento.

 IL SACCHEGGIO DEL BANCO DELLE DUE SICILIE

cominciò con garibaldi lo sfascio della nostra economia

In una seconda lettera indirizzata sempre a Disraeli e datata 10 ottobre 1861, Ulloa torna sul saccheggio e la dilapidazione dei fondi del Tesoro e dell’allora Banco delle Due Sicilie, più tardi chiamato Banco di Napoli. Scrive Ulloa: “Un governo esercita sempre una certa influenza sugli affari finanziari, commerciali ed industriali, ma sotto Garibaldi… lo sciupìo, mercé l’imperiose richieste del Signor Bertani ed alle ricompense, che si aggiudicavano essi stessi gli emigranti ed i militari, prese proporzioni tali che si vide tosto nella impossibilità di soddisfare ai bisogni del Governo e della Guerra”. Lo stesso dittatore prelevava a piene mani somme ingenti, che poi distribuiva ai suoi favoriti. Gli emigrati rientrati dall’esilio ottenevano per se stessi e per i loro familiari “somme enormi, come sollievo delle passate sofferenze”. Raffaele Conforti, ministro per soli 40 giorni nel 1848, prese 300.000 franchi, somma equivalente allo stipendio che avrebbe si e no percepito quale ministro in dodici anni ininterrotti di governo! Antonio Scialoja prese per sé e per suo padre appena 200.000 franchi, firmando addirittura egli stesso l’ordine di prelevamento. Furono pagate somme ingenti per stipendi ai nuovi funzionari, pensioni di ritiro accordate con larghezza a quanti avevano perduto il posto con l’esilio. Filippo Agresta, ex sottotenente di fanteria divenuto direttore delle dogane con Garibaldi, si ritirò dopo un mese soltanto da questo impiego con una rendita di 12000 franchi, equivalente alla totalità dei suoi stipendi maturati alla fine della carriera dopo una vita di lavoro al servizio dello stato. Altro caso fu quello di Pier Silvestro Leopardi, che per due soli mesi nel 1848 aveva ricoperto la carica di inviato di Ferdinando II presso Carlo Alberto per concordare le clausole del patto di alleanza tra Napoli e Torino per la guerra all’Austria, “ottenne un ritiro di 18.000 franchi” (il trattamento di un ministro plenipotenziario) e poco dopo “un altro impiego copiosamente ricompensato”, che naturalmente andò a cumularsi al precedente. Un magistrato, Aurelio Saliceti, con dieci anni di servizio si fece liquidare il trattamento di consigliere di Cassazione, grado cui non apparteneva, pur se le leggi prevedevano il “ritiro con sussidio” con un minimo di 20 anni di carriera, mentre si otteneva l’intero stipendio solo dopo 40 anni di servizio compiuti. Mariano d’Ayala, ex luogotenente d’artiglieria, si autoproclamò generale e si prese un appartamento nel Palazzo Reale. Tali soggetti sono tutti magnificamente citati, con espressioni altamente magnificanti, nel “Dizionario del Risorgimento Nazionale”, Vallardi 1930, come uomini integerrimi e dediti unicamente al bene della Patria, alla quale hanno sacrificato ogni cosa, con esclusione però delle somme prelevate o fattesi versare dalle casse pubbliche quale modesto e parziale risarcimento per le pene sofferte in nome di sì nobile Ideale! Pensioni di ritiro così facilmente concesse, nuovi stipendi ed aumento dei vecchi, gravarono il Tesoro di ben 10 milioni di franchi. Si sovvenzionarono i comitati di Livorno e Genova, alla società Rubattino si pagarono 4.800.000 franchi quale risarcimento del piroscafo “Cagliari”, che tra l’altro era stato restituito all’armatore, per i vapori “Lombardo” e “Piemonte” (quelli della spedizione dei Mille) e per quello affondato dalla marina napoletana. Un costo enorme fu l’esborso per il plebiscito, anche perché gli agenti incaricati di far proseliti con offerte in denaro tennero per loro le somme ricevute, distribuendone il meno possibile. Un direttore e due segretari di Stato si presero ben 2.000.000; secondo le accuse della stampa Carlo De Cesare, Ferrigni, Tranchini, Magliano ed altri intascarono la somma di 400.000 franchi, e non sembra abbiano querelato per calunnia i periodici che li accusavano. A fine settembre le casse erano ormai vuote. Dittatore e pro-dittatore prelevavano continuamente, con un semplice biglietto scritto e senza fornire alcuna giustificazione. I militari garibaldini, sotto la minaccia delle armi, si facevano aprire le casse del Banco e prelevavano; i volontari, appena ricevuti gli effetti personali li rivendevano, spesso agli stessi fornitori, facendosene dare di nuovi, a nulla valendo le minacce del Generale Livio Zambeccari, che tentò di porre fine a questo sconcio. Chiunque indossasse una camicia rossa poteva permettersi qualsiasi cosa. Un ufficiale superiore garibaldino fece passare il figlio di sei anni per ufficiale, facendogli pagare “due mesi di soldo” dalla banca. I commissari di guerra ordinarono, pagati dal Tesoro e mai distribuiti alle truppe, ben 72.000 cappotti per “l’armata meridionale” (i garibaldini) che contava circa 25000 uomini. I comandanti dei reparti saccheggiavano i depositi militari borbonici, vendendone il materiale ai fornitori che, a loro volta, lo rivendevano al ministro della Guerra di Garibaldi! Quando giunsero i Piemontesi l’armata meridionale fu sciolta, ed i volontari allora si precipitarono in Banca per riscuotere “il soldo arretrato”, ed i pagamenti furono fatti sopra semplici atti di presenza, senza alcuna firma dei superiori o degli uffici responsabili. Se gli impiegati facevano qualche minima opposizione o chiedevano spiegazioni, le armi impugnate minacciosamente facevano ottenere ai baldi eroi quanto richiesto. Nel 1861, dopo mesi dallo scioglimento dei reparti di volontari, si pagarono ancora a costoro ben 4 milioni di franchi, sempre prelevati dalle casse meridionali. Con l’amministrazione piemontese il debito pubblico aumentò di altri 5 milioni, mentre turbe di funzionari calarono dal nord come sciami di locuste, avide di sostanziose indennità e pingui stipendi. Il Prefetto di Napoli, oltre allo stipendio da Generale, cumulava anche quello di Prefetto, più 12000 franchi per spese di rappresentanza, oltre alla disponibilità di appena due splendidi palazzi. Un consigliere di luogotenenza alloggiò in un appartamento reale, e si fece concedere 60000 franchi per spese di ristrutturazione e per la costruzione di un teatro: evidentemente, abituato a vivere in chissà quale imperiale dimora in Piemonte, non era soddisfatto dell’alloggio. Alessandro Dumas, il noto romanziere francese al quale per suo uso era stato ceduto un palazzo della Corona, ottenne 900.000 franchi, oltre a pranzare, cacciare e divertirsi altrimenti a spese dell’antica lista civile (antico nome del patrimonio comunale). Sostenne che tale considerevole somma gli era

stata versata per aver provveduto all’acquisto, a Marsiglia, di revolver per l’armata di Garibaldi, anche se tutte le fabbriche d’armi della città non sarebbero state in grado, nemmeno lavorando giorno e notte per un anno, di fornire una quantità di rivoltelle corrispondente all’importo a lui liquidato. Nell’ex Regno si attendeva ancora quanto promesso dai piemontesi: le sale d’asilo, le scuole, il collegio del popolo, le casse di risparmio, le casse di depositi e prestiti, il credito finanziario. Il governo di Torino distruggeva presso la clientela la fiducia che godeva il Banco delle Due Sicilie per le somme in esso depositate, tanto che il pubblico cominciò a ritirarle: infatti, mentre al 27 agosto del 1860 i depositi ammontavano a 77.205.000 franchi, un mese dopo erano già scesi a 50.563.244, il 28 gennaio 1861 a 31.600.460, ed infine il 13 aprile dello stesso anno si erano ridotti a 27.394.896 franchi. I metalli conservati nello stabilimento della Zecca di Napoli, “il primo … di questo genere, dopo quelli di Vienna e di Londra”, furono trasferiti a Torino, in modo che le coniazioni da quel momento fossero eseguite nella capitale Sabauda. Moriva così, come tante altre rinomate istituzioni meridionali, una delle più antiche e famose zecche europee.

Non occorre certo commentare queste cifre: il Piemonte con l’operazione unità d’Italia ripianò il suo debito pubblico ed il suo deficit commerciale. Francesco II, lasciando Napoli disse profeticamente: “Non vi resteranno nemmeno gli occhi per piangere”, non si sbagliava.

da “Il SUD Quotidiano” del 24/1/98 di Gaetano Fiorentino

 

I meridionali hanno pagato i buchi di bilancio del Nord

Dalla zecca di Napoli «piastre» d’oro e d’argento, Torino cartamoneta senza valore  - Checché ne dicano i «Padani», storicamente è stato il Sud a doversi accollare i debiti del Nord. La dimostrazione - dati contabili alla mano - fu data alle stampe già nel 1862. Si tratta della ficcante analisi del barone Giacomo Savarese, intitolata «Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860» ed oggi ripubblicata dalla casa editrice partenopea «Controcorrente». Si scopre cosí che, nel 1860, le casse dei piemontesi erano ben vuote, se paragonate a quelle del Regno delle Due Sicilie. Tre guerre in 10 anni pesavano sui bilanci cavouriani. Eppoi lo Stato Sabaudo aveva un sistema monetario che era un mezzo bluff. Essendo basato sulla carta moneta, ad ogni banconota messa in circolazione dalla Banca nazionale degli Stati Sardi, doveva corrispondere un equivalente valore in oro o in argento. Invece, il metallo pregiato era stato speso (in armamenti) e per la valuta c’era un problema di «convertibilità». Il Regno delle Due Sicilie emetteva soltanto monete d’oro e d’argento (oltre alle polizze notate e alle fedi di credito, il cui esatto controvalore era versato nelle casse del Banco delle Due Sicilie). Quindi, un soldino meridionale valeva già di per sè, essendo di metallo prezioso, mentre la valuta piemontese era carta e, in parte, carta straccia. La ricca «dote» dei Meridionali servì a coprire i «buchi» della neonata Italia mentre il «vizietto» di stampare banconote senza copertura continuò a essere tollerato fino a quando, nel 1892, esplose un tale scandalo che il capo del Governo, Giovanni Giolitti, dovette rassegnare le dimissioni. Ma torniamo ai debiti del Nord pagati dalla gente del Sud. Dati alla mano, Savarese sostiene che nel 1860 non c’era manco un «buco» nel bilancio del Regno di Napoli. Anzi, quell’anno era previsto un avanzo di quasi 314 mila ducati (circa 680mila euro attuali) che sarebbero stati destinati «ad opere per il porto di Brindisi, aiuti ai censuari del tavoliere delle Puglie, a bonifiche del bacino del Volturno». Inoltre, i piemontesi avevano il «debito facile»: tra il 1848 e il 1859, il Regno del Sud aveva emesso titoli che costavano annualmente all’erario 5 milioni e 210.731 lire e 98 centesimi; mentre quello del Nord ne aveva per 58 milioni 611mila 470 lire e 3 centesimi. Quindi ogni cittadino del Mezzogiorno era gravato da un onere annuo di circa 55 centesimi per pagare gli interessi per i debiti dello Stato, mentre ogni abitante del Nord doveva pagare per lo stesso scopo 11,7 lire. Ogni piemontese pagava venti volte di piú. Con l’Unità d’Italia, il mastodontico debito pubblico dei Settentrionali si sommò al risibile debito pubblico duosiciliano e ai Meridionali toccò farvi fronte sotto forma di nuove tasse. A proposito d’imposte e gabelle, grazie al barone Savarese (che era stato anche ministro sotto Francesco II) c’è la prova che, storicamente, sono stati i governanti del Nord i piú propensi a spremere i contribuenti. Infatti, pare che, tra il 1848 e il 1861, Napoli non impose alcuna nuova tassa; Torino, invece, alle vecchie ne sommò 22 nuove.

Secondo Savarese l’errore di base era nei principi economici dei piemontesi che, a botte di tasse e debito pubblico, deprimevano l’economia. Invece, secondo lui «le risorse finanziarie dello Stato non bisogna cercarle né nel debito, né nei nuovi tributi, ma esclusivamente nell’ordine e nella economia. Perché veramente il miglior governo è quello che costa meno». Parole (sante) d’un alto funzionario del Sud, barone e Borbonico, di cui nessuno ha sentito parlare per quasi 150 anni.

Sud in rovina con l’Unità, parola di piemontese

"II RISORGIMENTO VISTO DALL’ALTRA SPONDA - VERITÀ E GIUSTIZIA PER L'ITALIA MERIDIONALE" di Cesare Bertoletti, Arturo Berisio editore, 1967, Napoli. “Sta di fatto che la storia dell’Italia meridionale dalla metà del 1700 ad oggi, e quindi la storia del Regno Borbonico, delle qualità del suo esercito, della sua marina (sia da guerra che mercantile), delle ricchezze o meno delle sue regioni e soprattutto dell’importanza nazionale ed europea del pensiero dei filosofi, degli economisti e dei politici meridionali, è sempre stata falsata, sia ufficialmente, sia dai singoli, e in modo tale da fare apparire tali regioni come misere, arretrate e dì peso, morale e materiale, per le altre provincie italiane, mentre invece, è vero esattamente il contrario. Ossia è vero che con l'unione dell’Italia meridionale al resto della penisola, tale regione ha dato enormi ricchezze e ne ha ricevuto in cambio la rovina delle proprie industrie e della propria agricoltura facendo sempre la parte della Cenerentola, subendo anche la mortificazione di ricevere aiuti dai vari governi che si sono succeduti in Italia, come un parente, povero e svogliato, ne può ricevere da un parente ricco che sa far pesare il suo dono; mentre, invece, l'Italia meridionale ha pieno diritto di riavere quanto le è stato tolto sia moralmente che materialmente. Chi scrive ha piena coscienza della gravità di quanto afferma, ma ha altrettanta piena coscienza di poter dimostrare come quanto afferma sia rispondente a verità, sicuro che, riconosciuta tale verità, si potrà con animo sereno giudicare fatti, personaggi e popolazioni in modo più vicino alla realtà, rendendo così giustizia ad un buon terzo della popolazione Italiana. E inoltre chi scrive tiene a far sapere di non essere un meridionale, ma di appartenere ad una famiglia piemontese e di non essere quindi spinto al presente studio da sentimenti o da interessi regionalistici, ma solo dall’amore per la verità storica e per la giustizia.”

Signor Presidente, non travisiamo la storia

Lettera aperta al Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi del 15 novembre 2001 - Andrea Gemma F.D.P.  Vescovo emerito di Isernia-Venafro.

Signor Presidente, perdoni l’iniziativa, che so attuata anche da altri e ciò mi conferma nella necessità di levare la voce perché certi luoghi comuni, ormai diventati insopportabili, non continuino ad ingannare i semplici. Partecipavo con gioia ed intima partecipazione alla «festa dell’unità d’Italia e delle forze armate» il 4 novembre scorso. Poi, la doccia fredda: il suo messaggio, signor Presidente. Alti pensieri, nobili richiami, doverosa partecipazione. In questo contesto tanto elevato, l’accenno al Risorgimento e, addirittura, a quel Garibaldi che, creda, ad Isernia, è tristemente famoso, insieme alle sue truppe mercenarie. Ah, no, signor Presidente, quel richiamo a una storia, per fortuna quasi dimenticata, è stato proprio fuori luogo. Creda - e glielo dice un pastore della Chiesa cattolica - nessuno di noi vuole tornare indietro di centocinquant’anni, se non altro per non riaprire le piaghe sanguinanti; nessuno di noi vuole ripristinare il regno di Napoli e la dinastia borbonica, dalla quale peraltro il Sud ha ricevuto grandi benefici; nessuno di noi vuole rimettere in piedi lo Stato pontificio, sottratto al legittimo sovrano, con guerra non dichiarata e quindi contro lo ius gentium, plurisecolare; nessuno di noi vuole frazionare l’Italia (semmai ci penserà qualche porzione della nostra classe dirigente); ma nessuno ci potrà convincere della bellezza esaltante di un’azione che a suo tempo, tutta l’Europa, per non dire il mondo intero, ha stigmatizzato coralmente; nessuno potrà accettare l’accomodante esaltazione di un avventuriero armato che con le sue truppe mise a ferro e fuoco le pacifiche zone del Sud, tra cui la mia città episcopale. Le teste tagliate degli iserniani esposte al pubblico ludibrio sono su stampe e documenti dell’epoca che Ella stessa potrà reperire. Nessuno di noi vuole rivangare il passato, signor Presidente, soprattutto un tale passato. Non lo può fare nemmeno Lei, travisando la storia. Per carità, signor Presidente, non ci costringa a tirar fuori dagli armadi del cosiddetto «risorgimento» certi scheletri ripugnanti. Cerchiamo insieme di costruire un’Italia migliore, insieme ai nostri giovani, i quali conoscono la storia e guardano al futuro, senza ripristinare insopportabili travisamenti di una storia che ormai i più avveduti conoscono. Le suggerisco, al riguardo, la lettura di un simpatico libro di una giovane studiosa d’Italia: [Angela Pellicciari,] Risorgimento da riscrivere [Liberali & massoni contro la Chiesa]. Lasci stare il «risorgimento», signor Presidente, un passato non troppo antico, che ha assai poco da insegnarci. Perdoni l’ardire, signor Presidente, ma non potevo tenermi dentro quanto qui Le ho semplicemente accennato.

CONTINUA LA TRUFFA DELL’OCCUPANTE SAVOIARDO

È indubbia l'affermazione che vuole lo Stato unitario italiano, fondato nel 1861 per volontà inglese e con le armi francesi, un completo fallimento quanto alla sua parte meridionale. Tutti devono prenderne atto e lo stesso Stato ne dà atto da sempre, fin dalla famosa relazione Massari sul brigantaggio del 1863 e dal fatto che il miracolo economico italiano (1958/1965 circa), tutto tosco-padano, non si è esteso al Paese napoletano, alla Sicilia e alla Sardegna. Quanta parte del merito del miracolo economico padano spettava alla spesa pubblica effettuata sotto la voce Cassa per il Mezzogiorno? I pesi e i costi, che il paese meridionale aveva sopportato e sopportava, come interfaccia pagante dello sviluppo tosco padano, andavano controbilanciati a dir poco con provvedimenti del tipo ammortizzatori sociali e clientelari. Sin dal tempo in cui Francesco Saverio Nitti predispose e impose una forma d'intervento speciale per Napoli (1904), il Sud italiano, due paesi che da ben mille e quattrocento anni presentano un'identità culturale ben precisa, la Sicilia e il Napoletano, non hanno bisogno d'alcun intervento speciale. Bastava e basterebbe che lo Stato italiano risorgimentale se ne andasse e il Sud risorgimenterebbe subito. Ancor prima di proclamare l’Unità nel marzo del 1861, la truffa nazionale italiana era già evidente. Lo attestano alcuni fatti:

1)  mentre il governo di Torino stava pensando a come chiudere il regio Banco delle Due Sicilie, un gruppo di ricchi mercanti napoletani chiese a Cavour di essere autorizzato ad aprire una banca d'emissione con 100 milioni di capitale (cioè due volte più grossa della banca d'emissione di Genova e Torino). Cavour non autorizzò, e i patrioti ancora ci debbono spiegare il perché del (sicuramente nobile) diniego;

2) l'imposizione, anch'essa cavouriana, della tariffa sarda alle ex Due Sicilie. Fu una misura talmente negativa che persino la storiografia più ligia all'unità la giudica causa principale del crollo alla radice dell'intero sistema industriale e manifatturiero del paese meridionale;

3) la decapitazione di Napoli e Palermo, città capitali, e la parificazione delle uniche metropoli italiane a Cuneo e a Vercelli: peggio di due eruzioni del Vesuvio e di quattro terremoti di Messina;

4) la risoluzione di combattere la rivolta nelle campagne napoletane con il ferro e con il fuoco, cioè allo stesso modo dei generali di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat.

5) la negazione degli stessi vantaggi di cui godeva Genova alla marina mercantile duosiciliana, dodicimila velieri e numerosi vapori, a cui precedentemente il governo borbonico assicurava benefici pari a quelli di cui godevano le marine d'Inghilterra e di Francia.

Atti parlamentari

Bibliografia

Un sogno

Primati del Regno

Saccheggio del SUD

Olocausto duosiciliano

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La Soria Negata

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Manifestazioni

Napoli

Locandine

Tasso industrializzazione 1871

1,48%

Liguria

1,44%

Napoli

1,41%

Torino

1,37%

Lombardia

1,13%

Piemonte

1,01%

Campania

0,98%

Sicilia

0,85%

Emilia

0,82%

Foggia

0,78%

Catanzaro

0,78%

Puglia

0,78%

Reggio Emilia

0,76%

Piacenza

0,74%

Abruzzo

0,74%

Ferrara

0,69%

Calabria

0,67%

Basilicata

0,63%

L’Aquila

0,61%

Porto Maurizio (Liguria)

0,56%

Sondrio

Tasso industrializzazione 1911

1,67%

Lombardia

1,62%

Liguria

1,32%

Napoli

1,30%

Piemonte

0,93%

Campania

0,65%

Sicilia

0,62%

Puglia

0,58%

Calabria

0,51%

Basilicata

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La circolazione monetaria in Lire degli antichi stati italiani al momento dell’annessione piemontese 1861

Regno delle Due Sicilie Lit. (1861)

443.200.000

Lombardia e Venezia Lit. (1861)

20.800.000

Regno di Sardegna (Piemonte) Lit. (1861)

27.800.000

Stato Pontificio e Legazioni Lit. (1861)

90.600.000

Granducato di Toscana Lit. (1861)

85.200.000

Ducato di Parma e Piacenza Lit. (1861)

1.200.000

Ducato di Modena Lit. (1861)

400.000

Bilancia Commerciale degli antichi stati italiani

Regno delle Due Sicilie Lit. (1861)

+40.768.374

Lombardia Lit. (1861)

+42.453.383

Umbria e Marche Lit. (1861)

+11.359.704

Piemonte Lit. (1861)

-84.972.630

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