John Dickie, nel saggio “Una parola in guerra: l’esercito italiano e il brigantaggio, 1860-1870”, insiste soprattutto sulla natura coloniale del rapporto imposto dal governo unitario alle province appena annesse.

PASQUALE STANISLAO MANCINI, intervento alla Camera, 1864: Posso assicurare alla Camera che specialmente in alcune province, quasi non vi è famiglia, la quale non tremi dell’onnipotenza dell’autorità di polizia, dei suoi errori ed abusi. Sotto la fallace apparenza della persecuzione del brigantaggio si vuole avere in mano la facoltà di arrestare o mandare al domicilio coatto ogni specie di persone al Governo sospette."

Costantino Nigra, filologo, segretario di D’Azeglio e poi di Cavour, ambasciatore in Francia, nel 1861 scrisse a Cavour: «Mi avete mandato tra i negri. Meglio, mille volte meglio i negri dell’America del Sud».

Anonimo del 1863 - Discorso a' posteri sulle vicende del Regno di  Napoli e Sicilia: "Diciotto briganti distrutti... altri  presi e fucilati... Tutto il Gargano nello stato di assedio... le masserie chiuse; fabbricate le porte, bruciate le pagliaia... la gente via per le campagne non  più che  con mezzo  pane in  tasca". "E sì ne avvenne che, come a nembo di affamate locuste, ci vedemmo assaliti per veder consumato e perduto il prodotto delle  nostre fatighe; tanti nostri capitali accumulati, per processo di tempo, in fabbriche sontuose, in lavori di arte, in pubbliche istituzioni, in opifizi di varia sorte che davano costante lavoro al povero, e spandevano la pubblica ricchezza in tutte le parti del paese nostro".

JORNAL DE DEBATS, novembre 1860: “Quelli che hanno chiamato i piemontesi e che hanno consegnato loro il Regno delle Due Sicilie sono un’impercettibile minoranza. I sintomi della reazione si vedono ovunque".

HERCULE DE SAUCLIERES, 1863: Gli scrittori italianissimi inventarono dunque i briganti, come avevano inventato i tiranni; ed oltraggiarono, con le loro menzogne, un popolo intero sollevato per la sua indipendenza, come avevano oltraggiato principi, re ed anche regine colle loro rozze e odiose calunnie. Inventarono la felicità di un popolo disceso all’ultimo gradino della miseria, come avevano inventato la sua servitù al tempo de’ sui legittimi sovrani."

TEODORO SALZILLO, 1868: “Il progresso e la civiltà, nei tempi correnti, vengono interpretati diversamente da quello che si intendevano innanzi. Oggi, progresso e civiltà all’uso piemontese vuol dire: abbassamento della suprema autorità, della civiltà, della morale. Secondo la loro moda: la proprietà è furto; il diritto è tirannide; la religione è inceppamento; la pietà è delitto; il fucilare è bisogno; lo spoglio dei popoli è necessità. Chi è dunque cieco anche nella mente, da non vedere in questo civiltà ed in questo progresso l’abbruttimento della società?

HOLODMOR MERIDIONALE - Il francese Charles Garnier raccolse un buon numero di proclami emessi dai comandanti piemontesi durante la guerra al brigantaggio, ed affissi nei paesi.

Generale Galatieri, dal suo quartier generale di Teramo, giugno 1861: «Vengo a difendere l’umanità e il diritto di proprietà, e sterminare il brigantaggio. Chiunque ospiti un brigante sarà fucilato senza distinzione di sesso, età, condizione; le spie faranno la stessa fine. Chiunque, essendo interrogato, non collabori con la forza pubblica per scoprire le posizioni e i movimenti dei briganti, vedrà la sua casa saccheggiata e bruciata».

Proclama del maggiore Fumel, febbaio 1862: «... Coloro che diano asilo o qualsiasi altro mezzo di sussitenza ai briganti, o li vedano o sappiano dove han trovato rifugio e non informino le autorità civili e militari, saranno immediatamente fucilati. Tutti gli animali dovranno essere condotti nei depositi centrali con scorta adeguata. Tutte le capanne (usate dai pastori, ndr) dovranno essere bruciate. Le torri e le case di campagna disabitate dovranno essere scoperchiate, e le entrate murate nel termine di tre giorni; dopo lo spirare di tale termine, esse saranno bruciate senza fallo e gli animali privi di custodia appropriata saranno uccisi. E’ proibito portare pane o altro genere di provviste fuori dell’abitato del comune; i trasgressori saranno considerati complici dei briganti. La caccia viene temporaneamente proibita. Il sottoscritto non intende riconoscere, date le circostanze, più di due schieramenti: pro o contro i briganti! Pertanto classificherà tra i primi gli indifferenti e contro di loro adotterà misure energiche, perché in tempo di emergenza la neutralità è un crimine. I soldati sbandati che non si presentassero entro quattro giorni, saranno considerati briganti».

Il colonnello Fantoni, nel proclama emesso da Lucera il 9 febbraio 1862, nel primo articolo, vietava l’accesso, anche a piedi, a tredici foreste, fra cui quella del Gargano: «Ogni proprietario terriero, fattore o mezzadro sarà obbligato, subito dopo la pubblicazione di questo avviso, a ritirare da dette foreste tutti i lavoratori, pastori, pecorai, eccetera, e con loro le greggi; dette persone saranno obbligate a distruggere tutte le stalle e le capanne erette in questi luoghi. D’ora in avanti nessuno può portar fuori dai distretti circonvicini alcuna provvista per i contadini, e a questi ultimi non sarà permesso portare più cibo di quanto sia necessario per un singolo giorno ad ogni persona della loro famiglia. Coloro che non obbediranno a questo ordine, che entrerà in vigore due giorni dopo la pubblicazione, saranno, senza eccezione alcuna di tempo, di luogo e persona, considerati come briganti e come tali fucilati».

Prefetto De Ferrari, di Foggia e Capitanata, 1863: «... Tutti gli animali del territorio saranno immediatamente radunati in poche località a fine di essere meglio custoditi. Tutte le piccole fattorie saranno abbandonate, cibo e foraggio rimossi e gli edifici murati. Nessuno potrà andare nei campi senza autorizzazione scritta del sindaco e scorta sufficiente».

L’8 luglio, il prefetto Ferrari aggiunge un altro divieto: «I cavalli possono essere ferrati solo in pubblico e in officine autorizzate; nessun maniscalco o produttore di ferri e chiodi poteva allontanarsi dal proprio distretto senza un documento, che indicasse la via che avrebbe percorso, l’ora della partenza e l’ora del ritorno. Chiunque possedesse ferri e chiodi per la ferratura doveva farne denuncia alle autorità».

Il 29 aprile 1862 il deputato Giuseppe Ferrari disse alla Camera: «Non potete negare che intere famiglie vengono arrestate senza il minimo pretesto; che vi sono, in quelle provincie, degli uomini assolti dai giudici, che restano in carcere. Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno viene fucilato... Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue, non so più come esprimermi».

Fu la rovina della sussistenza economica, la messa alla fame; decine i paesi incendiati, innumerevoli le atrocità, di cui per lo più è stata soppressa la memoria, che ricordano da vicino lo sterminio dei contadini in Ucraina, operato da Stalin e Kaganovich.

Di una atrocità si sa, perché ne discusse la Camera dei Comuni britannica: a Pontelandolfo in Molise, trenta donne che si erano rifugiate intorno alla croce eretta nella piazza del mercato, sperando di trovarvi scampo dagli oltraggi, furono tutte uccise a colpi di baionetta. Persino Napoleone III, che aveva dato il suo potente appoggio armato a Cavour per la conquista dell’Italia, il 21 luglio 1863 scriveva al suo generale Fleury: «Ho scritto a Torino le mie rimostranze; i dettagli di cui veniamo a conoscenza sono tali da alienare tutti gli onesti alla causa italiana. Non solo la miseria e l’anarchia sono al culmine, ma gli atti più indegni sono considerati normali espedienti: un generale di cui non ricordo il nome, avendo proibito ai contadini di portare scorte di cibo quando si recano al lavoro dei campi, ha decretato che siano fucilati tutti coloro che vengono trovati in possesso di un pezzo di pane. I Borbone non hanno mai fatto cose simili - Napoleone».

Il solo Nino Bixio eseguì oltre 700 condanne a morte senza processo. Da un giornale dell’epoca, L’Unione: «Bixio ammazza a rompicollo, all’impazzata... fa moschettare tutti i (soldati e ufficiali) prigionieri stranieri che gli capitano tra le unghie, e tira colpi di pistola a quei suoi ufficiali che osano far motto di disapprovazione». Esecuzioni per stroncare una possibile classe dirigente legittimista: purghe staliniane ante litteram.

Giovanni Visconti Venosta, milanese  ed autore di un resoconto delle Cinque giornate, in un viaggio al sud nell’estate del 1853 affermò: «Era penoso vedere quella plebaglia così priva di dignità e talora d’onestà. Quello sciame di pitocchi, di oziosi, che a ogni passo si aveva tra i piedi, uno spettacolo insoffribile, tristissimo».

Massimo D’Azeglio, primo ministro sabaudo nel 1860 scriveva : «Nel Sud solo Plebe Vaiuolosa ... In tutti i modi, la fusione con i napoletani mi fa paura, è come mettersi a letto con un vaiuoloso». E’ uno dei tanti giudizi pesantissimi espressi a proposito dei partenopei, che a differenza dei siciliani, nel panorama italiano restarono per lui sempre “un’ulcera”.

“l’Opinione”, nel 1861, scrive: «La caccia agli impieghi che a Napoli si è fatta sotto la dittatura (di Garibaldi, ndr) probabilmente continuerà dopo l’inaugurazione del governo diretto da Vittorio Emanuele».

Un generale disse durante la lotta al brigantaggio per una risposta molto dura del governo piemontese per trattare il sud come una colonia da far progredire a suon di calci e cannoni.

Salvatore Nicotera, deputato della Sinistra e ministro degli Interni (1891-92) nell’agosto del 1875 annotava l’odio dei deputati lombardi (“meno tre”) verso tutti i colleghi che appartenevano all’Italia meridionale.

Lettera di un anonimo bersagliere a Villari nella lotta al Brigantaggio, "Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere il sangue a fiumi, ma ai rimedi radicali abbiamo poco pensato. In questa, come in molte altre cose, l'urgenza dei mezzi repressivi ci ha fatto mettere da parte i mezzi preventivi, i quali soli possono impedire la riproduzione di un male che certo non è spento e durerà un pezzo. In politica noi siamo stati buoni chirurghi e pessimi medici...".

NITTI F.sco Saverio, 1906, con la fine del brigantaggio iniziò, nell'ultimo trentennio del secolo, una pagina triste del Sud che gli fece esclamare: O briganti o emigranti.

Il duca di Maddaloni , 1861 - «… tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per i dicasteri e per le pubbliche amministrazioni. Non v’é faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a disbrigarla. A’ mercanti di Piemonte dannosi le forniture piu’ lucrose: burocratici di Piemonte occupano quasi tutti i pubblici uffizi, gente spesso piu’ corrotta degli antichi burocratici napoletani. Anche a fabbricare le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napolitani. A facchini della dogana, a carcerieri, a birri vengono uomini dal Piemonte e donne piemontesi si prendono a nutrici dello spizio de’ trovatelli, quasi neppure il sangue di questo popolo piu’ fosse bello e salutevole. Questa é invasione non unione, non annessione!

Questo é voler sfruttare la nostra terra siccome terra di conquista. Il governo del Piemonte vuole trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Peru’ e nel Messico, come gli Inglesi nel Bengala. Bella unificazione é quella di una contrada cui si affoga in un mare di sangue, cui si crocifigge in un letto di miserie! E pure questi misfatti perpetrano gli uomini preposti oggi alla cosa pubblica: essi che spengono nei nostri popoli anche le dolci illusioni di libertà, che gli fan vedere come un reggimento costituzionale potesse divenire sinonimo di dispotismo; come all’ombra di un vessillo tricolore facilmente si violasse il domicilio, il segreto delle lettere e la libertà personale si potesse manomettere e sin le forme stesse della giustizia; e gli accusati tener prigionieri ed ingiudicati lunga pezza e mandare a morte senza neppur procedura di giudizio, per solo capriccio di un caporale o per sospetto e delazione di qualche scellerato».

Carmine Crocco, « Sappiate che per noi nessuno scrittore sprega inchiostro e carta, i nostri malanni, la nostra miseria, gli abusi, l’ingiustizia, che ci fanno, nessuno la scrive, mentre poi sono chiamati sommo scrittori, quelli che ci dispreggiano chiamandoci plebaglia, Miserabile, vermi, ed altri dispreggi che ci fanni comparire tanti schifosi animale » Il pubblico cui idealmente si rivolge è fatto dai «misiri figli della miseria” che invita a essere cauti, a non cercare di cambiare condizione, a lasciare che i governi facciano quel che vogliono, a non mischiarsi con i signori se non vogliono andare incontro alla rovina».

I TRIBUNALI DI GUERRA DEI SAVOIA

I bravi piemontesi misero subito in azione quello che da mesi era già preventivato: misero in stato di assedio tutte le province del Mezzogiorno continentale ad eccezione di quelle di Teramo, Reggio Calabria, Napoli, Bari e Terra d’ Otranto già abbondantemente massacrate dall’esercito sabaudo. Il ministro della Guerra istituì Tribunali di guerra a Potenza, a Foggia, ad Avellino, a Caserta, a Campobasso, a Gaeta, a L’Aquila, a Cosenza che si aggiungevano a quelli di Bari, di Catanzaro, di Chieti e di Salerno. Il comportamento dei giudici militari di quei tribunali è stato a dir poco spregevole, orripilante: gli assassinii venivano legalizzati da un ufficiale facente le funzioni di giudice; le condanne a morte furono tante, tantissime, a volte anche senza processo. Quegli ufficiali mettevano a verbale solo qualche processo intentato dalla giustizia ordinaria, gli altri no.

Pasquale Stanislao Mancini, qualche anno più tardi affermò di volersi astenere dal meglio precisare le critiche verso quei tribunali di guerra, per non essere costretto “ a fare rivelazioni, di cui l’Europa dovrebbe inorridire” (Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli, Milano, 1983, pag 287)

Alcuni deputati meridionali, accortisi dell’inganno piemontese, accortisi che i governanti erano i veri esecutori di assassinii perpetrati ai danni della gente del Sud, fecero le loro rimostranze alla Camera, ma era ormai tardi.

Molfese riferisce: ”è certo che la procedura seguita nei giudizi militari lasciò molto a desiderare ...”

Luigi Minervini, nel giugno del 1864, affermò alla Camera cose molto gravi... dichiarò di possedere tutti gli estremi, che del resto erano ben noti al ministro della guerra. Nei verbali dei dibattimenti, in generale risultavano soltanto le generalità dei testi a carico o a discarico, ma non le loro deposizioni. Erano stati condannati a morte colla fucilazione individui volontariamente presentatisi, minorenni non catturati in conflitto, individui non punibili per brigantaggio ma soltanto per reati comuni... mogli di briganti condannate ai ferri a vita... fanciulle inferiori ai 12 anni, figlie di briganti avevano subito condanne di 10 o 15 anni...” (Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli editore, Milano, 1983, pag. 287).

Angelina Romano, 9 anni, fucilata a Castellammare del Golfo di Trapani, pare che l'autore di detto scempio sia stato il colonnello Quintini, noto per aver fatto fucilare altre centinaia di meridionali e plurimedagliato per questo. Poi, Antonio Colucci, fucilato a 16 anni; Antonio Orsolino, 12 anni, condannato alla fucilazione per brigantaggio. Memorie storiche ci tramandano di un pastorello di soli 8 anni di Monte Sant'Agata, collina di Gaeta, fucilato perchè trovato con scarpe per lui grandi, ma piemontesi. Le aveva tolte dai piedi di qualche soldato morto.

Secondo i dati ufficiali resi noti da Petitti di Roreto, tra l’agosto del 1863 e il 31 dicembre del 1865 i tribunali militari giudicarono 10.666 persone di cui 2.901 nel 1863; 4.523 nel 1864; 3.242 nel 1865. Sempre secondo Petitti furono condannate 2.118 persone, ne furono rimesse ad altra giurisdizione 1.686, decedute in carcere 123, assolte 6.739. Dei 697 assolti del 1863, 270 vennero rimessi alle giunte per il domicilio coatto. Delle 1035 condanne del 1865, secondo i dati ufficiali, 55 furono a morte, 83 ai lavori forzati a vita, 567 ai lavori forzati a tempo, 2 alla reclusione militare, 306 alla reclusione ordinaria, 22 al carcere. (Franco Molfese, Storia del Brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli Editore, Milano, 1983, pag. 289)

Ma per lo più gli imputati o presunti tali non arrivavano mai al cospetto di un tribunale, venivano infoibati vivi, fucilati o uccisi per tentata fuga. Un vero massacro.

Ciò ci è confermato anche dal Molfese a pag. 291 del suo lavoro: “… quanti furono gli arrestati per la legge Pica? È praticamente impossibile stabilirlo. Le cifre di fonte governativa fornite alla Camera dalla commissione incaricata... sono ridicolmente esigue: 179 briganti e 941 manutengoli … a dicembre del 1863...”.

Cifre smentite dalla stampa e dalle notizie che penetravano nelle redazioni dei giornali. Il 24 ottobre del 1863 Giornale Officiale di Napoli annunciò che erano stati arrestati 34 sindaci, 61 magistrati e 80 ufficiali della guardia nazionale e secondo il Roma, soltanto nel Salernitano, fra l’agosto ed il novembre del 1863 erano stati arrestati 51 comandanti della guardia nazionale su un totale di 159 comuni. Nella sola Basilicata, nei soli primi sei mesi dell’applicazione della legge Pica vennero effettuati 2.400 arresti; di questi ben 375 uomini e 140 donne furono inviati al domicilio coatto.

Luigi Dragonetti scrisse a Silvio Spaventa che nella provincia dell’Aquila, ormai generalmente poco infestata dai briganti, erano stati arrestati 400 manutengoli. Si parlò di 12.000 arrestati e deportati. Nel settembre del 1863 erano già un migliaio gli inviati al domicilio coatto nelle isole dell’Elba, Gorgona, Capraia e Giglio. 47.700 carcerati, 15.665 fucilati in un anno.  (Franco Molfese, Storia del Brigantaggio dopo l’Unità, Feltrinelli Editore, Milano, 1983, pag. 291)

Lo storico e patriota Giacinto De Sivo ci fa sapere che durante il 1861, sotto il governo piemontese i misfatti quintuplicarono. Napoli, ormai diventata una delle 24 province meridionali, ebbe 4300 reati di sangue, con i Borbone mai erano arrivati a mille. Il deputato Ricciardi, il 27 giugno del 1862 disse in Parlamento che i carcerati, nella sola parte continentale dell’ex Regno delle Due Sicilie erano 47.700 e i fucilati furono 15.665. (Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner, Potenza, Vol. II, pag. 492)

Il Tribunale di Guerra di Caserta processò per “connivenza” la signora Maria Saveria Parente, di San Giovanni di Ceppaloni, in provincia di Benevento, di 52 anni, madre di sette figli; il 13 giugno del 1864 la condannarono a sette anni di carcere duro per aver fatto dormire nella sua stalla un suo compaesano, tale Carmine Porcaro, noto brigante del luogo. Costui, in una sera piovosa si era a lei presentato vestito da frate ricevendo accoglienza anche perchè irriconoscibile per colpa del buio e della pioggia.

La Parente, tramite l’avvocato fiscale, ricorse avverso la condanna alla Corte d’Appello di Torino col risultato di vedersi confermare dai signori magistrati torinesi la condanna di primo grado. Maria Saveria li scontò tutti. “Considerato in ordine alla competenza che il titolo del reato dianzi specificato di cui era la Parente imputata - recita la motivazione dei giudici - e per cui veniva condannata, non lascia punto dubitare che ai sensi della legge 7 febbraio 1864... rigetta il ricorso della Maria Saveria Parente...”. La Parente era stata arrestata nel dicembre del 1863, quindi avrebbe dovuto essere giudicata secondo le leggi allora in vigore, ma i magistrati torinesi... senza lasciar punto... rigettarono il ricorso della coraggiosa mamma sannita perché una legge del sette febbraio dell’anno seguente prevedeva ciò che non era previsto l’anno precedente. ( Archivio Centrale dello Stato, Roma, Tribunali Militari per il brigantaggio, Busta numero 55, fascicolo 735). Tutte le sentenze sono state fatte in nome di Vittorio Emanuele II. I Savoia sono avvertiti, anche se eredi di quella progenie, potrebbero essere processati per leggi successive a quelle esistenti oggi, o, ieri.

Donata Caretto, di 88 anni viene arrestata il 14 novembre del 1863 con l’accusa di aver procurato viveri al brigante Nicola Tocci della banda Caruso; il 2 luglio viene processata e condannata a sette anni di reclusione. Sia il tribunale di guerra di Caserta che quello superiore di Torino, che respinse il ricorso della Caretto, non contemplavano l’età di un imputato né la solidarietà cristiana innata delle popolazioni meridionali. Erano gli effetti della Legge Pica, e non solo. (Archivio centrale dello Stato, Roma, Tribunale Militare di Guerra di Caserta, cartella N° 30 Processo N° 153)

Antonio Colucci, 16 anni - A Baiano, il 12 marzo del 1862, fu fucilato Antonio Colucci, un contadinello di 16 anni. Il ragazzo, per evitare uno scontro sul suo terreno coltivato, avvertì i patrioti dell’arrivo della truppa piemontese. Preso e interrogato dai savoiardi raccontò la sua verità. Lo condussero davanti ad un tribunale di guerra che gli inflisse la pena capitale. Otto militi della guardia nazionale furono prescelti per l’esecuzione, fra di essi vi era anche il compare del ragazzo. I colpi dei militi sbagliarono il bersaglio, pensiamo volutamente, non colpirono il contadinello in erba; allora quattro soldati piemontesi, afferrato il ragazzo, senza pietà lo stesero a terra. Il padre del ragazzo, impazzito, fu tradotto in carcere. (Michele Topa, I briganti di Sua Maestà, Editrice Fratelli Fiorentino di Fausto Fiorentino, Napoli)

Orsolino Antonio, 12 anni, fucilato - Fratelli d’Italia, l’Italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa, dov’è la vittoria, le porga la chioma, che schiava di Roma Iddio la creò, stringiamoci a coorte, siam pronti alla morte… Su! Meridionali! Cantate a squarciagola l’inno nazionale; carabinieri, finanzieri, guardie di pubblica sicurezza, calciatori azzurri, su, cantiamolo forte, è l’inno di Mameli! Quale sentimento provarono i soldati del plotone di esecuzione che fucilarono Antonio Orsolino nato a Casalnuovo Monterotaro di Foggia, pastore ancora in erba, di anni 12 (dodici), domiciliato a Casalvecchio?

Fu preso sulle montagne tra Arienzo e Santa Maria a Vico il primo settembre del 1863 e giudicato dal tribunale di guerra di Caserta il 2 marzo del 1864 per il reato di brigantaggio secondo gli articoli 596 § 1 e 247 § 1 del Codice Militare. (Archivio Centrale dello Stato, Roma, Tribunale Militare di Guerra di Caserta, Cartella N° 37)

Il ragazzino andò fiero davanti al plotone di esecuzione, certo di imitare i suoi eroi, certo di aver difeso le sue pecore dalle ruberie piemontesi, certo di giocare a briganti e ladri, come si usava nel meridione. Aveva dodici anni! Tratto dal libro di Antonio Ciano " Le stragi e gli eccidi dei Savoia-esecutori e mandanti" .

DIARIO DI UN SOLDATO BORBONICO NELLE CARCERI ITALIANE

Il Diario, scritto dal colonnello Duca de Christen eroe della battaglia di Bauco, descrive le terribili ed angosciose vicende di un soldato borbonico fortunato in quanto francese nelle carceri italiane. Le agghiaccianti vicende sono di un periodo storico non ancora sotto la famigerata legge Pica, che legalizzò la rappresaglia verso civili ed interi paesi e lasciano intuire le immani sofferenze inflitte ai napoletani dallo Stato italiano coi suoi aguzzini bersaglieri e carabinieri. Celle piccole, buie senza finestre ed aria, senza letti e coperte, esposti al freddo e umidità intensa ed a vivere tra insetti ed escrementi e mangiar pane duro e acqua o sozza brodaglia, legati ad altri detenuti da 16 kg di catena ciascuno. Ecco il trattamento che i “liberatori, fratelli d’Italia” riservarono al popolo napoletano borbonico, che lottò per l’indipendenza. Un memoriale per i posteri meridionali e napoletani, affinché maledicano sempre l’Italia, i savoia, il tricolore.   Scarica DIARIO di un  SOLDATO BORBONICO       video LAGER di FENESTRELLE

Brigantaggio, legittima difesa del Sud

È necessario istituire una Commissione che controlli la quantità di fandonie contenute nei testi scolastici di storia? Sembrerebbe di sì, a giudicare dalla cultura "ideologicamente corretta" che dilaga tra i nostri studenti e dal tono acido di chi si è opposto alla proposta. È possibile che una mostra fotografica relativa a fatti avvenuti 140 anni fa metta in pericolo l’unità nazionale? Sembrerebbe di sì, a giudicare dal chiasso suscitato dalla mostra sul Risorgimento, presentata la scorsa estate al Meeting di Rimini, e dalle levate di scudi dei soliti noti "intellettuali". È normale, per un Paese democraticamente maturo, che ogni accenno al passato più o meno recente tocchi un nervo scoperto dell’intellighenzia locale e scateni reazioni vicine all’isterismo? Si direbbe di no, e allora, come mai in Italia questo avviene sempre? Forse perché nella nostra storia ci sono ancora troppi nodi non sciolti che, sebbene sepolti sotto vari strati di retorica, continuano ad emergere alla prima occasione, e rivelano tutta la propria centralità. Uno di questi nodi, forse il principale, risale al periodo immediatamente seguente all’unificazione d’Italia ed ha un nome spaventoso ed oltraggioso insieme: Brigantaggio. Cosa fu veramente il Brigantaggio e chi furono i briganti? Delinquenti o resistenti, malfattori o patrioti? Non è difficile intuire quanto vale la risposta a questa domanda e perché la questione Brigantaggio sia la prima da risolvere e la più dolorosa. Non solo in senso cronologico o per le migliaia di vite distrutte, ma perché l’interpretazione che ne fu data, e che è stata accettata dalla storiografia successiva, divenne la matrice dei rapporti tra Nord e Sud che si è perpetuata fino ai nostri giorni, e soprattutto perché ha radici profonde: se i briganti furono delinquenti, l’Italia nacque legittimamente, ma se i briganti furono patrioti e resistenti, allora è tutta un’altra storia. Un notevole contributo alla ricerca della risposta ci viene dal volume Brigantaggio legittima difesa del Sud, edito dall’Editoriale Il Giglio (Napoli 2000, pagg. 206, lire 30.000), che ha il notevole pregio di raccogliere per la prima volta insieme i nove articoli che la prestigiosa rivista dei Gesuiti, La Civiltà Cattolica, dedicò, tra il 1861 e il 1870, al cosiddetto Brigantaggio e alla terribile repressione che lo Stato unitario mise in atto per annientarlo. Impreziositi dall’indicazione degli autori (in originale erano anonimi), gli articoli rappresentano una fonte storica incontestabile per attendibilità ed autorevolezza e, nel loro insieme, costituiscono una documentazione imprescindibile per far chiarezza su un periodo della storia d’Italia che presenta più ombre che luci e sul quale vige ancora in parte il segreto di Stato. La rivista cattolica, infatti, nonostante fosse schierata su posizioni antiunitarie e, anzi, sin dalla nascita nel 1850, avesse dichiarato apertamente un intento antagonista rispetto alla imperversante stampa liberale, divenne in breve un punto di riferimento, per il rigore e la solidità delle trattazioni e per l’indiscutibile formazione dei collaboratori, anche in quei salotti intellettuali e in quei caffé che animavano la scena politica e culturale dell’epoca. I suoi articoli si ripropongono a noi, oggi, come un osservatorio privilegiato, attento ed obiettivamente critico della vicenda storica italiana. Cosa ci dicono del Brigantaggio i padri Gesuiti della "Civiltà Cattolica"? «Questo che voi chiamate con nome ingiurioso di Brigantaggio non è che una vera reazione dell’oppresso contro l’oppressore, della vittima contro il carnefice, del derubato contro il ladro, in una parola del diritto contro l’iniquità. L’idea che muove cotesta reazione è l’idea politica, morale e religiosa della giustizia, della proprietà, della libertà».

Non fenomeno delinquenziale, dunque, ma reazione del popolo contro un’invasione armata che lo spogliava del proprio Paese, della propria libertà, delle proprie ricchezze, del proprio legittimo Re. Il Brigantaggio, infatti, ebbe inizio letteralmente all’indomani della partenza per l’esilio del Re Francesco II di Borbone, avvenuta il 13 febbraio 1861; i paesi lucani di Tricarico, Montescaglioso, Stigliano, Lavello, Grottole, Laurenzana, Montemurro e Ferrandina si sollevarono il 15 del mese. In realtà, fino a quel momento, la popolazione non era stata inerte di fronte all’occupazione piemontese, ma aveva attivamente fiancheggiato le truppe dell’esercito borbonico. Dopo la resa di Gaeta, le sollevazioni popolari si moltiplicarono in tutti i distretti del Regno, in una sorta di reazione a catena, e si andarono radunando bande armate, formate da contadini, artigiani, ex soldati borbonici sbandati, piccoli signori locali. La guerra militare si trasformò in guerra civile, come scriveva padre Carlo Curci in un suo articolo. D’altra parte, la collaborazione dei Napoletani con garibaldini e piemontesi non era mai stata corale e anzi fu assolutamente inferiore anche alle aspettative degli stessi "liberatori". Il popolo, per la maggior parte, sin dal primo momento dell’invasione, fu ostile e prese le armi. Lo confermano anche le parole, riportate da padre Carlo Piccirillo, di un testimone d’eccezione, Nino Bixio, braccio destro di Garibaldi e in seguito deputato. In una seduta parlamentare sulla repressione del brigantaggio siciliano, Bixio, tra lo sconcerto generale, disse: «La libertà della Sicilia non è opera della sola Sicilia, è opera dell’Italia. Credete in me, vi dico la verità. Se le province d’Italia non avessero mandato alla Sicilia gli elementi che le hanno mandato, la Sicilia non sarebbe libera e noi non saremmo qui a parlare, saremmo stati strozzati. […] Eravamo circa quindicimila uomini: sei mila erano Veneti, cinque mila circa erano Lombardi, mille erano Toscani e tremila circa erano Siciliani. […] Mi si dirà che discorrendo di questi fatti, vengono fuori cose dolorose a sapersi. Ma il mondo è com’è, ed importa sempre conoscere il nostro Paese». Solo tremila siciliani collaborarono con i garibaldini, su una popolazione di due milioni e mezzo! Questa dichiarazione di Bixio, che da sola basta a sfatare la leggenda risorgimentale delle "grida di dolore" giunte fino a Torino, è registrata negli Atti Ufficiali del Parlamento, e padre Piccirillo ne dà tutti i riferimenti. La guerra dei briganti durò più di dieci anni e vide schierate quasi 500 bande, che riunivano da poche unità fino a 900 uomini. La repressione messa in atto dai Piemontesi fu violentissima sin dall’inizio, ma inefficace. Non bastò la metà dell’intero esercito italiano (120mila soldati), cioè 52 reggimenti di fanteria, 10 di granatieri, 5 di cavalleria e 19 battaglioni di bersaglieri, per avere ragione dei briganti; non bastarono neppure 7500 carabinieri e 84mila militi della guardia nazionale. Il nuovo Regno d’Italia schierò ben 211.500 soldati e inviò i suoi ufficiali di maggior rilievo, come il principe Savoia Carignano, Cialdini, Pinelli, Negri, eppure per molto tempo non riuscì a distruggere neppure una banda, nonostante decine di migliaia di esecuzioni sommarie e una feroce rappresaglia che coinvolse familiari e compaesani dei combattenti. Solo nei primi dieci mesi di combattimenti, furono fucilati 9860 briganti o presunti tali; 6 interi paesi furono dati alle fiamme (i più conosciuti sono Casalduni e Pontelandolfo); 13.629 persone furono imprigionate, la maggior parte senza processo. Come si potevano giustificare di fronte all’opinione pubblica italiana un simile schieramento di forze, tante atrocità e risultati tanto scarsi? Soprattutto, come si poteva giustificare l’accanita resistenza dei Meridionali contro i sedicenti "liberatori"? Quale spiegazione si poteva dare del fatto che le fila dei briganti continuassero ad ingrossarsi man mano che la piemontesizzazione procedeva? In Piemonte qualche dubbio cominciava a serpeggiare anche tra i liberali e i fautori del nuovo regno d’Italia; persino Massimo d’Azeglio scriveva: "[…] ci vogliono, e pare che non bastino, 60 battaglioni per tenere il Regno, ed è notorio che, briganti o non briganti, non tutti ne vogliono sapere. Mi diranno: e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, ma so che di qua dal Tronto non ci vogliono 60 battaglioni, e di là sì. Dunque dev’esser corso qualche errore". Così, nel 1863, fu istituita una Commissione Parlamentare d’inchiesta, presieduta dal deputato Giuseppe Massari, che, dopo lunghi sopralluoghi ed altrettanto lunghe riflessioni, elaborò una Relazione, nella quale venivano indicate le "vere" cause del brigantaggio: la miseria delle popolazioni, dovuta ovviamente all’oppressione borbonica; la particolare asprezza orografica di alcune regioni e la mancanza di senso morale, tipica delle genti meridionali, testimoniata dal fatto che essere brigante era quasi una tradizione locale (sic!). Il Parlamento preferì discutere la relazione in una seduta segreta. Forse perché neppure lo stesso Massari avrebbe avuto il coraggio di sostenere simili stupidaggini e menzogne di fronte alla stampa nazionale e soprattutto internazionale. La "Civiltà Cattolica" operò una serrata e acuta critica alle vergognose tesi del Massari, rilevandone falsità e contraddizioni. «I Briganti nel Napoletano non comparvero per lo addietro che in due epoche soltanto, nel 1796 cioè e nel 1806, vale a dire sempre e solo allorché lo spodestamento del loro Re legittimo, consigliò i più risoluti dei suoi sudditi ad opporsi colle armi in mano ai nuovi oppressori del loro Re – scrisse padre Carlo Piccirillo – Erano legittimisti che sorgevano a difendere una nobile causa, col pericolo della loro vita. Ritornarono i Borbone sul loro soglio e vi sedettero tranquillamente fino al 1860 e in tutto questo tempo non vi fu pure un solo caso di brigantaggio. […] Succede un nuovo assalimento di armi forestiere: ed ecco nuovamente in campo i briganti combattere ad oltranza gli oppressori del loro Principe sventurato. Tre volte dunque esulano detronizzati i Borbone dal loro regno e tre volte il brigantaggio leva il suo capo arditamente a loro sostegno». La ricostruzione storica del gesuita è impeccabile e la definizione di legittimisti restituisce dignità ai popolani briganti e ai nobili stranieri, come José Borjes, Rafael Tristany, Emile de Christen e tanti altri, che combatterono con loro e che furono chiamati "avventurieri". L’articolo di padre Piccirillo continua con la confutazione, punto per punto, della Relazione: se la popolazione era povera perché affamata dai Borbone, come mai non si sollevò contro di essi e si sollevava allora contro i "liberatori"? Le cupe boscaglie e gli aspri monti, causa, secondo il Massari, dello spuntare di funghi e briganti, non esistevano già al tempo dei Borbone? La povertà c’era, sì, ma meno che nel passato e non più che altrove: dunque, come mai essa aveva dato tragici effetti solo all’arrivo dei Piemontesi? Quanto poi alle altre cause, cioè lo scioglimento dell’esercito borbonico e la leva obbligatoria, indicate dal relatore come secondarie, non testimoniavano con forza che, piuttosto che soldati dei Savoia, i Meridionali preferivano essere Briganti e combattere per il proprio Re? Le tesi insulse e vergognosamente addomesticate della Relazione Massari ebbero come risultato la promulgazione della Legge Pica, che imponeva lo stato d’assedio e la corte marziale a tutte le regioni del Sud e la repressione militare del Brigantaggio, già di fatto praticata sin dall’inizio. Chiunque fosse anche solo sospettato di essere un brigante poteva essere passato per le armi senza processo; chiunque aiutasse o non denunciasse un brigante, comprese madri, mogli e figlie, era passibile dell’ergastolo; chiunque circolasse senza lasciapassare incorreva nell’arresto; le famiglie di presunti briganti erano condannate al domicilio coatto: questi i provvedimenti presi. Nei primi due mesi di applicazione della Legge Pica si ebbero 1.035 esecuzioni e 6.564 arresti; ragazzine di appena dieci anni, colpevoli di essere figlie di briganti, furono condannate a vent’anni di carcere e furono separate dalle madri, anch’esse imprigionate; intere famiglie furono smembrate e deportate. «La Legge Pica, unico frutto della Commissione d’Inchiesta sul Brigantaggio, ha potuto riempire le carceri e le isole di sospetti, ha potuto costernare terre e province intere con inaudite vessazioni d’ogni sorta, ma non ha potuto distruggere una sola delle bande armate, anzi al contrario le ha fatte più numerose, più ardite e, ciò che è per tutti ugualmente deplorabile, più crudeli» scrisse padre Piccirillo nel suo articolo. Gli anni tra il 1861 e il 1870 furono un lungo periodo di disumana violenza, durante il quale si seminarono disprezzo e odio; gli stessi soldati piemontesi ne furono travolti: ai 23mila uccisi in combattimento, bisogna aggiungere alcune centinaia di suicidi e poco meno di un migliaio di disertori, molti dei quali passarono dalla parte dei briganti. Sul fronte borbonico, invece, si contarono non meno di 250mila morti, tra combattenti, fucilati e prigionieri, e circa 500mila condannati; anche i deportati non furono certamente pochi, se entro il 1865 se ne contavano già 12mila. Finanche la storiografia corrente ha riconosciuto che la repressione contro il Brigantaggio ha fatto più vittime di tutte le altre guerre risorgimentali messe insieme. «Qual nome meriti una setta scellerata che, a nome della fratellanza nazionale, sguinzaglia ed aizza una parte della nazione a sterminio dell’altra, perché il sangue dei manigoldi e delle vittime sia titolo e strumento del suo dominio?» chiedeva nel suo articolo padre Carlo Curci, e noi con lui. Verso la fine del tremendo decennio, il Brigantaggio, decimato e incattivito, andò perdendo la spinta ideale che lo aveva animato e le bande rimaste si diedero, allora sì, ad atti di malavita, istigate anche dalla condizione di estrema povertà nella quale le regioni meridionali erano cadute e dalla nascita del latifondo, che toglieva ai contadini ogni possibilità di una sopravvivenza dignitosa. Solo da quel momento in poi, la repressione piemontese prese il sopravvento: il Brigantaggio fu debellato definitivamente e i Meridionali andarono a cercare una nuova vita nelle Americhe, avviando un fenomeno del tutto sconosciuto fino nel Regno delle Due Sicilie. Nel 1861, infatti, si contavano soltanto 220mila italiani residenti all’estero; nel 1914 erano 6 milioni. È inquietante, se si pensa che la popolazione dell’ex Regno napoletano era composta da 8 milioni di persone. L’esercito sardo aveva avuto la propria vittoria, ma non così il regno d’Italia: i briganti non erano distrutti, avevano trovato un’altra forma di resistenza, l’emigrazione.                                                                                                           Marina Carrese

Il 16 dicembre 1861, a Torino la Camera dei Deputati, in seduta segreta, discusse della drammatica situazione delle province meridionali, e decise un’indagine conoscitiva da affidare ad una apposita Commissione parlamentare. Il documento risultante, noto come Inchiesta Massari - Castagnola, fu letto in Comitato segreto il 3 e 4 maggio 1863 da Giuseppe Massari e Stefano Castagnola, la pubblicazione degli atti fu effettuata solo dopo la promulgazione della Legge Pica, approvata il 6 e pubblicata il 15 agosto 1863. Con la Legge Pica, si scelse di risolvere il problema con i Tribunali militari, competenti anche per i reati di presunto favoreggiamento, e con l’istituzione delle giunte provinciali per l’invio al domicilio coatto dei sospetti. La legislazione eccezionale, resterà in vigore fino al 31 dicembre 1865, data che segna ufficialmente la fine del “grande brigantaggio”, anche se bande più o meno isolate continueranno ad operare fino al 1870.

Con la Legge Pica si scatenarono ondate di arresti senza precedenti, nell’agosto del 1863 con la circolare n. 29, si attribuiva ad ogni “autorità militare”, la facoltà di ordinare l’arresto dei manutengoli (erano così chiamati i collaboratori). Le truppe impiegate nell’ex Regno raggiungeranno le 300.000 unità tra Esercito e Guardia Nazionale. Si poneva a discrezione di qualunque militare impegnato nella lotta al brigantaggio la facoltà di arrestare, giudicare e fucilare i sospetti. Oggi, a distanza di quasi centocinquant’anni da quei tragici eventi, la Storia dovrebbe poter narrare quei fatti e le gesta dei protagonisti dell’una e dell’altra parte senza farsi condizionare da odi o passioni di parte, con serena obbiettività, ma forse è ancora troppo presto.

Il 20 agosto 1862 venne proclamato, in seguito alle sommosse, lo stato d’assedio in tutta la Sicilia, e il 25 fu esteso a tutto l’ex Regno. Vennero soppresse la libertà di stampa e riunione, censurata la posta, arrestati i parenti dei briganti, i sospetti furono deportati in Piemonte. Si instaurò la dittatura militare. Nell’aprile 1864, nelle regioni meridionali si respirava un clima generale di terrore, le popolazioni furono sempre più impossibilitate a dare aiuto ai briganti, durante l’anno si fecero sempre più numerosi e duri gli scontri tra esercito e briganti, vengono sconfitte numerose bande in Basilicata, Irpinia e Capitanata. Fin dai primi mesi del 1860, il fenomeno del brigantaggio assunse dimensioni dilaganti e costrinse i piemontesi a portare il numero dei soldati impiegati nel Sud dagli iniziali 22.000 a un contingente di 50.000 nel dicembre del 1861, aumentato a 105.000 unità l'anno successivo fino a raggiungere il numero di 120.000 nel 1863. La lotta armata fra briganti meridionali e truppe dell'esercito regolare in cinque anni fece un'ecatombe di vittime assumendo le proporzioni di una guerra civile. Si calcola che tra il 1861 e il 1865 rimasero uccisi in combattimento o passati per le armi 5212 briganti e che ne siano stati tratti in arresto 5044. Occorsero misure severissime di pubblica sicurezza per stroncare definitivamente il brigantaggio e fu determinante al riguardo la "Legge Pica", che sottopose alla giurisdizione militare le zone di maggiore attività dei banditi. Venne proclamato lo stato d'assedio, con rastrellamenti di renitenti alla leva, di sospetti, di evasi e pregiudicati. Le rappresaglie furono atroci e sanguinose da entrambe le parti e spesso le masse furono coinvolte loro malgrado negli scontri pagando con la distruzione di interi villaggi e le fucilazioni senza processo di centinaia di contadini ritenuti a torto fiancheggiatori dei briganti. I briganti erano accolti col suono delle campane, con arazzi ai balconi, col. Te Deum in Chiesa, con balli, luminarie e fragore di mortaretti nei villaggi liberati.

Trentuno comuni avellinesi innalzarono la bandiera Borbonica. In vaste zone della penisola meridionale la guerriglia infuriava ovunque. La repressione delle truppe regolari e della Guardia Nazionale si fece spietata con la distruzione dei paesi e fucilazione sul posto dei briganti, che si muovevano a cavallo con grande mobilità. Battevano le truppe regolari con la sorpresa per poi sparire nell'entroterra in cui si muovevano come i pesci nell'acqua, a differenza dei loro avversari, isolati dalla popolazione da profonde diversità sociali e culturali. Nella discussione alla Camera, su interpellanza dell'On. Massari, apparve che la maggioranza moderata, non si era resa conto della gravita del fenomeno. Giuseppe Ferrari affermò che il brigantaggio "pesava ormai come un potere dello Stato". Difatti alle spalle delle bande era schierata gran parte della società rurale dominata dalla Chiesa e influenzata dai comitati borbonici.

La Guardia Nazionale, composta da elementi i cui interessi erano colpiti dal brigantaggio, fu dura nella lotta di repressione dei contadini ribelli. Nell'agosto del 1861, in soli sei giorni, nella zona di Teramo, vennero fucilati sul posto 526 contadini. In autunno Cialdini venne sostituito da La Marmora, con poteri militari e civili. Abolito l'istituto della Luogotenenza, si ebbe nel sud un vero e proprio governo militare. La politica di feroce repressione messa in atto da Cialdini e proseguita da La Marmora, suscitò alla Camera le proteste della Sinistra e degli stessi moderati meridionali.

Sul fronte parlamentare si ebbe una netta spaccatura dei deputati settentrionali in rapporto a quelli del sud, al di là delle rispettive posizioni politiche di destra e di sinistra. Le elezioni amministrative del 1861 avevano portato al potere in molti municipi delle maggioranze filoborboniche. Dell'inchiesta parlamentare risulta che circa i due terzi dei comuni erano in mano ai reazionari. Vennero sciolti 89 consigli comunali e 85 corpi di Guardie Nazionali, sospetti di collusione coi briganti. Non occorre sottolineare quale fu l'apporto delle masse contadine al fenomeno del brigantaggio: ne furono il cuore.

Il vasto movimento di assistenza alla guerriglia brigantesca fu chiamato manutengolismo. La magistratura si trovò in notevoli difficoltà perché buona parte dei magistrati era filoborbonica. Il fenomeno del manutengolismo era così ampio che non era possibile colpirlo e ridurlo soltanto a forza di sanzioni penali. Era l'atteggiamento antiunitario e autonomista di una parte della borghesia agraria ed era l'appoggio al brigantaggio dalle masse contadine che esprimevano il loro insoddisfatto desiderio di pane, di giustizia e di libertà. Fra il 1861 e il 1870, quando poté dirsi concluso il periodo del brigantaggio, è stato calcolato un totale di 388 bande in azione.

A seguito dei sempre più numerosi sconfinamenti dei briganti, nel territorio pontificio, venne firmato un accordo tra governo italiano e francese, avente ad oggetto la cattura dei briganti nei territori dello Stato Pontificio. Nel 1867 il 24 febbraio venne firmata a Cassino (con R.D. del 23 luglio 1863, fu cambiato il nome della città e San Germano divenne Cassino) l’omonima la Convenzione, tra governo italiano e Stato Pontificio, l’oggetto erano gli sconfinamenti dei briganti in quel territorio dopo le azioni di guerriglia. Ad aprile numerosi scontri vedono contrapporsi in Ciociaria briganti contro esercito italiano e pontifici. Si formano nuove bande. Nel 1870 vengono soppresse le zone militari in tutto il territorio delle Due Sicilie. Le bande godevano di estese complicità sia tra la popolazione che tra il clero regolare della zona.

Gli oppositori dell'Unità nel Regno delle Due Sicilie - L'unificazione forzata della penisola italiana, nel decennio dal 1860 al 1870, suscita ovunque resistenze e reazioni, in particolare nel Regno delle Due Sicilie, dove la lotta armata contro l'invasore assume proporzioni straordinarie. Pure in questo caso gli insorti, che combattevano contro l'imposizione di una visione del mondo estranea alle proprie tradizioni civili e religiose, sono stati bollati come briganti. La resistenza nel Mezzogiorno ha inizio nell'agosto del 1860, subito dopo lo sbarco sul continente delle unità garibaldine provenienti dalla Sicilia. La popolazione rurale, chiamata alle armi dal suono di rustici corni o dalle campane a stormo, rovescia i comitati insurrezionali, innalza la bandiera con i gigli e restaura i legittimi poteri. La spietata repressione operata dagli unitari, con esecuzioni sommarie e con arresti in massa, fa affluire nelle bande, che i nativi denominano masse, migliaia di uomini: soldati della disciolta armata reale, coscritti che rifiutano di militare sotto un'altra bandiera, pastori, braccianti e montanari. Nella primavera del 1861 la reazione divampa in tutto il regno e il controllo del territorio da parte degli unitari diventa precario. In agosto è inviato a Napoli, con poteri eccezionali, il generale del Regio Esercito del neo proclamato Regno d'Italia Enrico Cialdini (1811-1892), che costituisce un fronte unito contro la "reazione", arruolando i militi del disciolto esercito garibaldino e perseguitando il clero e i nobili lealisti, i quali sono costretti a emigrare, lasciando la resistenza priva di una valida guida politica. Il governo adotta la linea dura e il generale Cialdini ordina eccidi e rappresaglie nei confronti della popolazione insorta, decretando il saccheggio e la distruzione dei centri ribelli. In questo modo viene impedita l'insurrezione generale, e viene scritta una pagina tragica e fosca nella storia dello Stato unitario.

Dalla repressione all'emigrazione Con il sistema generalizzato degli arresti in massa e delle esecuzioni sommarie, con la distruzione di casolari e di masserie, con il divieto di portare viveri e bestiame fuori dai paesi, con la persecuzione indiscriminata dei civili, si vuole colpire "nel mucchio", per disgregare con il terrore una resistenza che riannodava continuamente le fila. Viene introdotto per la prima volta nel diritto pubblico italiano l'istituto del domicilio coatto, che risulta particolarmente odioso per la sua arbitrarietà. La moltiplicazione dei premi e delle taglie crea un'"industria" della delazione, che è un'ulteriore macchia indelebile nella repressione e ispira amare riflessioni sulla proclamata volontà moralizzatrice dei governi unitari nei confronti delle popolazioni meridionali. Attenzione particolare è dedicata alla guerra psicologica, condotta su larga scala mediante bandi, proclami e soprattutto servizi giornalistici e fotografici, che costituiscono i primi esempi di una moderna "informazione deformante". In questo modo viene distrutto il cosiddetto "manutengolismo", cioè quel vasto movimento di sostegno e di fiancheggiamento alla guerriglia, che rappresenta un fenomeno così ampio e articolato socialmente da non poter essere stroncato con il solo ricorso alla legislazione penale, anche se eccezionale. Infine, la proclamazione dello stato d'assedio, le uccisioni indiscriminate, il terrore, il tradimento prezzolato stroncano la volontà di resistenza della popolazione. Quando le bellicose energie sono esaurite, l'estraneità al nuovo ordine si manifesta più pacificamente, ma non meno drammaticamente, nella grandiosa emigrazione transoceanica della nazione "napoletana", che coinvolge alcuni milioni di persone.

Oltre la censura storiografica: le ragioni ideali e politiche Questo periodo doloroso della storia italiana è censurato e deformato da oltre un secolo. Un'interpretazione esauriente del complesso fenomeno del Brigantaggio deve considerazione che l'opposizione armata fu soltanto uno degli aspetti della resistenza antiunitaria delle popolazioni meridionali, che presentò contorni più vasti e profondi di quelli delle insorgenze napoleoniche. Dal 1860, la resistenza si presenta con l'opposizione parlamentare, le proteste della magistratura, che vede cancellate le sue gloriose e secolari tradizioni, la resistenza passiva dei dipendenti pubblici e il rifiuto di ricoprire cariche amministrative, il malcontento della popolazione cittadina, l'astensione dai suffragi elettorali, il rifiuto della coscrizione obbligatoria, l'emigrazione, la diffusione della stampa clandestina e la polemica condotta dai migliori pubblicisti del regno, fra cui emerge Giacinto de' Sivo (1814-1867), che difendono con gli scritti i calpestati diritti di una monarchia da sempre riconosciuta nel consesso delle nazioni e benedetta dalla suprema autorità spirituale. La resistenza armata è però il fenomeno più evidente, che coinvolge non soltanto il mondo contadino, ma tutta la società del tempo nelle sue strutture e nei gruppi che la componevano. Il brigantaggio coinvolse tutta la società meridionale del tempo, sia proprietari sia contadini. Il termine, quindi, di "guerriglia contadina", per definire il brigantaggio, andrebbe sostituito con quello di "guerriglia antiunitaria" tradizionalistica e rurale. Il meridione, in tutte le sue componenti sociali, ad esclusione di modeste frange, partecipò al fenomeno, inteso come reazione di rigetto nei confronti di una realtà storica diversa che, giunta con le armate garibaldine e piemontesi, era entrata in conflitto con la società tradizionale, come accadde a Bronte. Non vi fu adesione all'annessione: la si ritenne un'aggressione ad uno Stato legittimo quale il Regno delle due Sicilie. Il brigantaggio fu più uno scontro di civiltà che non uno scontro di classe anche se, come a Bronte, queste due dimensioni della lotta si possono ambiguamente confondere. Il fenomeno del brigantaggio esplose subito, prima ancora della conclusione delle operazioni militari di conquista del sud. La sopravvivenza della nuova formazione statale unitaria era stata così messa in discussione.

PER NON DIMENTICARE AFFINCHE’ IL LORO SACRIFICIO NON SIA VANO

 

Michelina Di Cesare - 27 anni - Il 30 agosto 1868 fu ferita combattendo per l’indipendenza del SUD, torturata ed uccisa dalle truppe italiane, come altri partigiani fu denudata, fotografata ed esposta in piazza del comune di Mignano come monito per le popolazioni.

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