Dopo queste misure la Casa di Carlo Rothschild, che s'era impiantata a Napoli al tempo dell'occupazione austriaca, e che vi aveva sviluppato importanti attività creditizie, tagliò i ponti e si trasferì a Londra. Morto Cavour nel giugno dello stesso 1861, i suoi successori moltiplicarono l'insultante devastazione del Sud. I beni della Chiesa, pari ad un valore effettivo di oltre un miliardo e mezzo (in un tempo in cui il bilancio annuale dello stato italiano non toccava i 160 milioni), furono regalati a una società di profittatori del regime, alla cui testa c'erano i vecchi sodali di Cavour: Giuseppe Balduino, Pietro Bastogi e Carlo Bombrini. Stesso scjalo che la speculazione tosco-padana già aveva instaurato con le ferrovie meridionali e con il monopolio dei tabacchi, e che di lì a non molto prolungherà con le società di navigazione, con le acciaierie e la cantieristica navale del Sud. In tale turbinio di imbrogli, il governo torinese chiuse anche l'officina di Pietrarsa che, nel 1863, il direttore del ministero dell'industria, il milanese ingegner Giuseppe Colombo (futuro fondatore della società elettrica Edison) giudicò essere l'unico impianto esistente in Italia atto a produrre materiale ferroviario. Riuscì anche a chiudere la fonderia della Ferdinandea e le officine meccaniche di Mongiana affermando che il loro esercizio era antieconomico. Tanto, che una ventina d'anni dopo, il governo savoiardo le regalò al sedicente conte Breda, un mangione ancora non noto al tempo di Cavour, che le usò per fondare l'italica acciaieria di Terni, di cui il patrio ammiraglio, Benedetto Brin, ridusse in una voragine di soldi pubblici e poi di dollari che gli emigrati mandavano da New York. Il costo maggiore per il Sud non fu la spoliazione del visibile, ma il drenaggio dell'argento meridionale, in cui era incorporato il capitale commerciale del paese duosiciliano e l'indebitamento dei meridionali a futura memoria realizzato nel corso degli anni. Il Galantuomo savoiardo, figlio non primogenito di un povero macellaio fiorentino, che lo aveva ceduto per poche lire ai Savoia, dopo aver fatto l’Italia voleva fare gli italiani senza neppure saperne la lingua, prese a spendere cifre inaudite per comprare cannoni e corazzate. Qualche anno dopo, l'indebitamento pubblico superava i quattro miliardi e mezzo. Come se l'Italia di oggi non avesse due milioni di miliardi di debito pubblico, ma venti milioni di miliardi (il conto in euro lo faccia Ciampi). Il capitalismo italiano (padano) non è nato producendo, ma fregando lo Stato, che nacque proprio per arricchire Lor Signori. Ecco la truffa che spiega il tipico malcostume italiano di governo ancora fiorente.  Le cartelle del tesoro (i Bot del tempo) erano la promessa di pagare cento lire alla scadenza, più un interesse annuo del cinque per cento. Siccome la fiducia in uno stato, nato già pesantemente indebitato, era scarsa, le cartelle venivano collocate sul mercato con lo sconto: cinquanta lire invece che cento. A comprarle non erano tanto i privati quanto le banche private. Comunque sia, al prezzo di cinquanta lire, l'interesse annuo effettivo non era più del cinque per cento, ma del dieci per cento. Il guadagno era grosso, e non finiva lì. Per spiegare il marchingegno, è opportuno premettere che la moneta ufficiale era la lira d'oro o d'argento. Però, in circolazione, d'oro e d'argento c'era ormai ben poco. Solo i duosiciliani opponevano una resistenza tardiva allo scippo dei loro ducati d'argento, ovviamente di (detestato) conio borbonico. La circolazione effettiva era costituita da banconote fiduciarie emesse dalla Banca nazionale - un'istituzione che volle rimanere privata - alla quale nel 1866 il governo (anzi il patriota napoletano professor Antonio Scialoja, ministro delle finanze in Torino) aveva accordato il corso forzoso, cioè la facoltà (per la Banca Nazionale) di non convertire in lire metalliche i suoi biglietti. Biglietti che peraltro neanche i padani volevano, tant'è che, sulla piazza di Milano, per avere 100 lire oro bisogna dare 125 in biglietti della Nazionale. Questa patriottica istituzione (la Banca Nazionale), voluta dal Conte Cavour, era l'unica a sapere come sarebbe finita, più carta emetteva, più ricca diveniva. Cosicché faceva di tutto per aiutare lo Stato ad indebitarsi. Lo faceva in questo modo: anticipava 100 lire in biglietti a chi le lasciava in deposito una cartella del debito pubblico, che in effetti ne valeva solo cinquanta. Chi aveva ottenuto le cento lire comprava due cartelle (lire 50 ciascuna) e le riportava in Banca per ottenere 200 lire in prestito, con le quali, spese nuovamente, acquistava quattro cartelle. La magia continuava: otto, sedici, trentadue… xn. Avendo speso 50 lire, al quinto giro si avevano già 800 lire di credito verso lo Stato, più 40 lire annue d'interesse. Insomma, una catena di Sant'Antonio in piena regola alle spalle del contribuente, per arricchire, anzi per far diventare la Banca Nazionale e i suoi consorti padani i veri padroni dello Stato italiano. Ovviamente furono gli italiani a pagare la vertiginosa cifra ascendente, sul finire del secolo, di ben 13 miliardi in conto capitale e a poco meno di un miliardo di interessi annui (al tempo in cui il pane costava trenta centesimi). Ma quali italiani? Quei poveri disgraziati che, come racconta Nitti, erano costretti, pagando allo Stato savoiardo una salata tassa, ad emigrare per il peso delle tasse sabaude, che toglieva loro il pane di bocca. Francesco Saverio Nitti, che pure lo sapeva meglio di chiunque, non ci informa invece che con le loro rimesse in valuta, quei poveracci, oltre a pagare il debito pubblico, spingevano in su il cambio della lira, tanto da portarla a un apprezzamento del cinque per cento sul franco francese. La qual cosa consentì ai signori Agnelli, Pirelli, Perrone, Falk e ad altri Loro Eccellentissimi Colleghi di procurasi macchine e impianti moderni in Inghilterra, Germania e Stati Uniti da collocare nel triangolo industriale padano, avviando la seconda biblica emigrazione dal Meridione al Settentrione. Il contributo del povero Sud alla formazione del capitalismo padano è stato molto più alto di quello del ricco Nord. Il tutto in cambio di calci dove il sol non luce.

LE ORIGINI DELLA CASTA - Il Risorgimento del malaffare

Nell’Italia di oggi si fa un gran parlare della "casta", e se ne descrive con dovizia di particolari il malcostume e le conseguenze di questo sulla vita della nazione. Ma nessuno indaga l’origine della "casta". Quando nasce e quando il suo modo di gestire la cosa pubblica ha cominciato a martirizzare l’Italia. Andando a ritroso nel tempo si scopre che la casta nasce con l’Italia unita, e in questi 150 anni ne ha sempre accompagnato le vicende.

Gli anni del Risorgimento sono un incredibile susseguirsi di scandali, ruberie, crimini, sperperi. Un nuovo paese viene costruito a forza, strangolando libertà e autonomie. Ci si appoggia alla mafia al Sud, si commissionano delitti al Nord. Poi, per sistemare tutti coloro che hanno partecipato all’impresa, si regalano incarichi, stipendi, gratifiche ad amici e conoscenti.

L’Italia che ne viene fuori è un piccolo mostro. E a guidarne i primi barcollanti passi sono uomini senza scrupoli, incapaci, corrotti. I garibaldini per furti e sciupio sono paragonati ai vandali. Garibaldi definisce i parlamentari italiani «epuloni governativi», e ancora molti anni dopo Salvemini chiama Giolitti il «Ministro della malavita».
Nulla è cambiato.
Gli errori commessi allora ci perseguitano ancora oggi, irrisolti. La classe politica è ancora corrotta, la malavita organizzata sempre attiva, sprechi e favoritismi continuano a scandalizzarci, la fama d’inefficienza ci accompagna ovunque.

Negli anni del Risorgimento la morale si è congedata dalla politica. La corruttela si è fatta sistema, ha impregnato ogni fibra della nuova entità statale, è diventata normale, necessaria. È nata una vera e propria casta, incapace di gestire la cosa pubblica, immorale, avida, intrisa di benefici, e apparentemente inamovibile…  Bianchini Braglia

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