PERCHE’ ODIARE L’ITALIA ED IL TRICOLORE

PRIMO PARZIALE ELENCO DI DEPORTATI

I nominativi qui riportati sono una piccolissima parte di quelli rilevati in innumerevoli documenti, registri e manoscritti. Nei documenti si rileva una costante incongruenza tra i numeri indicati dal Prefetto e dai Delegati del governo e i deportati effettivi. I numeri indicati dalle autorità sono di gran lunga maggiori e sono indicati nei registri dichiarati in uno dei tanti documenti a firma dal ministro Ubaldino Peruzzi, registri presso gli archivi storici del ministero degli Interni. Una infinita vergogna ed onta di cui i politici, le istituzioni, passate e presenti, gli storici ignavi sono responsabili. Tutti i ministri degli Interni hanno coperto col silenzio la deportazione di migliaia di meridionali nei luoghi di detenzione e nella schiavitù dei lavori in miniera, nei monopoli (campi e saline). Tutti sanno, basta leggere gli atti parlamentari, tutti hanno taciuto. Chi e cosa governano oggi le istituzioni di questo paese che non è mai stato realmente unito? Perché questa omertà dello Stato sui 150 mila documenti coperti ancora da segreto di stato? perché tanti intellettuali meridionali hanno taciuto l'operato di Silvio Spaventa (fratello di Bertrando e zio di Benedetto Croce)? Perché lo Stato e la Regione Piemonte hanno finanziato la riapertura del museo Lombroso dove sono esposti teschi di meridionali trasportati a Torino? I resti delle spoglie di quei teschi che fine hanno fatto?

Perché questo paese è immorale e non ammette di aver deportato migliaia di civili e praticato discriminazioni razziali 60 anni prima della Germania nazista?

Grazie all’impegno e sacrificio per cinque lunghi anni in ricerche negli archivi d’Italia da parte degli autori, L. Giovandone e M. Compagnino, in appendice del libro DEPORTATI si leggono i nomi di una piccolissima parte dei patrioti delle Due Sicilie deportati, che emergono dall’oblio della Storia a cui il feroce invasore italiano li ha condannati. Attendiamo che altri martiri delle Due Sicilie abbiano il loro giusto riconoscimento, affinché le loro sofferenze e sacrificio non siano stati vani.

Domiciliati coatti nelle carceri a Livorno e che devono essere tradotti in Sardegna:

16 giugno 1864

Frioli Maria, Iacobelli Michele, Calino Raffaele, Specchio Francesco, Mazzeo Raffaele, Petrillo Pasquale, Cervellara Francesco, Negro Felice, Dell'Erba ? (a Cagliari), De Matteis Giuseppe, Greco Arcangiolo, Gualtieri Achille, Mazza Giuseppe, Mignona Vincenzo, Di Pietro Vincenzo, Amato Vincenzo, Contaldo Carmine, Pandolfi Lorenzo (a Sassari), Amato Luigi, Maggio Donato, Pannunzio Pasquale (a Capraia), Greco Michele, Chirico Pasquale, Alfina Antonio (espulso dallo stato), Toro Giuseppe, Russigno Biagio, Auricchio Giuseppe (a Sassari), Di Gregoris Giacinto, Mandrino Giovanni, Avitabile Giovanni (a Sassari), Semerano Domenico, Notaro Fedele, Farina Ferdinando (a Cagliari), Stefanelli Ezecchiello, Giordano Francesco, Stampo Luigi (a Cagliari), Greco Giuseppe, Lo Bello Domenico, Zincone Vincenzo (a Cagliari), Vantaggio Vito, De Nigris Francesco, Menta Pasquale (a Sassari), Palumbo Tommaso, Russigno Domenica, Cagliandro Cataldo (a Cagliari), Mazza Eugenio, Angiullo Luca, Scudieri Pasquale (a Cagliari), Palumbo Oronzo, Denito Luigi, Samella Antonio (a Sassari), Roghera Cosimo, Cocetrone Domenico, Dell'Anna Giovanni, Pinto Francesco, Esposito Santo, Broglia Stanislao,

8 luglio 1864

Fresco Marianna Rosa di Benevento, Colangiuolo Vincenzo fu Giuseppe di Basilico. Colangelo Carmine e Alessandra scrivono al proprio figlio per comunicare che Rosa e Vincenzo non sono al carcere dei Domenicani, ne al Lazzaretto di S. Iacopo. Fresco Marianna Rosa di Benevento, Colangiuolo Vincenzo fu Giuseppe di Basilico. Colangelo Carmine e Alessandra scrivono al proprio figlio per comunicare che Rosa e Vincenzo non sono al carcere dei Domenicani, ne al Lazzaretto di S. Iacopo. Fresco Marianna Rosa di Benevento, Colangiuolo Vincenzo fu Giuseppe di Basilico. Colangelo Carmine e Alessandra scrivono al proprio figlio per comunicare che Rosa e Vincenzo non sono al carcere dei Domenicani, ne al Lazzaretto di S. Iacopo.

1 luglio 1864

Carte varie e dispacci di “traduzione” raccolte in unica cartellina colore carta da zucchero. Vecchi Nicola, De Matteis Giuseppe, Demaria Vincenzo vengono tradotti alle carceri dal Lazzaretto S. Iacopo ritenuti come promotori di disordini. Carte varie e dispacci di “traduzione” raccolte in unica cartellina colore carta da zucchero. Vecchi Nicola, De Matteis Giuseppe, Demaria Vincenzo vengono tradotti alle carceri dal Lazzaretto S. Iacopo ritenuti come promotori di disordini. Carte varie e dispacci di “traduzione” raccolte in unica cartellina colore carta da zucchero. Vecchi Nicola, De Matteis Giuseppe, Demaria Vincenzo vengono tradotti alle carceri dal Lazzaretto S. Iacopo ritenuti come promotori di disordini.

12 settembre 1864 invio coatti a Cagliari

Terra di Lavoro : La Peruta Antonio, Santoro Angiolo Antonio, Mangelli Raffaele, Mangelli Rosato, Lauretta Luigi, Conti Giuseppe, Di Franci Stefano, Gozzolino Emanuele, Giuliano Amodio, Perrino Antonio.

Campobasso : Cicconi Giuseppe, Di Manuele Pasquale, Quartullo Fiorangelo, Baronello Francesco, Vaccarello Nicola  a Tortolì, Marullino Romano a Tortolì, Celillo Gaetano, Pannocchio Antonio a Tortolì.

Avellino : Di Vincenzo Nicola, Bottillo Pasquale.

Salerno : Capozzoli Domenico, Di Rosa Carmelo Antonio.

Catanzaro : Catania Giuseppe, Ferile Agatino, Geraso Vincenzo, Serafini Chiarello, Romano Biagio, La Pera Pietro.

Basilicata : Traffirano Antonio, Serra Antonio, Pace Nicola, Spinosa Nocendo, Bologna Antonio.

Napoli : Vanacore Giuseppe, Mastrangelo Silvestro, Zavarese Majorano.

Restano nelle carceri giudiziarie di Livorno: Botti Gesualdo, Panochio Nicola, Sovillo Felice, Sovillo Vincenzo, Capacci Agostino, Manzo Luigi, Zaffarano Antonio.

7 ottobre1864

Portoferraio, Marinelli Vincenzo padre di Marinelli Marcantonia e Azzate Giuseppe, genero.

17 ottobre 1864

Giordano Cherubina con un figlio inviata a Cagliari per riunirsi al marito Cotugno Saverio.

9 novembre1864

Capraia - Di Martino Raffaele fu Antonio Pasquale, Di Martino Aniello fu Antonio da Castellammare (negoziante ammogliato). Gorgona: Di Martino Giuseppe. Rio: De Martino Luigi fu Francesco, De Martino Giovanni fu Filippo, De Martino Gaetano fu Filippo, De Martino Pasquale fu Francesco, De Martino Domenico di Pasquale, De Martino Luigi fu Giovacchino. Tommasulo Vito Antonio fu Pietro di San Fele (Basilicata) Sospetto manutengolo di briganti.

10 novembre1864

Rio nell'Elba - coatti presenti al 24 dicembre1864 n. 67. Locali in affitto al governo: locale detto del Municipio, locale Tamagni capienza 30, l'infermeria, un magazzino, il locale del comune detto del Portone capienza 30, Canovaro capienza 50. Dei 67 esistenti, 27 sono nell'alloggio del governo i restanti tutti in alloggi privati. Nel locale proprietà del comune detto del Municipio Marsicovetere sono relegati Vito Carcio e Carolina coniugi, Carnevale Pasquale e D'Ambrosio Rosa coniugi, Ferrara Raffaela madre della D'Ambrosio. Contratto casa Antola in scadenza (£ 3660 annue) alloggia 73 coatti, il 22.11.1864 sono presenti 66 coatti dopo la partenza di altri 92. Barbaro Lucia di Pasquale ritenuta al Giglio traslocata a Piombino per riunirsi al padre Barbaro Pasquale che ne aveva chiesto la riunione insieme al figlio Barbaro Vincenzo a Sagliano Micca (Biella). Salvatore Carolina (degente) traslocata dal Giglio a Piombino il 6.10.1864 per riunirsi al padre Salvatore Gaetano.

12 novembre1864

Petringa Domenico di Vincenzo da Catania in Capraia.

15 novembre 1864

Il ministero chiede informazioni per incerta dimora di 7 domiciliati coatti.Esposito Pasquale fu Vincenzo da Salerno celibe anni 22 traslocato dalla Capraia all'isola di S. Pietro. Esposito Pasquale fu Gennaro anni 40 di Napoli, bettoliere coatto traslocato da Capraia a Pantelleria. Esposito Pasquale d'ignoti anni 33 da Lecce  traslocato dalla Capraia all'isola di S. Pietro. Avitabile Antonio fu Filippo da Agerola (Napoli) in Piombino. Gentile Alfonso di Paolo da Agerola (Napoli) in Piombino. Scudiero Pasquale di Luigi da Napoli in Piombino. Busiello Giuseppe di Giacomo da Pollena (Napoli) in Piombino. Milone Gerolamo fu Trifone anni 54 Macale o Racale Gallipoli, legale in Portoferraio.

Rinaldi Giovanni Antonio ritenuto a Rio (Elba). Richiesta traduzione a Salerno dal min. Grazia e Giustizia come teste nel processo contro Basile Giuseppe di Centola, ma era stato “prosciolto per superata condanna... avendo egli la sola imputazione di manutengolo”. Criscuolo Anna Maria (madre) Criscuolo Maria Luigia (figlia) traslocate con determinazione ministeriale dal Giglio a Ponza per riunirsi al loro marito e padre Criscuolo Matteo pure coatto insieme al figlio Giuseppe.

8 dicembre 1864

Guglia Maria coatta al Giglio con N. 506 (Serre, Salerno), Nappi Francesco di Paolino (Nola, Caserta), Portoferraio. Manienti Vincenzo, Portoferraio. Laterza Fedele traslocato da Piombino a Gorgona. Centola Donato di Donato tradotto da Portoferraio a Pisa. De Vincentis Temistocle fu Teodorico (Filetto, Chieti) al n.52. Di Biase Pasquale. Ronchi Francesco fu Luigi (Solofra, Avellino), destinato a Pistoia (ex giudice di Tribunale, possidente (£ 21250) sospetto fiancheggiatore di briganti, banda Cianci). De Iuliis o Iules Matteo fu Raffaele, da Cava (Salerno). Il ministero dell'Interno ordina il rilascio del domiciliato coatto dall'isola di Capraia, dichiarato affetto da imbecillità da certificazione medica, rilasciato con l'ordine del prefetto di Livorno di traduzione a Napoli dai Regi Carabinieri per essere affidato ai parenti. L'8 dicembre 1864 il Delegato Governativo della Capraia Buniva, ordina che venga rinchiuso in un “pubblico stabilimento di correzione” e lo consegna alla “pubblica forza” e lo spedisce nelle carceri di Livorno a disposizione del prefetto. Il 17 dicembre 1864 viene tradotto dall'Arma dei Reali Carabinieri alle carceri giudiziarie di Palermo, il prefetto di Palermo scrive “Costui si mostra imbecille e continuamente ferma l'attenzione degli altri detenuti con pianti e lamenti”. Nocera Giovanni Casale Luigi da Napoli. Tardugno Maria fu Francesco da Marsico (graziata dal Giglio). Natale Filippo fu Raffaele da Fara Sanmartino, Abbruzzo citeriore (graziato art. 33 regol. Regio decreto 11.02.1864 dalla Gorgona). Rocco Claudio fu Michele di Bovino (Foggia) traslocato dalla Capraia a Recale (Terra di Lavoro) come guardiaboschi del Duca di Bovino. Tradotto con De Iulis Matteo alle carceri di Livorno a disposizione del Prefetto. Vacca Teresa di Donato da Rionero, Crocco Rosina (sorella del brigante Carmine Crocco) di Francesco da Rionero, Zaccagnino Maria Giuseppa fu Bartolomeo da Avigliano, coatte incinte trattenute a Livorno tradotte in carcere perchè destinate al Giglio. Matena Teresa fu Marcello da Torremaggiore (coatta al Giglio), madre del brigante Caruso Michele, sospensione del rilascio dal ministero Interni. Falce Anna Maria ritenuta al Giglio traslocata a Cagliari per riunirsi al marito, coatto a Cagliari, Pirillo Michele. Valletto Michelangelo trasferito dal min. Interni da Piombino a Rio per timore di evasione.

15 dicembre1864

elenco prefettizio domiciliati coatti che alla scadenza non devono essere rilasciati secondo le comunicazioni del Ministero (Provincia di Livorno).

D'Amrosio Rosa di Angeloandrea (Sicignano) in Rio, D'Acquisto Maria di Raffaele (Centola) in Giglio, D'Acquisto Rosolina di Raffaele (Centola) in Giglio, Buccella Domenico di Pasquale (Campagna) partito da Portoferraio 14 novembre, Battagliese Nicoletta di Giuseppe (Alfano) dal Giglio traslocata a Lipari, Cenno Giovanni di Gioacchino (Giffoni Vallepiana) in Capraia, Carnevale Pasquale di Antonio (Sicignano) in Rio, Cerino Maria di Carmine (Gauro) in Giglio, Cerino Gioacchino di Francesco (Giffoni Vallepiana) in Livorno, Ferraioli Alfonso di Domenico (S. Egidio) in Capraia, Ferrara Raffaella di Agostino (Sicignano) in Rio, Fuccito Maria Domenica di Domenico (Centola) in Giglio, Farao Maria Gaetana di Pietro (S. Biase) dal Giglio trasferita a Lipari, Greco Filomena di Pietro (Alfano) non esiste nelle isole, Iannone Catena padre incerto (Teora) in Giglio, Di Lascio Carolina di Michele (Acerno) dal Giglio trasferita a Piombino, Mirra Maria di Antonio (Campagna) in Giglio, De Maio Filomena di Michele (Campagna) in Giglio, Odato Francesca di Francesco (Controne) in Giglio, Retta Maria di Angelo (Alfano) in Giglio, Russo Maria di Pietro (Giffoni Vallepiana) in Giglio, Romeo Maddalena di Gerardo (Alfano) non esiste nelle isole, Ricciardi Maria Vincenza di Vincenzo (Controne) in Giglio, Ranauro Caterina di Sebastiano (Centola) 1° dicembre 1864 partita, Stabile Teresa di Nicola (Giffoni Vallepiana) in Giglio, Salerno Maria Antonia di Giuseppe (Acerno) in Giglio, Sansone Annamaria di Cesare (Novi Velia) in Piombino, Tardio Antonio di Paoli (Piaggine Soprano) non esiste, Tardio Filomena di Paolo (Piaggine Soprano) in Portoferraio, Tardio Paolo di Giuseppe (Piaggine Soprano) in Portoferraio, Tardio Teresa di Giuseppe (Piaggine Soprano) in Portoferraio, Iannese Paola di Antonio (Campania) in Giglio, 33. Trezza Angelamaria di Pietro (Padula) in Gorgona, Viscido Maria Giuseppa di Gaetano (Acerno) partita in ottobre, Amodio Concetta di Antonio (Campagna) in Giglio, Salerno Rosario marito di Di Lascio Caterina in Piombino.

22 dicembre1864

elenco domiciliate coatti fatto dal Delegato dell'isola del Giglio Giuseppe Lombardi “Elenco di quelle domiciliate coatte che dovrebbero essere ritenute fino a nuove disposizioni ministeriali a senso dei .... (strappato) officiale in data del 18 dicembre 1864 inviatomi da codesta Regia Prefettura, e ricevuta il giorno 22 dicembre detto, dopo che già di quà era partito il Piroscafo Postale due ore prima dell'arrivo della ... posta e la distribuzione delle rispettive lettere”. Elenco coatte che dovevano essere trattenute ma sono state inviate in altra sede (quasi tutte sono nell'elenco sopra citato):

29 dicembre 1864

Trattenuti oltre i termini di detenzione: Prospero Agostino o D'Agostino di Lorenzo, Iorio Antonio fu Salvatore, Terminio Sozio di Biagio, Ferrara o Fenara Maria Gaetana di Pietro, Salerno Rosario, Di Lascio Carolina (coniugi), Stabile Teresa, Ricciardi M. Vincenza (dal Giglio a Piombino).

5 gennaio 1865

Iorio Giuseppe fu Giovanni, pecoraio anni 44 (Oliveno, Salerno), Casuta M. Gaetana di Pietro, Farao Maria Gaetana di Pietro maritata a Domenico Ferrara, coatta al Giglio (sorella di Farao Domenico coatto a Piombino), Caiorra Giovanni, Battaglini Niccoletta.

DEPORTATI

Il 25 agosto 1863, con la pubblicazione del Regolamento d'Attuazione della legge Pica, il governo Minghetti I e il ministro dell'Interno Ubaldino Peruzzi nominarono Silvio Spaventa segretario generale e iniziarono la deportazione di civili dalle province del meridione. Migliaia di persone nascoste e dimenticate, da oltre un secolo attendono un ritorno alla luce, attendono di riavere una identità ed un riconoscimento dal degrado della vita umana relegata al domicilio coatto. Migliaia di uomini negati dalla storia, nascosti e coperti da 150 anni, uomini che attendono il riscatto della dignità di esistiti. Migliaia di persone attendono dal purgatorio dove sono state gettate una forma simbolica di rivalsa per la barbarie subita. Il 20 agosto 2013 la cancelliera Angela Merkel visitando l'ex campo di concentramento di Dachau dove fra il 1933 e il 1945 vi furono internati oltre 200.000 detenuti, di cui quasi un quarto morirono, ha dichiarato “La memoria di questi destini mi riempie di profondo dolore e vergogna”. Quel sentimento civile della vergogna in senso morale che la politica italiana non ha mai avuto. Nessuno dei governanti italiani ha mai rivolto parole in memoria delle migliaia di deportati dai governi del regno. Nessuna parola dei presidenti della repubblica italiana di riconoscimento morale per migliaia di deportati, al contrario nel 2010 lo stato italiano ha speso 4 miliardi di euro per celebrare i 150° dell'unità. Si è celebrato i risorgimentali che alla guida del paese furono responsabili della deportazione politica, oggi la propaganda li da per fondatori della patria. È urgente chiedersi perché hanno taciuto, e cosa aspettarsi dalle generazioni di governanti italiani che hanno coperto la vergogna e l'infamia della deportazione di civili messa in atto 60 anni prima della deportazione razziale tedesca. Lo stato italiano, in nome dell'unità, festeggia la guerra civile e gli eccidi dell'esercito ordinata dai governi unitari contro le popolazioni civili delle province meridionali? Perché la politica, le istituzioni, i governi italiani da più di 150 anni continuano a coprire con il segreto i documenti dell'epoca, non vogliono ammettere l'immane tragedia, il crimine contro l'uomo di una intera classe politica e militare che deportò al domicilio coatto nelle isole di tutti gli arcipelaghi, nelle carceri, nei forti, negli edifici ecclesiasti requisiti, negli stanzoni e nelle case prese in affitto da privati migliaia di civili inermi? Perché i governi usarono una parte dei deportati come schiavi per le miniere, per le saline, per i campi di coltivazione delle manifatture tabacchi o di privati? Al lettore, al cittadino italiano, spetta il giudizio sulla politica e le istituzioni passate e le attuali da cui discendono e che in diverse forme governano da oltre 150 anni. Urge abbandonare la retorica statalista che ha deportato i nostri avi, pretendere verità dai governi, urge studiare i documenti dell'epoca e conoscere i fatti reali, urge conoscere vicende storiche gravi e drammatiche che videro protagonisti i governanti post unitari, urge raccontare gli accadimenti così come si sono verificati, senza avere più timore di soffermarsi su episodi che possono apparire spiacevoli o discutibili. E’ questa la forza di un paese, di una democrazia che vuole essere compiuta Passeranno anni perché si capisca questo studio, anni di contrasti, non sarà compreso nell'immediato, passeranno anni perché si accetti e se ne comprenda a pieno il contenuto. Una parte della verità storica è emersa nelle nostre mani e solo ora capiremo le fondamenta distorte su cui è nata l'unità italiana. Tutti hanno taciuto. Finalmente emerso il ruolo di Silvio Spaventa (zio di Benedetto Croce) nei fatti storici unitari.

Castellammare fu teatro di esecuzioni e deportazione, ci sono le prove. C'è Teresina Crocco sorella di Carmine Crocco insieme ad altre donne, c'è Luigia Cannalonga la madre del Brigante Tranchella, Di Giffoni Vallepiana c'è Stabile Teresa con i suoi due bambini... Pubblicate le prime 10 pagine dei nomi di deportati del Risorgimento. Migliaia di deportati, uomini, donne, bambini, lattanti nei lager degli arcipelaghi e nella terraferma.

INTRODUZIONE

Il sordo rumore di centocinquanta anni di silenzi. Domiciliati coatti come prigionieri politici nell'unità d'Italia, una realtà italiana di deportazione di civili taciuta ed oscurata.

Cap. 1 -Teoria e pratica della deportazione nel Risorgimento – Ministri dell'Interno e governi Girolamo Boccardo, Vincenzo Garelli, Carlo De Cristoforis, la continuità del pensiero economico nell'Italia attuale, liberismo e società capitalistica. Condizioni di vita nelle colonie. Domiciliati coatti deportati per Decreto Regio come detenuti politici, mai giudicati da alcun tribunale. Misure coercitive cruente, a scopo repressivo, firmate da Ubaldino Peruzzi durante il governo Minghetti:

                - Legge 15 agosto 1863;

                - Regio Decreto 20 agosto 1863;

                - Regolamento della L. 15 agosto 1863. Art. 3 della legge 25 agosto 1863;

                Luoghi di relegazione, isole e terraferma dai documenti di Archivi di Stato. Quadro completo ed organigramma dei governi e dei ministri dell'Interno (dal 17 marzo 1861, fino al 25 marzo 1876), fautori e i responsabili della deportazione iniziata da Minghetti e Peruzzi, a partire dal 25 agosto 1863.

Cap. 2 - Coatti ai ferri come forzati. Rapporto del Delegato Gallo, coatti messi ai ferri come galeotti. Regolamento per la deportazione ai luoghi di relegazione. Lo stato monarchico italiano, nato e ispirato dai nobili principi del Risorgimento li mise in atto deportando migliaia di individui.

Cap. 3 -    Bettino Ricasoli, Ubaldino Peruzzi, Silvio Spaventa;

                Profili dell'azione dei tre uomini nell'azione di governo.

Cap. 4 -    Silvio Spaventa, Segretario generale del ministero dell'Interno a capo della Div. 1° Sez.1° Ufficio del Domicilio coatto.

Cap. 5 - Deportazione naufragio del risorgimento. Giunte consultive provinciali, delegati del governo e domicilio coatto politico. Il segreto di stato sui documenti dell'Unità, ministero dell'Interno del Regno, Art. 2 del Regio Decreto 2918, dove sono i documenti? Ordine S. Maurizio e Lazzaro.

Cap. 6 - Vita da coatti - le carte dei coatti. Coatti le origini: oziosi e vagabondi, manutengoli di briganti, camorristi. O De Blasio. Istituto del domicilio coatto. Luigi Settembrini. Le isole dell'arcipelago Toscano, il programma di scolarizzazione. Al lavoro come forzati nelle miniere, nelle saline, nei campi di tabacco per i monopoli di stato, nei campi di proprietari privati.

Cap. 7 -    Coatti schiavi e politiche economiche. Le teorie economiche e sociali dei governi sabaudo-piemontesi.

Cap. 8 -    Repressione e diritto, Vito D'Ondes Regio.

Cap. 9 -    Deportazione all'estero.

BRIGANTE O EMIGRANTE: Da mancati deportati all’estero ad emigranti per l’oltreoceano. Una strategia savoiarda per liberarsi di scomodi cittadini, usati come braccia conquistatrici per l’espansionismo savoiardo, che risanerà parzialmente l’immenso deficit economico grazie alle rimesse degli emigranti ed alle tasse che questi dovevano pagare per fuggire dall’Italia.

ITALIANI

Pochi intensi capitoli mostrano le storiche fondamenta distorte dell'unità d'Italia, un apparato istituzionale imposto sin dall'inizio con la forza della repressione militare, fucili, baionette, sangue, deportazione.

L'attuale Repubblica e l'unità d'Italia: riflessione su strani, inquietanti paralleli dei fatti politici che adombrano una conduzione unica da 150 anni di storia.

Ricasoli e gli assalitori: finalmente chiarita la vicenda che ha visto duri scontri tra studiosi e accademici. Assalitori è il termine esplicito usato da Ricasoli, la prova in un biglietto firmato. Il caso è chiuso.

Elezioni e funzioni del primo parlamento: atti del parlamento italiano non si conoscono i componenti della Camera, risultati dell'inchiesta della commissione alla Camera, gravi irregolarità al regolamento della camera per la nomina di alcuni Deputati.

Le carceri: fotografia attraverso i documenti dell'epoca della situazione carceraria post unitaria, uso massiccio del governo Sabaudo della strumento della detenzione, dati statistici e considerazioni.

Festeggiamenti dei 150 anni: Perchè il sud Italia non aveva da festeggiare nei documenti a stampa, Enciclica di Pio IX, saggio di Biagio Cognetti 1868 i paesi degli eccidi, Giacomo Margotti settemila fucilati a Napoli. 

Leggi e Decreti Regi della monarchia Sabauda: Elenco di alcuni dei primi decreti regii preparatori agli atti politici e militari per l'annessione.

LA LEGGE PICA

(1863-1865)

I CRIMINI DI GUERRA DELL’ITALIA UNITA NEL SUD

Un fiume di sangue. Massacri, tribunali speciali, fucilazioni, arresti di massa, deportazioni in lager anche all’estero. La testimonianza di Inorch Scorangef. «Lo Statuto Albertino, vale a dire “la legge fondamentale, perpetua ed irrevocabile della monarchia”, va ulteriormente in contraddizione quando, nel 1863, entra in vigore la Legge Pica». «Dopo la promulgazione della Legge Pica si celebrarono 3.600 processi con circa 15.000 imputati. I numeri forniti dal Ministero dell’Interno al 1865 si raddoppiano e parlano di 5.212 fucilati e circa 10.000 arresti. Le cifre non furono e non sono a tutt’oggi definitive». Dopo l’invasione del 1860-61, i piemontesi compresero che la gente del Sud li stava combattendo con uno slancio così esteso, coraggioso e tenace, da far vacillare le fondamenta del nuovo regime. Come nel 1799, la borghesia parassitaria, prima giacobina e poi liberale, aveva puntato sulle baionette straniere per consolidare, contro la politica sociale dei Borbone, le usurpazioni delle terre ai danni dei contadini e per avere mano libera nelle sue attività antisociali. Scatenò, così, una repressione sanguinaria e brutale, durata fino al 1870, che divenne vera e propria pulizia etnica, affidata a un esercito di almeno 120.000 uomini, oltre a circa 80.000 guardie nazionali. I deputati meridionali al parlamento di Torino non fecero nulla per tutelare i diritti e le legittime istanze delle popolazioni rurali. Del resto, moderati e democratici, di governo o di opposizione, erano essi stessi usurpatori delle terre demaniali. La Legge Pica, approvata il 15 agosto 1863, fu il tentativo di istituzionalizzare il terrore in atto nel Regno delle Due Sicilie occupato e di dare ad esso una parvenza di legalità. Arresti arbitrari, fucilazioni sommarie, tribunali militari formati all’istante, fattispecie di reato così generiche da poter essere applicate a discrezione, autorizzazione a formare bande armate di mercenari che fiancheggiassero l’esercito invasore, introduzione delle liste di sospetti, compilate dai notabili liberali. Una mostruosità giuridica che sancisce ufficialmente la clamorosa disparità di trattamento fra sudditi del Centro-Nord, per i quali valgono le garanzie dello Statuto Albertino, e sudditi del Mezzogiorno, per i quali esse sono carta straccia.Contro queste norme infami, si leva l’indignata protesta di Inorch Scorangef, pseudonimo di un magistrato insofferente al nuovo regime. Una

coraggiosa critica che testimonia i patimenti di un popolo, cui un’aggressione di stampo coloniale stava imponendo, con l’aiuto di mafia e camorra, un sistema antimeridionale, burocratico e poliziesco. Generando una sfiducia del popolo nelle istituzioni dello stato, che da allora non è più cessata. Geatano Marabello, giornalista, ricercatore storico - 2014.

L'altra guerra: storie di briganti e di sangue - «Cosa avrebbero fatto le SS di Himmler se qualche villaggio si fosse proclamato antitedesco e antifascista? Be’, i piemontesi fecero nel 1860 e negli anni successivi la medesima cosa, ma ci misero più impegno». Molti anni prima dei suoi epigoni, nel 1972 fu lo scrittore Carlo Alianello a paragonare per primo i soldati piemontesi alle SS. Bersaglio delle sue parole a tinte forti, la feroce repressione che insanguinò il Mezzogiorno all’alba dell’unità nella guerra civile del brigantaggio. Di quegli anni e delle sue migliaia di morti, furono gli eccidi e le distruzioni nei villaggi meridionali le pagine più vergognose. Le truppe regolari, diventate ormai italiane ma che al Sud si continuò a chiamare «piemontesi», si comportarono come in un territorio conquistato. Furono 80 i villaggi distrutti, secondo le cifre che il deputato milanese Giuseppe Ferrari, federalista convinto, citò in Parlamento nel 1861. Un elenco con molte località campane e lucane, come Venosa patria di Orazio, Basile, Monteverde, San Marco, Rignano, Spinelli, Carbonara, Montefalcione, Auletta. I bersaglieri entravano nei centri abitati che ritenevano conniventi con le bande dei briganti e facevano terra bruciata. Al loro fianco, si distinse la Legione ungherese, che era stata con Garibaldi nella spedizione al Sud ed in quei mesi veniva utilizzata per la repressione della rivolta contadina del brigantaggio. Negli scritti dei comandanti militari, le violente motivazioni alla repressione. Il generale Giuseppe Gabriele Galateri ad esempio annunciò nel giugno 1861 che «chiunque non collabori con la forza pubblica per scoprire la posizione e i movimenti dei briganti vedrà la casa saccheggiata e bruciata». Gli «indifferenti» in quella guerra spietata venivano considerati complici, come teorizzò il maggiore Pietro Fumel. Sul giornale «Il commercio», si elencarono 16 paesi saccheggiati e incendiati dall’estate del 1861 all’autunno del 1862. Erano i comandi militari i veri padroni della vita e della morte di chi viveva nelle zone del brigantaggio. Poteri illimitati, poi giustificati dalla legge speciale del 1863: la famosa legge Pica. Nel luglio del 1861, la Legione ungherese, acquartierata nelle caserme di Nocera e Pagani e riconosciuta corpo militare autonomo alle dipendenze del ministero della Guerra, ebbe l’incarico di riconquistare Montefalcione in Irpinia dove la gente cominciava ad inneggiare a Francesco II di Borbone, re in esilio a Roma. Gli ungheresi arrivarono a Montefalcione il 9 luglio del 1861. Si suonarono le campane per lanciare l’allarme, la gente fuggiva, terrorizzata dalla fama spietata di quelle truppe. Qualcuno decise di resistere e furono decine i morti massacrati dai soldati. Il giornale «Il Nazionale» scrisse che «fu fatto orribile macello per le vie e le campagne». Il periodico liberale «La bandiera italiana» aggiunse impietoso: «La strage dei briganti ha espiato queste nostre dolorose perdite con immane ecatombe. Non è dato quartiere a nessuno e bene sta. È ora di liberare i paesi da questi irochesi». A Montefalcione, i morti accertati nella repressione furono 44. Nei giorni successivi gli ungheresi proseguirono a Lavello, poi a San Fele. Una circolare del VI dipartimento militare diffusa il 22 aprile 1863 dava indicazioni precise: «Si fucilino entro 24 ore i briganti armati che resistono». Fucilazioni a più non posso senza andare tanto per il sottile. A Montecilfone, nel Sannio, furono bruciate le case e uccise 60 persone. Stessa sorte per il paese di Pescolamazza in provincia di Avellino. Nel suo famoso e prezioso diario, il generale Enrico Cialdini annotò: «Nell’incendio di Auletta, più di 100 uomini tra i briganti uccisi». Nei soli primi nove mesi di unità, furono 6 i paesi incendiati e 918 le case distrutte. Ma è l’eccidio di Pontelandolfo quello più conosciuto. «Il generale Cialdini non ordina, ma desidera che di Pontelandolfo e Casalduni non rimanga più pietra sopra pietra», spiegò il generale Carlo Piola Caselli, capo di Stato maggiore del VI gran comando al maggiore Carlo Melegari. Il Matese e il Sannio erano in fiamme: 88 bande con l’assalto di 32 paesi, 49 scontri a fuoco con 63 militari e 36 civili uccisi. La rivolta aveva interessato un territorio ampio. Dominava la banda di Cosimo Giordano, che arrivò a Pontelandolfo nei giorni della festa di San Donato agli inizi dell’agosto 1861. I liberali erano fuggiti, la situazione degenerò con quattro morti vittime di vecchi conti da saldare e vendette personali. L’11 agosto, da Campobasso partì l’undicesima compagnia del 36esimo fanteria guidata dal tenente livornese Cesare Augusto Bracci. Era una ricognizione, ma i soldati si addentrarono nei paesi con leggerezza e tra Pontelandolfo e Casalduni ne vennero uccisi 41. Solo in tre riuscirono a scampare. Una commissione d’inchiesta successiva bollò come «inspiegabile» il comportamento di Bracci, che si era fidato troppo dei paesani. La rappresaglia scattò subito. Fu affidata al colonnello vicentino Pier Eleonoro Negri Il colonnello Gustavo Mazé de la Roche scrisse: «Stante la severa lezione che si ebbe a Pontelandolfo e qualche arresto fatto, lo spirito si è qui rialzato e tutto è rientrato nello stato normale». Il generale Raffaele Cadorna vi aggiunse la sua «più sentita soddisfazione». Solo tredici i nomi conosciuti delle vittime, che furono non meno di 164 secondo i giornali dell’epoca. Il 2 dicembre 1861, dell’eccidio parlò in Parlamento Giuseppe Ferrari, raccontando che solo tre case si erano salvate dalla distruzione. Oggi, Pontelandolfo si è proclamato «Comune martire d’Italia». Il giovane tenente Gaetano Negri, futuro sindaco di Milano, scrisse a casa: «Gli abitanti di Pontelandolfo commisero atti di barbarie, ma la punizione loro inflitta, seppure meritata, non fu meno barbara».

 

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