Noi vogliamo un federalismo extra-strong. Puntiamo a quella forma di Stato federato teorizzata da Miglio nel 1990. Allora poteva sembrare eversivo. Oggi può diventare realtà, perché rappresenta la piena attuazione della normativa giuridica europea. Certo, bisogna aggiornare il quadro. Non più le tre macroregioni, ma tre Euroregioni: Padania, Centro, Sud "

Stati Uniti del Sud - Insomma, c'è già chi lavora per una Italia, una e trina, dal volto diverso. Ma cosa vorrebbe dire una macroregione o una euroregione meridionale, una sorta di federazione degli Stati uniti del Sud, così come propugnava Cattaneo? Più o meno 20 milioni di abitanti, un terzo della popolazione italiana, un solo presidente, un solo Consiglio regionale e una sola Giunta. Il Sud avrebbe le carte in regola per poter dialogare alla pari, non solo col governo nazionale ma anche con quelli europei, e soprattutto con quelli del Mediterraneo, interlocutori naturali. Una sola grande regione che potrebbe vantare un enorme patrimonio di beni culturali (Palazzi Reali di Caserta, Napoli e Palermo e l'Ottagono federiciano di Castel del Monte), i tesori archeologici di Pompei, Ercolano, Paestum e Agrigento, le Università d'eccellenza, i Centri di ricerca, l'Istituto marottiano di studi filosofici e quello crociano di studi storici nonché quanto di meglio esiste in Italia in materia di bellezze naturali. E, ancora, gli unici vulcani d'Europa, il Vesuvio e l'Etna. Una terra ricca di risorse che potrebbe tornare ad essere, come già fu agli albori della sua storia moderna, con Federico II, uno dei luoghi più belli e più sviluppati culturalmente, d'Italia e del mondo occidentale. Gli imprenditori meridionali, anticipando i tempi della politica, qualcosa del genere l'hanno già attuata. Almeno nel settore turistico. La macroregione turistica si chiama South Italy, e mette insieme gli imprenditori turistici e alberghieri di otto regioni del Sud (Abruzzo, Molise, Basilicata, Campania, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna) che con la benedizione dei rispettivi assessorati regionali al turismo hanno creato un marchio unico e un portale per veicolare con maggiore forza contrattuale la promozione turistica e aprire al mondo una finestra sul Sud Italia. Per il turismo, così come per altri settori c'è infine la questione fondi europei, troppe volte male utilizzati o restituiti al mittente. Troppe volte la politica meridionale non ha avuto il tempo e la capacità di presentare uno straccio di progetto. L'ennesima occasione mancata.

IL FUTURO E’ NELLA NOSTRA MEMORIA

NICOLA ZITARA CI HA LASCIATO

IL PADRE DELL’INDIPENDENTISMO DEL REGNO DELLE DUE SICILIE

2 ottobre 2010 - Prima di tutto abbiamo perso l’amico, quindi il più grande neomeridionalista della prima ora che, analizzando con rigore il passato è riuscito a sintetizzare il futuro della Patria Napolitana con lucidità, attraverso un linguaggio crudo e deciso. Benché di estrazione marcatamente di sinistra, egli si definiva un “Legittimista Indipendentista Borbonico”. Fu il primo assertore della teoria del “filo reciso della nostra storia” da riannodare esattamente dove era stato spezzato dagli invasori del 1860. “Ogni popolo deve essere libero di impiccare o di glorificare i propri re: nessuno può surrogare questo diritto inalienabile”. Questo era il suo teorema che la diceva lunga su come e quando operare l’indipendenza e chi avrebbe dovuto prendere la guida della nostra Patria una volta resa libera. Ora Nicola è andato nella luce del Signore, la sua presenza fisica ci mancherà maledettamente, ma non il suo pensiero che è ormai già da tempo nostro e che resterà per sempre una pietra miliare della nostra Causa.

Cap. Alessandro Romano

SALUTO A NICOLA ZITARA

Ciao Nicolino,

come mi avevi chiesto un anno fa, sono qui a ricordarti in questo triste giorno.

Che dire di te? Parto dall’inizio.

Ti ho conosciuto nell’estate del 2002, in occasione della presentazione del libro di Vincenzo Gulì, “Il Saccheggio del Sud”.

Eri là nel pubblico ad ascoltare la conferenza, ma io non  lo sapevo né ti conoscevo. In quell’occasione, a fine conferenza, ho fatto il mio primo intervento in una manifestazione culturale.

Avendo sentito relazionare che dopo l’invasione sabauda, il Sud era stato spogliato di tutto: soldi, industrie, banche e dignità e che, a tutt’oggi, continua questo malefico esercizio, ho chiesto all’autore del libro cosa bisognasse fare per uscire da questa drammatica situazione.

Una voce dal pubblico irrompeva, era la tua, e gridasti: “uno Stato Nostro!

Il caro Vincenzo Gulì mi disse: “ Ti ha risposto Nicola Zitara”.

Da quel giorno incominciammo a conoscerci; quindi, insieme ad un gruppo di amici decidemmo di venire a casa tua: volevamo fondare un’Associazione Culturale dedicata alla Storia delle Due Sicilie e subito pensammo a te come presidente. Tu, con la tua modestia di sempre, dicevi: “ non è il caso, meglio che lo faccia uno giovane il presidente, io sono vecchio”. Ma la presidenza dell’Associazione ti spettava dopo tanti anni di lavoro e di militanza per le Due Sicile, la tua Patria!!!

Nel gennaio successivo abbiamo costituito l’Associazione Culturale Due Sicile di Gioiosa Jonica e tu sei il Presidente.

Da allora abbiamo fatto tantissima strada insieme: convegni, presentazioni di libri e viaggi in giro per il Nostro Antico Regno, sempre per portare avanti le nostre idee, per il bene ed il riscatto della Nostra Gente e per poter giungere al tuo sogno ed a quello delle persone che ti hanno voluto e ti vogliono bene, che ci hanno creduto e ci credono ancora, l’INDIPENDENZA.

Di cose da ricordare ce ne sarebbero a centinaia, ma il tempo è tiranno in tutto, quindi, ne voglio ricordare solo due.

In occasione della presentazione ufficiale del tuo libro “ O sorece morto”,  si disse, con la massima pacatezza, la verità su Garibaldi.

Costui non era affatto l’eroe dei due mondi, ma un mercenario assoldato dalla potente massoneria torinese per invadere, conquistare e depauperare il Millenario  e florido Regno Delle Due Sicile.

Con la sorpresa di tutti, dal pubblico non si levò una sola nota polemica o di contraddizione, ma soltanto dei scroscianti applausi.

Era il segno che qualcosa stava cambiando: la gente incominciava a sapere.

L’atro ricordo memorabile è la conferenza svoltasi a Pizzoni (VV), dove venivano ricordati i fatti del ’99 e si rendeva omaggio al Cardinale Ruffo, bistrattato dalla storiografia ufficiale, ed onorato dai suoi Figli del Sud per aver scacciato l’invasore straniero (francese) ed aver riportato i Borbone sul trono dei loro Padri.

Tra i relatori c’era chi difendeva tenacemente i “suoi” falsi eroi e ridimensionava la figura del Ruffo.

Non ci hai visto più, sei balzato dalla tua sedia e lo hai fatto letteralmente “pezza vecchia” con i tuoi excursus storiografici, ed infine gli dicesti di leggersi Francesco Saverio Nitti, che certamente non era un filoborbonico.

E’ stata una serata memorabile, non la dimenticherò mai.

Adesso voglio ricordare la tua esemplare umanità.

La tua casa era e sempre sarà un porto di mare.

Eri la gentilezza fatta persona, buono e gentile con tutti, eri  sempre disponibile al dialogo ed a dare preziosi consigli, Gran narratore non solo di storia, ma anche di fatti, aneddoti  e peculiarità di persone sidernesi  e non, con cui hai avuto dei rapporti di fraterna amicizia. Persone che anch’io, grazie a te, ho avuto la fortuna di conoscere e tra i quali voglio ringraziare il tuo caro amico Sergio Lupis, per il grande affetto che ti ha sempre dato.

Eri un uomo del popolo, la gente ti amava e ti amerà per sempre.

Una volta mi hai raccontato con molta gioia che un bambino ti riconobbe per aver visto la tua foto sul settimanale “La Riviera”.

Tu stavi a passeggio sul lungomare con il tuo adorato cane. Il bambino ti fermò e ti disse: “Tu sei Nicola? Ti ho riconosciuto dal cappello”.

Ecco, questo era Nicola.

In oltre 40 anni di impegno per il Meridione, hai conosciuto tanti amici, ma anche tanti sciacalli; i quali, specialmente dopo la tua malattia, ne hanno approfittato in modo indegno per poter farsi nominare eredi delle tue idee e dei tuoi programmi. Ma, Grazie a Dio, non ci sono riusciti e non ci riusciranno mai. Solo i tuoi amici di sempre ed i Legittimisti porteranno avanti i tuoi programmi, gli altri li terremo a distanza, come abbiamo sempre fatto.

Tu ci hai illuminato la strada, ce l’hai spianata, hai un merito Enorme.

Da oggi, grazie a te, il popolo Meridionale ha riacquistato la Sua Dignità, che ci era stata tolta con la forza, con la morte e con l’inganno.

Non sei morto invano, ma hai seminato tanto e noi abbiamo raccolto. Semineremo ancora, te lo prometto qui davanti a Dio.

Tu ci guarderai e ci guiderai dal cielo. Ed un giorno, tutti insieme faremo festa con te, brindando alla Nostra Nuova e ritrovata Indipendenza.

Concludo come avresti fatto tu:  Viva ‘O ‘Rre

VIVA NICOLA                                                                                                                                                                                                               Franco Zavaglia

SE IL SUD FOSSE INDIPENDENTE

Sarebbe tra gli Stati più poveri dell’Unione Europea, così da beneficiare ancora degli ingenti FAS (fondi europei per le aree sottosviluppate), che dal 2013 non godrà definitivamente, poiché l’Italia è la quinta potenza industriale al mondo. Da rilevare l’enorme contraddizione di tale dualismo tra aree italiane. Godrebbe in esclusiva delle risorse provenienti dall’estrazione di idrocarburi e gas, Basilicata e Sicilia coprono circa il 25% del fabbisogno energetico italiano, a totale beneficio dell’imprenditoria settentrionale e ricevono compensi per meno della metà di quanto negli anni cinquanta le compagnie petrolifere USA e di GB erogavano ai paesi arabi. Importo che Mattei definì “una miseria”. Avrebbe la possibilità di favorire le proprie industrie ed imprenditori nelle commesse per le infrastrutture al Sud, ora a totale appannaggio delle grandi imprese settentrionali, che da sempre drenano i fondi nazionali e UE destinati alle opere nel Meridione. Svilupperebbe un’economia in grado di produrre in loco l’80% dei prodotti, che importa dalle regioni oltre i confini delle Due Sicilie. Gestirebbe l’80% delle infrastrutture residenziali turistiche (villaggi, residence)  attualmente controllati da imprese settentrionali. Svilupperebbe una politica economica, che darebbe slancio alle attività produttive agro-zootecniche, sacrificate dalla politica UNIONISTA a tutto vantaggio delle imprese settentrionali. Si creerebbero le condizioni ottimali per la rinascita di un serio settore creditizio, come fu leader mondiale 150 anni fa con il Banco di Napoli e di Sicilia, svendute a Banche del nord. Un mercato di 20 milioni di meridionali potrebbe, a ragione, essere un temibile competitore per il resto del paese Italia e di gran lunga supererebbe altre economie mondiali, come quelle dei paesi scandinavi, Austria, dell’estremo oriente e tanti altri. Proprio tali prospettive fanno comprendere i timori, che si celano nelle litanie, che il presidente della repubblica italiana predica sulla necessità di un’Italia unita, divenuta così quinta potenza economica al mondo, ma solo per l’area del centro nord.

BASTA. L’UMILIAZIONE DI ESSERE CORNUTI e MAZZIATI DEVE FINIRE

Da centovent'anni il Sud vive in condizione di permanente mancanza di lavoro. Il Sud è senza lavoro perché non controlla il proprio risparmio. Non può usarlo per realizzarsi come paese moderno. Questo vincolo, però, viene dallo Stato italiano, stato falsamente nazionale che ha assolto la funzione storica di assicurare buoni profitti alle aziende e il pieno impiego dei lavoratori nelle regioni padane. Oggi lo stato di Ciampi, di Amato, di Prodi, di D'Alema, lo stato nordista della Confindustria, guida dette regioni - forti nei confronti del Sud, deboli nel confronto con l'economia tedesca - a inserirsi nel sistema capitalistico europeo con il minor numero di morti sul campo. Al Sud hanno voluto quattrini, strade, città d'arte, benessere, garanzie: e Napoli canta. Canta la lupara. C'è in giro gente che a cinquant'anni non ha mai visto un lavoro e una paga. Dal 1975 ad oggi, una generazione - 4 milioni di persone - è stata profondamente ferita. Fra dieci anni la prossima generazione si renderà conto d'essere stata interamente bruciata. Il Meridione è grande tre volte la Svizzera, l'Austria, sette l'Irlanda, due il Belgio. Non siamo troppo piccoli per essere uno stato indipendente. I lavoratori meridionali non sono di Serie B. Sono lavoratori del primo livello mondiale. Dovunque sono stati, e sono, apprezzati e amati. Buoni per l'efficiente Germania, la versatile Inghilterra, la strutturata Francia, l'agonistico mondo americano e per l'Australia, oggi i loro figli e nipoti sono inseriti nelle classi superiori e dirigenti. Mario Cuomo è stato vicino a essere presidente degli USA. Il SUD, INDIPENDENTE, avrebbe un tasso di sviluppo di fronte a cui quello della Corea sarebbe un'inezia. La classe lavoratrice inoperosa di cui dispone è tanto avanzata che in pochi anni il Sud supererebbe il prodotto interno lordo delle regioni settentrionali. Chi leggerà il saggio (Tutta l'égalité), su www.duesicilie.org/index-F3.html troverà un'esposizione sul tema dello stato indipendente e vedrà che il separatismo di cui si parla appartiene a una categoria politica nuova. Alla sua base l'idea neosocialista che la funzione essenziale dello stato è ancora quella che ispirava i nostri progenitori elleni e la politica delle loro città-stato: la piena occupazione, cosa che è tutto l'opposto dello stato-azienda nazionale del capitale. Il nostro socialismo parte dalla lezione di Marx, ma va oltre, depurando il progetto di ciò che aveva di macchinoso, astratto, disumano. Non è lontano dal liberalismo giuridico - dal diritto naturale - ma confligge con il liberismo amorale degli utilitaristi anglosassoni e con l'attuale arlecchinata globalista. E' immorale che un uomo lavori al servizio di un altro e che quest'altro lo espropri in parte del guadagno che il valore aggiunto dal suo lavoro comporta nello scambio del bene prodotto. Viviamo in un mondo fatto di merci e dominato dallo scambio, la libertà di vendere e comprare è una libertà primaria. La proprietà dei beni prodotti e riproducibili, di macchine, attrezzi, danaro e del capitale liquido è fondamentale, è illiberale la proprietà della terra, delle acque e dell'aria, che si configura come monopolio. Non c'è economia moderna senza uno stato indipendente. Lo sanno gli americani che da quando si liberarono del Re d'Inghilterra sono arrivati ad essere la piú prospera nazione del mondo. Basta. Siamo un grande popolo. Siamo alle origini della civiltà occidentale in tutti i campi. L'umiliazione di essere cornuti e mazziati come Pulcinella deve finire. Si fotta lo stato italiano, e con esso la classe degli ascari che il governo nordista foraggia per usarci come idioti della patria milanese.                                                                                     Nicola Zitara

NICOLA ZITARA

Le disavventure in cui i meridionalisti s'imbattono in occasione delle ricorrenti tornate elettorali dello Stato italiano hanno portato le nostre interne contraddizioni a esplodere. E' infatti assurda la pretesa di partecipare alla vita pubblica senza altro progetto che farsi eleggere a qualcosa. I fiaschi amareggiano, ma ancor peggio sarebbe un successo finalizzato a portare borracce ai mestatori dell'Italia padanista. Andrebbe sprecato sull'altare della vanità e del vaniloquio il proficuo lavoro di recupero culturale fatto fin qui.  Le motivazioni politiche e umane del separatismo sono state esposte parecchie volte. Si è detto che non è questione di bandiere, di fanfare, di uniformi, di dinasti, e meno che mai di lingua e di cultura. Niente che abbia a che fare con Dante con Michelangelo con Cesare Beccaria con Gaetano Donizzetti con Alessandro Manzoni con le nevi delle Alpi o con le nebbie della Palude Padana. E neppure con gli altri italiani qualunque. L'indipendenza riguarda la funzione regolatrice dell'ente Stato nell'economia, nei rapporti sociali, nella vita privata, sul risparmio, sul destino degli individui e delle famiglie, sull'onore di ciascuno, nelle finalità che un paese libero si prefigge. Relativamente al nostro paese, principalmente la produzione, che sta alla base dell'occupazione. Una nazione unitaria per cultura, per religione, per principi morali, per lingua e territorio può dar luogo a più formazioni sociali, cioè a collettività che in un momento dato si pongono finalità pratiche diverse. E' il caso italiano, con un Centronord che gode della piena occupazione, che anzi importa manodopera extracomunitaria per coprire i vuoti demografici e che si prefigge un più alto grado di competitività internazionale, utilizzando a tal fine anche il risparmio e le altre risorse che le popolazioni meridionali possono offrire, e un Sud che non controlla le proprie risorse e che versa in un miserando vuoto produttivo e occupazionale.

Il punto di partenza dell'indipendentismo risiede nel diritto/dovere di rispettare il nostro passato, i nostri morti, le risorse che da loro abbiamo ereditato e il nostro stesso lavoro, che stiamo buttando al vento. Il punto di arrivo è una profonda rivoluzione sociale.

Per un'estrema esigenza di chiarezza ribadisco ancora una volta che il progetto separatista non configura un'azione militare contro chicchessia, all'interno o all'esterno del paese. La fondazione di un nuovo ordinamento giuridico s'impernia intorno al riordino del peso politico ed economico che hanno le classi sociali nel nostro sistema, il quale è stato fissato d'autorità dall'esterno e contro l'interesse generale, al momento dell'unificazione sabauda, e mai riequilibrato in appresso. Lo Stato è impersonato e diretto dagli uomini, o per essere più precisi dalle classi storicamente dirigenti. Da questo angolo visuale il paese meridionale ha il problema negativo di dover soggiacere all'arrangismo, al parassitismo, al loggismo, alla strategica e programmata inefficienza di una borghesia priva di un proprio status economico, e pertanto sempre disposta ad allungare la mano per una mancia lasciata cadere da Roma, da Milano, da Genova. Inutile nascondersi dietro il dito. La nascita dello stato meridionale comporta una rivoluzione contro i discendenti ed eredi spirituali di quei generali, ammiragli, maggiori, capitani, avvocati, medici, notai, poeti e filosofi, che svendettero la patria e rinnegarono il giuramento fatto, per i quattro soldi che gli emissari di Cavour e i consoli inglesi distribuivano nelle città e nei porti duosiciliani. In primo luogo il Sud deve condurre una rivoluzione morale che ristabilisca fra la sua gente l'idea d'onore privato e pubblico ….

L’irrinunciabilità e l’urgenza di uno Stato Meridionale indipendente

L’Italia è una società che sta andando in pezzi. Reagiscono soltanto gli stronzobossisti che, come i corvi de “La peste”, si lanciano a satollarsi sulla carogna in putrefazione. Lo stesso sindacato è un reale nemico del Sud perché si allea effettivamente con la parte egemone del territorio italiano, dove garantisce la Cassa Integrazione Guadagni, mentre malignamente dimentica la disoccupazione meridionale. Il Mezzogiorno paga duramente la crisi per l’assenza di un suo stato indipendente. Ma cos’è lo stato? Qual è la funzione nella nazione di appartenenza (o eventualmente in un mondo con un solo stato)?

La funzione dello stato cambia al cambiamento dei rapporti giuridici di produzione. Stato è una parola astratta che si concretizza, secondo i dettami dei giuristi, in un territorio, in un popolo e nella sovranità su entrambi. I primi due elementi sono intuitivi, il terzo elemento è alquanto complesso e mutevole nel tempo. La sovranità non è infatti riducibile al potere militare né a quello di esercitare la giustizia penale e civile. Neanche possiamo restringere gli aspetti economici della sovranità al fatto fiscale e alla spesa pubblica. Lo stato, o meglio il potere umano che lo dirige, invade settori vastissimi della economia privata e familiare.

La Grecia antica e Roma fondavano colonie per offrire terreni coltivabili alla popolazione in soprannumero. Altri esempi: a Roma repubblicana e imperiale vigevano calmieri per ogni derrata alimentare. L’Annona distribuiva pane, olive e olio ai proletari. Nel Regno di Napoli, e credo dovunque, il prezzo del grano era fissato per decreto reale. Si tratta di esemplificazioni, relative al passato, ma basta avere un’idea del contenuto di un codice civile di qualunque nazione moderna per convincersi che lo stato disciplina ogni aspetto dei rapporti di produzione e di scambio. Per un diverso aspetto, attraverso la spesa pubblica interviene direttamente nella vita economica e nelle attività capitalistiche della nazione. E’ questo potere che sta alla base dello storico divario tra Nord e Sud dello stato italiano. Fu infatti il governo unitario ad evirare il Banco delle Due Sicilie e a permettere alla Banca Nazionale di Genova e di Torino di moltiplicare per cento la sua circolazione fiduciaria; furono i governi nazionali a stroncare la rivoluzione agraria in atto nel Meridione al tempo della guerra doganale con la Francia. Più vicino a noi è il caso della Ricostruzione postbellica a partire dal 1946-1947 allorché il Sud fu sacrificato sull’altare del rilancio del triangolo industriale Genova-Torino-Milano e delle cooperative emiliane. Del tutto attuale è la clamorosa  beffa del dirottamento delle risorse comunitarie, destinate al Sud, a favore delle industrie centrosettentrionali in crisi.

Oggi in Italia più del 50% delle risorse prodotte nazionalmente sono incassate e ridistribuite dallo stato. La cifra può spaventare ma bisogna riflettere anche che i servizi pubblici e la spesa per investimenti migliorano l’esistenza attuale e quella futura. Diversamente che nelle società contadine i sistemi tributari moderni non affamano i produttori-consumatori ma si limitano ad incidere il surplus prodotto da ciascun membro della società.

Popolazione e territorio sottoposti ad una sovranità non sono uniformi. Esiste un cliché dell’italiano o del francese ma si tratta di cliché fasulli. Ci sono i ricchi, i poveri, i meridionali, e i settentrionali, i capitalisti e i proletari, le zone di alta occupazione e le zone di disoccupazione. Spesse volte queste ultime sono create deliberatamente da chi governa. Si sostiene che alla partenza una o più regioni di un Paese nel momento dell’avvio del suo decollo industriale esprimessero dei gruppi dirigenti più agguerriti; che disponessero di vantaggi geofisici, ad esempio: fiumi navigabili, miniere di ferro o di carbone. In Italia questo tipo di vantaggi fu legato alle cascate alpine al tempo della prima industrializzazione. Logicamente tali richiami servono a farci dimenticare la politica di emissioni cartacee bancarie fortemente favorevole alle regioni del triangolo Liguria-Lombardia-Piemonte. Nella stessa Napoli borbonica l’interland napoletano, che era il più avanzato industrialmente a livello italiano, fu fortemente favorito dalle emissioni di carta bancaria da parte del Banco delle Due Sicilie. Fatta l’unità d’Italia, la Nazione Napoletana e la Nazione siciliana (Siculi e Jtalòi ) perdettero ogni difesa militare e quindi bancaria. La difesa militare si trasferì ai confini della Padana col risultato di mettere il Sud nelle mani di un esercito nemico. La secolare attrazione centripeta di Milano su tutta l’area padana e sulle sue città ex capitali partorì una capitale d’Italia diversa da Roma nella pratica, anche se non nella forma. Roma divenne un emissario politico degli interessi specifici delle classi capitalistiche emergenti in Padana. Questa è storia nota più o meno a tutti.

Il problema che qui si vuole evidenziare è che la degradazione di Napoli da capitale di uno stato a capoluogo di provincia coinvolse i settori capitalistici emergenti al tempo di Ferdinando II. Questi non ebbero la forza politica, sebbene disponessero di risorse sufficienti, di mettersi alla pari con la classe dirigente padana e di pretendere, ed imporre, che l’intero Mezzogiorno sostenesse se stesso e non lo sviluppo padano.

Il ritorno all’indipendenza è necessario e urgente per sopperire allo squilibrio che dura da 150 anni. Oggi il Sud gravita economicamente sulla sua efficienza coloniale, la quale ha due aspetti fondamentali. Il primo è la distribuzione dei prodotti industriali, agricoli e del terziario padano, dalla quale ottiene il cosiddetto ricarico commerciale, il valore aggiunto che va al terziario locale. L’altra fonte di sussistenza è la corruzione clientelare. La Regione Lombardia ha 4000 addetti, la Regione Sicilia, un po’ meno popolosa, ne ha 23000. Ovviamente si tratta di assistenza carpita all’intera nazione, ma ad essere corrotti non sono solo i politici siciliani. La politica nazionale, non volendo affrontare i problemi siciliani ha creato una classe “cuscinetto” a favore dell’unità politica. Discorso consimile si può fare per tutte le mafie meridionali, le quali si adoperano a calmierare le possibili ripercussioni sociali e politiche della disoccupazione con un drenaggio di profitti realizzati nelle altre parti del Paese e, pare, in tutto il mondo. Il punto nevralgico del discorso è proprio l’inoccupazione meridionale. Statisticamente nel Nord italiano sono attive 67 persone (su 100 in età di lavoro), mentre il Sud ne ha meno del 50%. La differenza di 17 punti percentuali suggerisce che l’inoccupazione colpisce 3.500.000 lavoratori su un totale di 20.000.000 di abitanti. Uscire da questa trappola non è, a rigor di logica, impossibile, basterebbe produrre le sedie su cui ci sediamo, i chiodi, i profilati ferro, le lampadine, i libri scolastici e non scolastici, i computer, i televisori, le biciclette, i palloni di cuoio e le palle di gomma, e molte altre cose ancora tutt’altro che appartenenti all’empireo della modernità. Ma dove troveremo le risorse per fare tutto questo? Faremo come fece Ferdinando IV restaurato e come fece l’Italia unita: fonderemo lo sviluppo sulla moneta creditizia e sulla accumulazione primitiva bancaria.                                                                                                                                                             Nicola Zitara

ESISTONO LE RISORSE PER UN SUD INDIPENDENTE

Le formazioni sociali evolvono in forza del progresso tecnico. Questo si muove, di regola, in forma lineare, ma è capitato anche che lo facesse per salti, in modo rivoluzionario, sia in avanti sia all’indietro (Medio Evo). Il balzo avanti più vicino a noi è dato dalla Rivoluzione industriale, la quale ebbe inizio sul finire del ‘700 ed è ancora in fase di svolgimento. L’Asia continentale solo da una quarantina d’anni a questa parte l’ha raggiunta, ora la sta raggiungendo l’America latina e ancora la deve raggiungere parte del Continente africano. L’Italia meridionale ha registrato, in questo campo, un modesto avvio e poi è stata bloccata per il venir meno del capitale di partenza accumulato dallo Stato duosiciliano. Il capitale di partenza, o accumulazione primitiva, o accumulazione originaria, o accumulazione selvaggia – a seconda delle visioni dei trattatisti – in Inghilterra e in Francia è stato, almeno in parte, formato dal commercio mondiale e dai saccheggi coloniali. I paesi che hanno seguito l’esempio inglese e francese hanno invece dovuto fare ricorso ad altre forme di accumulazione. La Germania e il Giappone hanno beneficiato del patriottismo e della razionalità del grande padronato fondiario, l’Italia e gli Stati Uniti, invece, hanno potuto formare una loro accumulazione originaria creando una colonia interna attraverso, nel primo caso, una guerra di unificazione, e nel secondo caso, con una guerra di secessione. In entrambi i paesi sono state le Banche d’emissione a creare i mezzi cartacei di pagamento (banconote) in sostituzione dell’oro e dell’argento, spogliando così gli agricoltori e specialmente i contadini. In verità, un forte processo di accumulazione capitalistica attraverso la carta bancaria si ebbe nel Regno delle Due Sicilie a partire dal 1818. Le Fedi di Credito erano un’antica istituzione dei Banchi napoletani, consistente in un foglietto di credito rilasciato in cambio di un deposito. Questi crediti circolavano con estrema facilità del Regno meridionale, consentendo ai Banchi di trattenere, come riserva, l’argento monetario e di emettere anche biglietti allo scoperto. Nel 1818 il Cavaliere de’ Medici, Ministro del Tesoro di Ferdinando I, unificati i Banchi nell’unico Banco delle Due Sicilie, collegò questo al Ministero del Tesoro, mettendo così a disposizione dello stesso circa la metà dei depositi che affluivano alle casse del Banco, mentre l’altra metà rimaneva come riserva di cassa. Questo modello ebbe un gran successo e nel corso di quaranta anni circa, tra il 1818 e il 1861, i depositi salirono da 20 milioni a circa 250 milioni di ducati (pari all’incirca a un miliardo di franchi francesi e piemontesi). Corrispondentemente salì la facoltà di spesa dello Stato, il quale, specialmente per iniziativa di Ferdinando II, investì somme nell’attrezzatura dei porti, nella creazione di una grande marina mercantile e di industrie siderurgiche e meccaniche statali e private.

L’Italia fu unificata nel 1861, e già nel 1866 il governo nazionale provvede a sottomettere alla Banca Nazionale di Torino tutte le altre banche, facendo di essa una vera banca centrale di emissione. Venne infatti decretato il corso forzoso dei suoi biglietti. Un anno dopo l’altro, l’oro e l’argento scomparvero dalla circolazione. Le monete metalliche in oro e in argento non erano proprietà dello Stato e neppure della Banca Centrale, ma proprietà dei cittadini. Con il corso forzoso dei biglietti della Banca Nazionale, la ricchezza circolante venne requisita e amministrata dalla stessa. La Banca Nazionale, in forza delle riserve e dei privilegi rubati, poté emettere circa dieci miliardi di lire in banconote, che vennero distribuite a pioggia alle Casse di Risparmio, alle Banche Cooperative e alle banche private sorte a centinaia nel Centrosettentrione. L’accumulazione primitiva del sistema capitalistico padano fu realizzata attraverso questa procedura.

Il Meridione, che volesse progettare l’accumulazione primitiva in uno Stato indipendente, non può approfittare del modello di sviluppo delle Tigri Asiatiche, della Cina e dell’India, perché non ha più un retroterra agricolo e contadino a cui far pagare il prezzo dell’accumulazione di partenza. Tuttavia come nel passato borbonico, la circolazione monetaria esistente (in euro), se disciplinata da un’unica banca centrale, è ampiamente sufficiente a sostenere investimenti di medio e lungo periodo. In sostanza, il problema di un futuro del Sud italiano non è economico, ma politico.                                                                            Nicola Zitara

LE BASI DI MASSA

30 May 2010  - Chi guardi anche al panorama politico del Sud anche nelle minuzie, può agevolmente notare che esistono e vanno sorgendo delle formazioni partitiche all'insegna di un forte autonomismo meridionale - come l'Mpa di Lombardo - o del tutto propugnanti il separatismo tra Sud e Paese restante. Ovviamente si tratta di una reazione 'nervosa' alla tracotanza della Lega stronzobossista e alla simmetrica propensione dei governi nazionali a piegare le ginocchia di fronte a richieste persino illecite, come quella riguardante le multe sull'eccesso di produzione lattiero. Che la Stronzolega voglia veramente la secessione è cosa poco credibile, in quanto il sistema economico padano si alienerebbe il suo più devoto cliente, che è il Sud deserto d'industrie e anche d'agricoltura. Il Nord vuole togliere a Roma il comando sulla spesa pubblica, e il progetto sta andando avanti a vele gonfie. Il futuro resta, però, tutto da vedere. Non saranno sicuramente le formazioni politiche meridionali a incidere sugli eventi in quanto, nella sostanza, si tratta di voci fioche, di circoli - più che personali - di tipo epistolare attraverso Internet. Il problema dell'unità d'Italia è vecchio quanto la stessa unità, in quanto il capitalismo della Liguria-Toscana-Lombardia-Piemonte usò l'unità per costruire al Sud una colonia di consumo e sovrappopolazione. Ciò nonostante il Sud costituisse, con le sue produzioni ed esportazioni agricole, la prima e più efficiente fonte della ricchezza nazionale. E' da allora che la colonia è in attesa di un moto di liberazione. Cosa che non fu il Meridionalismo nelle sue varie vesti di liberale, cattolico, socialista, dovendosi considerare questo moto piuttosto un'invocazione all'equilibrio fra la parte egemone del Paese e la parte soggiacente. L'illusione meridionalistica sopravvive ancora in pochi. Credo anche che questi pochi la usino con poca convinzione, e solo come un ritrito argomento di dibattito con i loro avversari più convinti. Al contempo la separazione è un problema di tempo: degli anni che occorreranno per convincere le popolazioni meridionali a fondare - o meglio rifondare - uno Stato indipendente. In questo senso, i partiti sono necessari. Sarebbe assurdo dire no al proliferare di formazioni neoborboniche o indipendentiste. Il problema riguarda la struttura dilatata, internettista che propendono ad assumere. Senza negare questa, bisogna pensare all'aggregazione diretta, personale, su base paesana, di quartiere, di vicolo, come fece, dopo la Liberazione, il Partito Comunista con le cellule locali. Bisogna radicarsi sul territorio come fanno la Chiesa e gli uffici postali.                                                Nicola Zitara

PER UN COMITATO DI LIBERAZIONE NAZIONALE SUDISTA

Quando un decennio fa venne fuori, quasi per gioco, il fenomeno del neoborbonismo, ne gioí anche chi, all'idea di contestare lo Stato nazionale era approdato vent'anni prima. Peraltro, se si parte dal rifiuto politico dell'unità sabauda e della successiva unità resistenziale, è inevitabile approdare a una rivalutazione della precedente fase storica in cui il Sud era uno Stato sovrano. E quindi ai Borbone. A partire da quella prima levata di pizza (piú che di scudi) l'area neoborbonica si è alquanto estesa, cosicché oggi, a voler enumerare i gruppi, le pubblicazioni, gli incontri, le personalità che ad esso si richiamano, ci si trova in imbarazzo. Niente di minaccioso per il sistema italiano, però, in quanto questi punti d'aggregazione mancano di qualità militare e di qualità progettuale, essendo piú che altro una risentita risposta all'inqualificabile grettezza dei bottegai milanesi, i quali intendono continuare ad avere uno Stato in proprietà, facendone pagare il costo essenzialmente ai meridionali, come è avvenuto nel corso del secolo e piú, in cui l'Italia era un paese essenzialmente agricolo, e le esportazioni meridionali e le rimesse degli emigrati permettevano all'industria parassitaria e alle aristocrazie operaie di Torino e di Milano di vivacchiare meno peggio di chi le reggeva sul suo groppone.

Certo, il neoborbonismo si è alquanto diffuso, ma frantumato com'è tra decine di gruppetti, ognuno dei quali ha un suo capo o leader fornito di pulpito, dal quale predica la sua nostalgia per il bel tempo antico, non approda dove vorrebbe. Non v'è dubbio che l'opera volta alla riscoperta del nostro passato è fondamentale se vogliamo dare all'identità meridionale una qualificazione diversa dal peperoncino rosso, dal Vesuvio che non fuma piú, dalla mafia, dal delitto d'onore, dalla processione dei battenti di Tarzia, dai galantuomini falsamente liberali ed effettivamente parassiti, dagli orrendi e incomprensibili dialetti che, chi parla un neolatino fortemente influenzato da eredità germaniche, sente come africani, e dalle molte altre cose su cui hanno grandemente e con successo insistito, e insistono tuttora, la letteratura, il cinema, l'etnologia, il giornalismo "nazionale", quello che nasce dalle braghe onte del grande Albertini, la satira autodenigratoria dell'avanspettacolo, in cui tuttora furoreggia un Lino Banfi, e specialmente la speculazione politica, a partire da Camillo Benzo, fino alla canagliesca e impunita arroganza di Gf. Miglio, nonché la falsificazione storiografica, opera di geniale viltà, in cui brilla la sintesi senza analisi di don Benedetto. L'identità meridionale, che si pone alla fondazione della civiltà occidentale, è nata invece sul mare. La parte virtuosa della storia napoletana e della storia siciliana sta sul Mare. Sicilia e Sud italiano, entrambi negati come civiltà di Mare dal terragno conquistatore romano (basta leggersi le orazioni contro Verre di Cicerone, che pure era uno dei loro), furono nuovamente negati, nel momento in cui stavano rifiorendo per opera del Mare, dal tetro incalzare del feudalesimo granario e allevatorio dei barbari europei. E solo un cialtrone della statura di Miglio può fingere d' ignorare che Amalfi, Napoli, Salerno, Bari, Otranto, Messina, libere città-mercato, sono storicamente il momento genetico della civiltà moderna (anche della sua, se non fosse un fetente) che si fonda sull'uomo libero e sullo scambio mercantile. Il Terzo Meridione è merito consapevole dei Borbone di Napoli. Difatti con Carlo III arrivò a Napoli l'idea del monarca illuminato, del padrone-servitore della nazione, e con questa, anche l'indipendenza dalla Spagna e dalla Francia fameliche. I napoletani presero a comportarsi da cittadini di uno Stato nazionale, uomini jure suo, come a quel tempo facevano gli inglesi, i francesi, gli americani, i piemontesi. Lo stesso non si può purtroppo dire per i siciliani, che lo Stato indipendente non ebbero, e che continuarono a pensarsi come creditori dell'indipendenza nazionale (e l'incapacità dei Borbone di risolvere il problema dell'indipendenza siciliana perse loro, i napoletani e anche i siciliani). Con i Borbone, pur tra mille difficoltà e i notevoli conflitti tra civiltà della terra e civiltà del mare, i napoletani tornano sulla costa, a navigare. La tetra alienazione dal mare, che sotto normanni, angioini e spagnoli si spinse fino a consegnare ai genovesi il commercio marittimo napoletano, finí. Parve per sempre. Invece l'Italia padana e cavourriana, piagnucolosa propaggine dell'Europa granaria e allevatoria, ci ha nuovamente rinchiusi nelle morsa della terragnetà europea.

Se un giorno il Sud italiano ripartirà come Stato indipendente - di chiunque sia il merito - la sua identità di collettività politica, di nazione, si riaggancerà alla storia interrotta nel 1860. E il periodo coloniale italiano non sarà considerato in modo dissimile da quello spagnolo.

Detto questo, si è implicitamente detto che il neoborbonismo da solo non produce politica. Che non basta spargere incenso sull'icona dolorante di Francischiello, perché i meridionali riabbiano la libertà collettiva. Certamente molto di piú aveva fatto il meridionalismo post-risorgimentale che, pur non spingendosi mai fino all'idea della secessione nazionale e pur rimanendo nel quadro istituzionale italiano (cosa che è stata il motivo del suo sostanziale velleitarismo), additava, spiegava, argomentava le responsabilità, i soprusi dello Stato unitario e delle classi dirigenti italiane.

Tale lavoro va ripreso, perché di fondamentale importanza. Infatti l'indipendenza meridionale si può invocare solo partendo dalla dimostrazione che il Sud è un paese senza Stato, anzi un paese governato da uno Stato nemico. Rispetto alla situazione attuale la "bellezza" delle Due Sicilie, non qualificata da un'appendice analitica, progettuale, operativa, non significa niente politicamente. Il susseguirsi dei fiaschi elettorali di questo o quel produttore di giornaletti ne è la prova provata.

L'unità italiana ha fatto del Sud una macchietta, un popolo cornuto e mazziato, una realtà invivibile, un esercito pluricontinentale del lavoro di riserva, un mondo di disoccupati, di precari, di schiavi del lavoro nero e grigio, una collettività guasta, affollata di delinquenti, di cui solo la parte minore sta all'Ucciardone e a Poggioreale, e per il resto sulle cattedre, nei tribunali, negli ambulatori medici, negli ospedali, nelle botteghe, negli alberghi, nelle banche, nei municipi, negli uffici regionali e provinciali, fra le forze dell'ordine, nei consessi politici, a partire dai piú elevati e nazionali. Non è l'Italia stronzobossista che deve fare i conti con questo mondo, ma è questo mondo che deve chiedere all'Italia, in primo luogo alle regioni stronzobossiste, cosa ha fatto di noi.

Chi fra noi possiede ancora la forza, la libertà morale, il coraggio delle antiche virtú, la dignità che ebbero i fanti di Francisciello affollatisi intorno a Gaeta, per chiedergli di poter combattere finalmente per Napoli, onde risollevare la bandiera tradita e umiliata da un'aristocrazia militare ribalda e venale, la dignità che ebbero i cosiddetti briganti di sfidare i sanguinari bersaglieri scesi da Cuneo e da Vercelli, chi ha intelligenza politica e un reale desidero di liberà (e non, per caso, il prurito di fare il consigliere comunale e il deputato europeo), allora ripieghi il particolare simbolo, sotterri il distintivo inventato per correre alle elezioni che promettono danari e buoni affari. Riuniamoci tutti sotto un solo precetto, fondiamo un Comitato Permanente di Liberazione Nazionale, che abbia titolo per guidare l'azione comune.

Non è piú possibile far credito all'Italia e al suo sistema, ambivalente persino in termini di rappresentanza democratica. Se il capitalismo italiano (o quello europeo) fosse capace di trasformare il Sud, l'avrebbe già fatto. Non avrebbe tenuta inutilizzata per cinquant'anni una massa di dieci milioni di produttori e bloccato nell'improduttività un terzo della nazione italiana. Se il sistema democratico-parlamentare avesse rappresentato - anzi potuto rappresentare - il Sud, il Sud avrebbe quantomeno il lavoro che non ha, e tutti quei servizi sociali e civili che non ha. Nonostante quel che vanno scrivendo i figlioletti di don Benedetto, dallo sbarco di Marsala all'ingresso dell'Italia nell'Europa della moneta unica, il Sud italiano è stato la vittima (cornuta) di un'accumuzione selvaggia da parte del capitalismo padano, il quale ha distrutto tutto, ha risucchiato tutto, non fermandosi dinanzi a niente, neppure ai narcodollari e alla narcolire. Non è detto che la liberazione napoletana e siciliana debbano percorrere necessariamente una via militare. Non è detto che il problema del risarcimento dei danno di guerra e del costo dell'occupazione coloniale debba necessariamente sfociare in un conflitto armato. Gli italiani del Sud e del Nord inclinano a risolvere le cose pacificamente. E così si spera di fare. D'altra parte il paese meridionale è ricco di lavoratori moderni, di intellettuali e tecnici preparati, tanto che ne esporta dovunque, di consistenti masse di risparmio, può persino contare sull'aiuto di due altre popolazioni meridionali che vivono fuori del suolo patrio, e se lo volesse potrebbe stracciare e buttare in faccia a Bossi, a Miglio, a Cacciari, a Formigoni, la cambiale idealmente sottoscritta da Garibaldi centoquarant'anni fa e tuttora insoluta. Al Sud di oggi bastano la libertà di operare e tre anni di tempo per superare in termini di valore aggiunto le più avanzate regioni centrosettentrionali. Finiamola però con le parate simil-leghiste e con la fioritura di fiordalisi borbonici sui vessilli. Come centoquarant'anni fa, i vessilli spiegati potrebbero nascondere il tradimento. Chi ha vero amor di patria venga avanti con le mani aperte e nette, e dica cosa pensa e cosa è disposto a fare. Il mio nome lo conoscete tutti. Il mio indirizzo è indicato qui stesso. Sono, fra voi, quello che ha cominciato per primo e che ha lottato più a lungo. Ho perciò un quasi diritto a dire: finiamola con la pazziella, qualificatevi. Aspetto la vostra risposta. Anche da coloro che credono di essere gli unti dei Gigli.   Nicola Zitara

La Questione del Mezzogiorno

di Francesco Pappalardo

… L’unione forzata in un "grande Stato", nel 1861, ha determinato, prima ancora della spoliazione economica, la dispersione d’una parte rilevante delle inestimabili ricchezze culturali del Mezzogiorno, ma l’insieme dei caratteri e degli aspetti che contraddistinguono gli abitanti di queste contrade, soprattutto a livello del costume e della vita di relazione, s’è mostrato per lungo tempo resistente e impermeabile alla modernità, intesa come insieme di valori globalmente alternativi al cristianesimo e alla sua incidenza politica e sociale. Il Sud, dunque, non è un’area arretrata o sottosviluppata, o un Nord mancato, ma piuttosto una società dotata d’una forte personalità storica e d’una inconfondibile fisionomia, in cui si sono riconosciute per lunghissimo tempo tutte le sue componenti sociali, una "nazione" che ha le sue radici remote nella vigorosa sintesi, realizzata dopo il secolo VI, fra tradizioni autoctone, cultura greco-romana e apporti germanici. Il Sud non è neppure una periferia d’Europa, caratterizzata da una lunga separazione dal mondo civile o da note di subalternità o d’arcaicità, né è il luogo di coltura della "napoletanità", intesa come un isolato universo antropologico e culturale. Al contrario, la civiltà del Mezzogiorno è stata una delle molteplici versioni della civiltà cristiana occidentale ed è vissuta per secoli in uno stretto rapporto con l’"altra Europa" — presente ovunque nel continente durante l’età moderna e collocata idealmente "sotto i Pirenei" dal giurista e storico spagnolo Francisco Elías de Tejada y Spínola (1917-1978) —, che per molto tempo ha rappresentato la sopravvivenza di un’area di Cristianità e ha costituito un limite all’espansione della modernità.

Negli ultimi centocinquant’anni il popolo italiano ha subìto un processo di alienazione della propria identità e della propria tradizione, romana e cattolica — che avevano vivificato e modellato nel corso dei secoli i costumi, la mentalità e il comportamento degli abitanti della penisola —, da parte di quello che il sociologo delle religioni Massimo Introvigne chiama "[…] partito anti-italiano. Per questo partito "fatta l’Italia" non si trattava soltanto di "fare gli italiani"; si trattava piuttosto di fare l’Italia contro gli italiani, o di disfare il tradizionale ethos italiano radicato nel cattolicesimo".

Il Mezzogiorno, in particolare, è stato aggredito contemporaneamente, e da più parti, da fermenti incalzanti di trasformazione, ma ha costituito un luogo di resistenza alla modernizzazione forzata. Dunque, non il particolare modo d’essere del popolo "napoletano", ma il tentativo diffuso d’annientarne la personalità e di dissolverne l’eredità ha innescato un processo di alienazione culturale, mentre il progressivo venir meno dei punti di riferimento sociali e istituzionali ha aperto la strada allo sviluppo della criminalità organizzata, la cui forza non è il radicamento nel Mezzogiorno — dove tutt’al più ha riattivato i circuiti classici della delinquenza locale, ampliandone le cerchie — ma l’incontro con fenomeni nuovi e poco "meridionali", come il commercio internazionale di droga e d’armi e la lotta per il controllo di enormi risorse finanziarie.

A partire soprattutto dalla seconda metà degli anni 1950 — con una nuova frana emigratoria, che ha prodotto la disarticolazione definitiva dell’antica organizzazione sociale e territoriale, e con l’assimilazione dei comportamenti proposti dal modello consumistico, ritenuto superiore a quello tradizionale — l’identità del Mezzogiorno si sta dissolvendo nel crogiolo dell’omologazione, favorita dalla scuola, dai partiti politici e dai grandi mezzi d’informazione. Pertanto, quanti si accostano alla Questione del Mezzogiorno non possono ignorare che la sua soluzione passa attraverso una rinascita religiosa e civile, che può essere perseguita soltanto con il ricupero di quanto sopravvive delle radici storiche e nazionali del Mezzogiorno stesso, da tempo conculcate e disprezzate, purtroppo non solamente da parte di estranei.

 

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