CORRIERE DEL MEZZOGIORNO del 17 febbraio 2011

L'Unità d'Italia vista da Sud: un'annessione senza dichiarazione di guerra?

Ilsole24ore - Garibaldi? "Un ingenuo avventuriero pronto a correre dove c'è da menare la spada". Cavour? "Un figlio di papà col vizio del gioco d'azzardo, che sperpera parte del patrimonio paterno in fallimentari avventure imprenditoriali e viene messo a capo del governo del regno sabaudo dai banchieri inglesi che hanno finanziato le guerre d'indipendenza". La spedizione dei Mille e l'Unità d'Italia? "Un'invasione delle regioni meridionali senza dichiarazione di guerra". Con centinaia di migliaia di morti e milioni di emigranti nei decenni successivi. Un'annessione – è la tesi – sostenuta soprattutto da chi aveva coperto l'enorme debito accumulato dai Savoia per le guerre d'indipendenza.

C'è anche chi con questo spirito si appresta a celebrare i 150 anni di unità del paese e raccoglie applausi e qualche critica nelle piazze e nei teatri del Sud, dispensando frecciate alla Lega di Umberto Bossi ma anche ai meridionali che "stanno fermi". "Aspettando, ancora, Garibaldi", come recita il titolo dello spettacolo allestito da Gregorio Calabretta, autore, regista e attore calabrese, proposto in queste settimane nelle città e nei paesi della regione. Un "viaggio in Calabria dall'Unità d'Italia ad oggi" che seduce lo spettatore, giocando con il dialetto e con le immagini per raccontare "ciò che i libri di scuola non dicono sull'Unità". E lo fa attraverso la storia di tre generazioni di una famiglia calabrese, dall'arrivo dei garibaldini nel 1860 all'eccidio dei braccianti di Torre Melissa che reclamavano le terre, nell'Italia repubblicana del 1949.

La perdita d indentità. Un testo che, spiega l'autore, "fonde in un'unica trama i racconti di tre scrittori, Leonida Repaci (La marcia dei braccianti di Melissa) , Francesco Perri (Emigranti, 1928) e Saverio Strati (Mani vuote) che nel corso del ‘900 hanno affrontato il dramma delle lotte dei contadini del Sud e dell'emigrazione massiccia che ha svuotato campagne e paesi del Mezzogiorno. "La sconfitta più grande per noi meridionali causata dall'Unità – afferma Calabretta in un dialogo immaginario con Garibaldi – è stata la perdita della nostra identità culturale il senso di appartenenza che rende gli uomini orgogliosi della propria terra. Vi sono due modi per cancellare l'identità di un popolo: il primo è di distruggere la sua memoria storica, il secondo è di sradicarlo dalla propria terra. Noi meridionali li abbiamo subiti entrambi".

Il parere degli storici. "Sono punti di vista di una vulgata ricorrente – osserva Sergio Luzzatto, docente di storia moderna all'università di Torino – ma nella vulgata non c'è solo storia d'accatto. In questo caso, non è tutto falso. Tutt'altro". A parte il giudizio su Garibaldi, che Luzzatto non ha problemi a definire un "avventuriero generoso ma poco accorto e di scarse vedute", lo storico individua nella repressione "indiscriminata e senza prigionieri" del brigantaggio "la ferita più grave del Risorgimento, che non si è mai rimarginata del tutto. Un fenomeno che la storiografia in 150 anni non ha mai ricostruito, fatta eccezione per la Storia del brigantaggio dopo l'Unità di Franco Molfese". Non c'è dubbio, secondo Luzzatto, che "l'Italia che portava i medici, le scuole, il sistema metrico decimale nell'ex Regno di Napoli portasse anche tante altre cose che sono sparite dai libri di storia". Quanto poi ai rapporti di Cavour con la finanza inglese, "è giusto sottolinearli, ma non devono sorprendere. Non è un segreto il ruolo che i Rothschild hanno avuto in Europa dalla metà dell'800. La loro rete familiare era estesa e intrecciata almeno quanto quella delle grandi dinastie".

Il giudizio su Cavour. Luzzatto respinge in toto il giudizio negativo su Cavour, "di cui la storia del Risorgimento testimonia l'abilità politica di cogliere il momento e di valorizzare la pulsione unitaria garibaldina". In sintonia, su questo, con un grande esperto di storia risorgimentale e del Mezzogiorno, Giuseppe Galasso, autore tra l'altro della Storia del regno di Napoli di cui uscirà a breve il sesto volume. Galasso non nega le debolezze "libertine" di Cavour. "Ma questo nulla toglie al genio dell'uomo politico". Gli aspetti finanziari e soprattutto tributari del processo di unificazione, ricorda Galasso, erano stati ben documentati da Francesco Saverio Nitti più di un secolo fa. "E' vero che le casse del regno delle due Sicilie erano piene di soldi che sono serviti ai Savoia per riequilibrare i conti dello stato. Ma era una ricchezza inerte. Improduttiva". Una prova? "Nel 1860 in tutto il Regno di Napoli c'erano non più di 110 km di ferrovie. In Piemonte, Lombardia, Liguria e Veneto occidentale ce n'erano 1.500". Una ricchezza che i Borbone non utilizzano neppure per difendere il regno.

Tra ribaltonismo e stereotipi. Miguel Gotor, docente di storia all'univeristà di Torino non è sorpreso dalla "riemersione carsica" degli argomenti antirisorgimentali ma li etichetta come "retorica del ribaltonismo", nella presunta contrapposizione tra storiografia ufficiale e revisionista, "funzionale solo a fare notizia", e guarda soprattutto all'attualità della contrapposizione tra Nord e Sud. "Era fatale che ai localismi ‘leghisti' che trovano una definizione nella questione settentrionale giungesse una risposta identitaria dal Mezzogiorno". Gotor fa riferimento al ‘fenomeno' Lombardo in Sicilia, ma anche alla difficoltà di Pdl e Pd a rappresentarsi come partiti nazionali al Sud. "E' normale che ciò accada quando tutto il paese vive un momento di difficoltà, quando c'è, come oggi, una crisi economica mondiale e si fatica a comprendere quale sarà il ruolo internazionale dell'Italia, anche dal punto di vista del prestigio economico". La soluzione, secondo Gotor, non sono però gli autorevoli proclami contro, per esempio, le regioni sprecone: non fanno che "alimentare stereotipi di retorica popululista" e sono anche il frutto del "vizietto nazionale della furbizia" spicciola. "Si crea il mostro-Sud proprio nel momento in cui l'industria del Nord non ha più bisogno della manodopera meridionale. Ma il Sud non è tutto uguale a se stesso". Cosa devono fare dunque i meridionali per "non stare fermi", come accusa lo spettacolo di Calabretta? "Valorizzare ciò che di buono c'è al Sud. Penso a uomini come Ivan Lo Bello, in Sicilia, ma non solo. E poi tagliare i legami con la criminalità organizzata e buon governo della cosa pubblica".                                di Giuseppe Chiellino       31 agosto 2010

 

L’UNITA’ D’ITALIA, UNA STORIA DA RISCRIVERE

(Meridionali sterminati come gli Indiani d’America)

Casa Editrice Global Press Italia, nota per l’organizzazione del Concorso letterario Nazionale La Clessidra le cui premiazioni si svolgeranno a Terni il 30 Ottobre presso la sala Congressi del’Hotel Michelangelo, pubblica un libro inchiesta che sicuramente farà molto discutere, in questo periodo di eventi, cerimonie e commemorazioni per i 150 dell’Unità d’Italia. Titolo dell’opera: “L’Unità d’Italia, una storia da riscrivere- Meridionali sterminati come gli Indiani d’America”, del giornalista e scrittore Giancarlo Padula. 

150 anni dall’Unità d’Italia, e il Paese non è mai stato diviso come ora. Le celebrazioni per “rievocare” la sanguinosa conquista del Sud da parte dei Savoia risultano quanto mai inopportune, perché nonostante ormai da anni un’ampia storiografia, documentazioni, libri, ricerche abbiano portato alla luce una verità ben diversa da quella che ci hanno insegnato a scuola, ancora oggi ipocritamente si vogliono attribuire allo sterminio di un milione di persone, uomini, donne, vecchi e bambini, pagine gloriose della storia d’Italia, con falsi Eroi, come Garibaldi, Vittorio Emanale II, Cavour ed altri noti “briganti”. L’Italia non è mai stata divisa e litigiosa come oggi: Nord, Centro, Sud, una frantumazione politica, storica, economica, ma anche culturale: lingue diverse, altro che dialetti. Tradizioni diverse. Oggi come mai il popolo italiano paga lo scotto di un’Italia che non c’è mai stata, ovvero che è stata fatta con il sangue di popolazioni innocenti. Le mafie, insieme all’emigrazione  è una delle “figlie” dell’invasione del Meridione senza una dichiarazione di guerra. Ne seguirono persecuzioni, devastazioni, incendi, fucilazioni. Una vicenda molto simile a quella dei Nativi d’America, che furono sterminati per la sete di conquista degli invasori delle verdi e incontaminate praterie: episodi messi in parallelo nel libro, con date  riferimenti agli eventi accaduti. Giancarlo Padula,  in questo suo nuovo libro inchiesta, agile e fruibile a tutti, intende offrire elementi di riflessione e dibattito, sotto altri punti di vista. 685.000 persone uccise nel Meridione, 500.000 arrestate, molti delle quali deportate nei lager sabaudi a Finestrelle, località a 2000 metri in Piemonte, dove i prigionieri venivano sciolti nella calce viva; 62 paesi distrutti e dati alle fiamme. Processi sommari, impiccagioni, il fenomeno dell’Insorgenza Popolare definito brigantaggio con bandi simili a quelli dei nazifascisti durante la seconda guerra mondiale. Lo stesso Antonio Gramsci scrisse che il popolo del meridione fu ”crocifisso” dal  nuovo Stato italiano. Un’invasione che è stata una vera e propria rapina del ricco e colto, all’epoca, Meridione. Le banche letteralmente svaligiate, terre confiscate, tesori preziosi confiscati. Questo è stato il Risorgimento italiano. Il Risorgimento è stata un’invenzione a tavolino della massoneria internazionale, per ridisegnare gli assetti politici e geografici dell’epoca.

SUD: TREMONTI AMMETTE I DISASTRI DELL’UNIFICAZIONE

Lettera Napoletana n. 22 - novembre 2009

La tesi del risarcimento dovuto al Sud per i disastri causati dall’unificazione, da sempre contestata dagli storici crociani come Giuseppe Galasso, ha trovato un insospettabile sostenitore nel ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Nel suo intervento al Convegno dei Giovani di Confindustria, svoltosi a Capri il 30 e 31 ottobre scorsi, Tremonti ha fatto ampi riferimenti alla situazione economica del Regno delle Due Sicilie ed ai danni enormi provocati dall’unificazione italiana. Minimizzato o semi-censurato dalla grande stampa, primo fra tutti il quotidiano di Confindustria Il Sole-24 Ore, l’intervento del ministro dell’economia è stato riproposto ed integrato con significativi dati e riferimenti dalla giornalista Marina Valensise su Il Foglio (4.11.2009). A parte una cautela eccessiva nella scelta dei termini («l’unità fatta non con il rispetto delle realtà sul territorio, ma con le baionette non è stata del tutto positiva (…) manca forse ancora un bilancio storico») va dato atto al ministro dell’Economia di aver enunciato davanti alla platea di imprenditori una serie di verità di ordine economico e sociologico che in consessi del genere è molto difficile ascoltare . «Una grande capitale europea come Napoli si è trasformata, da un giorno all’altro in una prefettura sabauda (…) Napoli era una metropoli in cui si concentravano relazioni industriali e internazionali. Aveva la ferrovia più sofisticata d’Italia, una flotta meccanizzata, un’industria meccanica di precisione, un’industria tessile (…) L’unificazione ha distrutto una quota enorme di capitale umano. (…) Quanto capitale è stato annichilito e distrutto? Che impatto ha avuto l’unificazione sulla borghesia napoletana?» Tremonti ha messo a fuoco correttamente l’origine del divario economico Nord-Sud: «il costo dell’unificazione in realtà è stato addossato per una grossa quota al Sud» ed ha ammesso che «il brigantaggio fu un fenomeno diverso da quello letto sui libri di scuola». «Noi abbiamo un debito nei confronti del Meridione» – ha concluso il ministro dell’Economia – mettendo al tempo stesso in guardia dai cosiddetti meridionalisti, da lui definiti “gli ascari politici che del meridionalismo fanno una professione distruttiva”. E il termine ascari riferito alla classe politica meridionale non è sbagliato. Subalterna ai partiti nazionali ed agli interessi economici dell’imprenditoria del Nord, questa classe politica si è alimentata e riprodotta intercettando per decenni i flussi di spesa destinati al Sud ed utilizzandoli per le proprie clientele. E continua a farlo oggi che le risorse pubbliche sono state ridotte. È in questa prospettiva che i Bassolino, i Loiero ed i Lombardo polemizzano sull’uso dei fondi Fas. Lo stesso Tremonti ha dovuto prendere atto che l’opposizione più netta al suo progetto di una Banca del Sud veniva dai ministri e dai presidenti di Regione meridionali (Fitto, Prestigiacomo, Bassolino), allineati alle posizioni del Gruppo Intesa-San Paolo e delle altre concentrazioni bancarie che stanno conducendo da tempo un’azione di lobbying in senso contrario. (LN22/09)

L’ALTRO RISORGIMENTO

I borbonici venduti al generale Lee

LIBERO 17.11.2010 -  L’epopea dei prigionieri del Regno delle Due Sicilie, arrestati dai Savoia e spediti in Louisiana per combattere al fianco delle truppe confederali contro i nordisti.

Dei 3.600 ufficiali dell’esercito delle Due Sicilie ben 2.311 “transitano” dopo la sconfitta in quello italiano. Invece dei 90mila e passa soldati solo un ussaro passa con i garibaldini. Tutti gli altri si danno alla guerriglia, si rifugiano all’estero o vengono presi prigionieri e si rifiutano di entrare nell’esercito di entrare nell’esercito vincitore. La cosa la dice lunga sull’atteggiamento contrapposto dei “signori” e del popolo verso l’unità. I vincitori non sanno come gestire l’enorme massa di prigionieri: più di 30 mila sono accatastati nei campi di concentramento a Nord dove muoiono a migliaia di stenti, freddo e malattie. A loro si aggiungono 3.500 pontifici e – per par condicio – anche qualche centinaio di garibaldini, dopo l’Aspromonte. Per liberarsene il governo sabaudo e Garibaldi si inventano due soluzioni diverse, entrambe miserabili. Torino cerca di deportarli in qualche lontana terra d’Oriente, d’Africa o dell’America meridionale e prende contatto con una mezza dozzina di ambasciatori stranieri ricevendone risposte grondanti disgusto. E’ un ignobile capitolo di storia patria che merita una trattazione a parte.

Sistema creativo Garibaldi invece escogita un sistema assai più “creativo”: per sbarazzarsi dei prigionieri borbonici li spedisce agli Stati Confederati d’America del generale Lee impegnati nella guerra civile e in drammatica necessità di uomini. L’idea nasce da Chatam Roberdeau Wheat, ufficiale americano della Legione britannica che affianca Garibaldi, che decide di rientrare in Louisiana per combattere per la propria terra. Il compito di gestire la transazione” viene affidato al capitano Bradford Smith Hoskiss, un altro veterano della Legione britannica, e a Liborio Romano. Lo spericolato curriculum di Romano (che la sera prima del cambio di regime è ministro di Francesco II e il mattino dopo del governo di Garibaldi) e le sue frequentazioni (è l’uomo della Camorra) garantisce la perfetta riuscita dell’operazione. Così fra il dicembre del 1860 e la primavera successiva qualcosa come 2.500-3.000 soldati napoletani vengono spediti in Louisiana con navi americane o garibaldine che battono con sfrontatezza bandiera nordista. Essi vengono inquadrati soprattutto in alcuni reparti, come il battaglione Italian Guards del 6° reggimento Louisiana, e il battaglione Garibaldi Guards. La titolazione a Garibaldi denota sia la notorietà del Generale che lo stato di confusione: evidentemente nessuno prende sul serio l’idea che Garibaldi possa (come sostiene la vulgata patriottica) andare davvero a combattere con i nordisti, neppure lui stesso. La cosa però non piace ai soldati napoletani (che hanno una precisa opinione sul biondo eroe) che pretendono che la denominazione sia variata prima in Italian Legion, e poi in Bourbon Dragoons (Dragoni di Borbone). A capo del battaglione Italian Guards c’è il tenente colonnello Giuseppe Della Valle: dai ruolini si nota che i soldati napoletani sono mescolati a volontari dai cognomi padani che costituiscono un buon terzo degli effettivi e la maggioranza degli ufficiali. Questo si spiega sia con il più consolidato inserimento dei padani (soprattutto dei luguri) nella comunità locale, sia con il fatto che – come si è visto – gli ufficiali napoletani hanno in larghissima parte scelto di passare nell’esercito italiano. Altri meridionali sono inquadrati assieme a settentrionali nel 10° e nel 22° reggimento di fanteria della Louisiana. Degli originari 953 effettivi del 10° reggimento alla sua fondazione, al momento della resa del generale Lee, nell’aprile del 1865, i superstiti sono solo 18. L’unico rimasto della Compagnia I (composta solo da italiani) è il fante Salvatore Ferri, di Licata, veterano dell’11° battaglione del 2° reggimento di fanteria del Regio Esercito borbonico. La stessa Compagnia I del 10° è particolarmente interessante anche perché sembra sia il solo reparto ”italiano” dell’esercito confederato a essere venuto in contatto con “connazionali” inquadrati nelle armate unioniste. Il 15 settembre 1862, nella battaglia di Harpers Ferry (sorta di anticipazione della più nota Guadalajara) si trovano infatti fra le forze contrapposte il 10° (che fa parte dell’armata del leggendario generale sudista Thomas Jonathan “Stonewall Jackson) e il 39° reggimento di New York, la famosa Garibaldi Guard, nella quale ci sono anche alcuni italiani. I nordisti se la battono lasciando al nemico 11.000 prigionieri, fra cui la Guard quasi al completo (530 uomini). Nel successivo scambio di prigionieri, il reparto nordista che veste la camicia rossa è fatto scortare fino al punto di consegna proprio dal 10° in segno di dileggio. A Jackson, incuriosito dagli sfottò, viene spiegato che “They are just home made yankees”, che sono insomma solo dei nordisti “alla pummarola”, con una libera traduzione che si addice al colore delle uniformi dei prigionieri.

Eroismo in campo – I soldati napoletani “ceduti” da Garibaldi si sono trovati in una terra che non è la loro, eppure la grande maggioranza si è comportata con dignità, alcuni di loro con eroismo. Molti sono morti per una causa che altri hanno scelto per loro ma che hanno comunque finito per preferire a quella italiana. Fra i supertesti, pochissimi sono in seguito rientrati in Italia: tutti gli altri hanno adottato come propria la nuova patria per cui hanno combattuto, anch’essa sopraffatta come quella che aveva dovuto lasciare: due volte sudisti, due volte aggrediti, due volte sconfitti da prepotentiGiliberto Oneto

CRISI: così il Piemonte inventò il debito pubblico italiano

Il Giornale, 26.10.2011 - L’unificazione dell’Italia fu pensata da Cavour anche come una soluzione per il pesante indebitamento del Piemonte, un’alternativa all’inevitabile default del piccolo Stato, dissanguato dalle guerre perdute e con una spesa pubblica in costante aumento. L’origine dell’attuale pesantissimo debito pubblico italiano è nelle dissestate finanze piemontesi, la cui eredità fu scaricata sugli Stati della penisola, dei quali il più ricco era il Regno delle Due Sicilie. Una conferma di quest’analisi, già diffusa nella storiografia e gli studi di orientamento meridionalista, viene dall’ “insospettabile” economista liberale Vito Tanzi, ex direttore del Dipartimento di Finanza pubblica del FMI (Fondo monetario Internazionale) dal 1981 al 2000, consulente della Banca Mondiale, e sottosegretario all’Economia dal 2001 al 2003. In una lectio dedicata a Marco Minghetti tenuta il 25 ottobre scorso alla Fondazione CRT di Torino su “150 anni di finanza pubblica in Italia”, l’economista ha affermato: “Le ambizioni di Cavour lo resero pressoché indifferente all’entità del debito pubblico, a patto che la spesa venisse destinata in modo efficiente al raggiungimento dei suoi scopi (….) egli accrebbe le imposte al fine di coprire l’aumento della spesa pubblica, cercando al tempo stesso di distribuire più equamente il peso della tassazione tra le varie classi di reddito (…) disgraziatamente, come avviene di solito in questi casi l’indebitamente aumentò in misura maggiore della crescita economica, cosicché il servizio del debito, ossia il pagamento degli interessi, divenne un grave problema. Tra il 1847 ed il 1859 il debito pubblico piemontese aumentò addirittura del 565 per cento. L’ammontare complessivo sarebbe ulteriormente cresciuto, grosso modo triplicandosi, tra il 1859 ed il 1861, quando raggiunse i 2 mila milioni di lire, un valore astronomico per quei tempi, specialmente per un piccolo Stato come il Piemonte”.Sembra che nell’anno precedente all’unificazione – ha proseguito Tanzi - Cavour fosse giunto al convincimento che, ben presto, l’alternativa sarebbe stata l’unificazione dell’Italia o l’inadempienza (default) del Regno di Sardegna. L’unificazione – e il sistema di governo unitario che ne sarebbe conseguito- avrebbe permesso di raggiungere uno dei più importanti obbiettivi di Cavour e avrebbe altresì offerto una via di uscita dai problemi finanziari del Piemonte” (…)Quale che sia il ruolo e la responsabilità da attribuire a Cavour e al Regno di Sardegna – ha concluso l’economista - (…) è innegabile che la nascita dell’Italia sia stata segnata da un peccato originale, vale a dire un enorme debito pubblico che avrebbe accompagnato il nuovo Paese”

L’errore dei Borbone fu inimicarsi Londra

Corriere della Sera, 10.01.2012 – Eugenio Di Rienzo ripercorre le vicende del periodo 1830 – 1861. Le decisioni di Ferdinando II portarono all’isolamento diplomatico.

L’ostilità inglese destabilizzò il Regno di Napoli. Fin da quando salì al trono nel novembre del 1830, Ferdinando II concepì la presenza del Regno delle Due Sicilie sullo scacchiere europeo come quella di un’entità politica in crescita. Benedetto Croce, nella Storia del Regno di Napoli notava che, nelle intenzioni di Ferdinando II, il regno doveva essere un organismo politico “nelle cui faccende nessun altro Stato avesse da immischiarsi, tale da non dar noia agli altri e da non permettere per sé”. Così, proseguiva Croce, il figlio di Francesco I “guardingo e abile si avvicinò alla Francia, si liberò della tutela dell’Austria, che aveva sorretto e insieme sfruttato la monarchia napoletana, e mantenne sempre contegno non servile verso l’Inghilterra che era stata la protettrice e dominatrice della sua dinastia nel ventennio della Rivoluzione e dell’Impero”. Ma l’Inghilterra riteneva che l’aver difeso i Borbone ai tempi di Acton e di Napoleone le desse i titoli per poter ottenere una totale subalternità da parte di Ferdinando II. E dava segni di fastidio per quel “contegno non servile” di cui parlava Croce. Fu così che Ferdinando II nel 1834 firmò (inconsapevolmente) la condanna a morte del suo regno. Quell’anno, 1834, nel pieno della “prima guerra carlista” (1833-1840), Ferdinando rifiutò di schierarsi a favore di Isabella II contro Carlo Maria Isidro di Borbone-Spagna nel conflitto per la successione a Ferdinando VII sul trono iberico. Dalla parte di Isabella, figlia del re scomparso, erano scese in campo Francia e Inghilterra, che considerarono quello del regime borbonico alla stregua di un vero e proprio atto di insubordinazione. Londra ci vide, anzi, qualcosa in più: il desiderio del Regno delle Due Sicilie di elevarsi, affrancandosi da antiche subalternità, al rango di medio-grande potenza. E da quel momento iniziò a tramare per destabilizzarlo. La storia di questa trama è adesso raccontata da un importante libro di Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee (1830-1861), che sarà presto pubblicato da Rubbettino. Già nelle pagine della premessa a questo volume (che rende omaggio, con un’esplicita dedica, a Giuseppe Galasso e al suo Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno borbonico e risorgimentale), Di Rienzo si rende conto del fatto che la pietas per il destino del regno borbonico lo espone al rischio di trasformare il suo racconto in quella che benedetto Croce definì “storia affettuosa”, simile alle “biografie che si tessono di persone care e venerate”. O anche a quelle che sempre Croce definiva le “storie che piangono le sventure del popolo al quale si appartiene”. Un rischio, scrive Di Rienzo, “forse tale da portare acqua al mulino di quell’Anti Risorgimento vecchio e nuovo” che – e qui cita Giorgio Napolitano di Una e indivisibile – “con fuorvianti clamori e semplicismi continua a immaginare un possibile arrestarsi del movimento per l’Unità poco oltre il limite di un Regno dell’Alta Italia di contro a quella visione più ampiamente inclusiva dell’Italia unita, che rispondeva all’ideale del movimento nazionale (come Cavour ben comprese e come ci ha insegnato Rosario Romeo)”. Però, prosegue Di Rienzo, a “chi ha scelto la professione di storico”, non si può chiedere di “non ricordare che l’unione politica del Sud al resto d’Italia avvenne senza il consenso ma anzi contro la volontà della maggioranza delle popolazioni meridionali”. E non si può esortare a “passare sotto silenzio come quell’unione, che per vari decenni successivi al 1861 non fu davvero mai “unità”, sia stata, in primo luogo, il risultato di un complesso e non trasparente intrigo internazionale in cui la Potenza preponderante sullo scacchiere mediterraneo contribuì a porre fine, una volta per tutte, alle velleità di autonomia del più grande “Piccolo Stato” della Penisola, giustificando una delle prime e più gravi violazioni del Diritto pubblico europeo e della storia contemporanea”. Da lungo tempo il Regno Unito non aveva nascosto un grande interesse per la Sicilia. Giovanni Aceto nel volume De la Sicilie et de ses rapportes avec l’Angleterre (1827) scriveva: “Quest’isola non rappresenta per l’Inghilterra soltanto un importante avamposto strategico, da preservare, ad ogni costo, da una possibile occupazione della Francia che la minaccia dalle sue coste, ma costituisce anche il centro di tutte le operazioni politiche e militari che l’Inghilterra intende intraprendere nell’Italia e nel Mediterraneo”. Un segnale al Regno di Napoli fu mandato nell’estate del 1831, quando fanti inglesi sbarcati dalla corvetta “Rapid” proveniente da Malta, condotta dal tenente di vascello Charles Henry Swinburne, occuparono l’isola Ferdinandea, un lembo di terra di circa quattro chilometri quadrati emerso dal mare tra Sciacca e Pantelleria, che si sarebbe nuovamente inabissato nel dicembre di quello stesso anno (la storia è stata ben raccontata da Salvatore Mazzarella in Dell’isola Ferdinandea e altre cose, e in L’isola che se ne andò di Filippo D’Arpa). Un gesto del tutto sproporzionato data l’assoluta irrilevanza dell’isolotto. Ma che voleva essere un segno inequivocabile nei confronti di un’isola ben più importante, la Sicilia. Sicilia da cui l’Inghilterra importava vino, olio d’oliva, agrumi, mandorle, nocciole, sommacco, barilla e soprattutto zolfo usato per la preparazione della soda artificiale, dell’acido solforico e della polvere da sparo. Zolfo che fu all’origine di un contenzioso dal quale uscirono ulteriormente deteriorati i rapporti anglo-napoletani: ne venne fuori quella che Ernesto Pontieri – nei saggi raccolti in Il riformista borbonico nella Sicilia del Sette e dell’Ottocento – ha definito una “politica di rancori, di insidie, di mal celata avversione verso uno Stato (il regno borbonico) che non senza ragione conservava rispetto all’Inghilterra immutata la sua diffidenza”. Ai tempi della rivoluzione del 1848, quando, il 13 aprile, il General Parlamento di Palermo, dopo aver dichiarato la decadenza della dinastia borbonica, aveva deliberato “di chiamare un principe italiano sul trono, una volta promulgata la Costituzione”, confidando nelle assicurazioni del plenipotenziario inglese Henry Gilbert Elliot Murray Kynynmound , il ministro degli Esteri britannico John Temple, visconte di Palmerston, si impegnò a garantire l’indipendenza del nuovo regno se la scelta del popolo siciliano avesse favorito la candidatura di un membro di Casa Savoia in alternativa a quella del secondogenito di Ferdinando II o del giovanissimo figlio del Granduca di Toscana, avanzata dalla Francia. Fu Carlo Alberto che, dopo la sconfitta di Custonza (27 Luglio), decise di risparmiarsi il conflitto con il Regno di Napoli, ciò che consentì a Ferdinando II di rompere gli indugi e ordinare alla sua armata guidata dal principe di Satriano, Carlo Filangieri, di varcare lo stretto, bombardare Messina e marciare trionfalmente alla riconquista di Palermo. All’epoca l’Inghilterra era ormai in una posizione di ostilità dichiarata e il 15 settembre 1849 inviò al nuovo capo del governo napoletano, Giustino Fortunato, una nota nella quale si sosteneva che “la rivoluzione siciliana era stata provocata dal malcontento generale, antico, radicato, causato dagli abusi del governo borbonico e dalla violazione dell’antica Costituzione siciliana, ripristinata e aggiornata dal patto politico del 1812, promulgato sotto gli auspici della Gran Bretagna, che, anche se provvisoriamente sospeso, non era stato mai considerato abolito dal consorzio europeo”. La nota aggiungeva, minacciosamente, che “qualora Ferdinando II avesse violato i termini della capitolazione e preservato nella sua politica di oppressione, il Regno Unito non avrebbe assistito passivamente a una nuova crisi tra il governo di Napoli e il popolo siciliano”. In Inghilterra divenne un caso molto dibattuto quello di Carlo Poerio, ministro dell’Istruzione del governo costituzionale napoletano del 1848, che nel ’49 fu arrestato, processato e condannato a 24 anni di carcere duro (ne avrebbe scontati 10, per poi riparare in Piemonte dove gli sarebbe stato riconosciuto un rango politico di primo piano). Fu in questo clima che nel regno Unito furono rese pubbliche le due lettere di William Ewart Gladstone a lord Aberdeen, che volevano essere un rapporto sulle carceri borboniche e sul trattamento dei prigionieri nel quale il regime di Ferdinando II veniva definito alla stregua di una “negazione di Dio”. Un testo caratterizzato da una certa enfasi e non poche esagerazioni. È in questo momento storico che Ferdinando II decide di dare una seconda prova di carattere – la prima era stata quella di cui all’inizio della “guerra carlista” – che gli sarebbe costata cara. Nel gennaio del 1855 si chiamò fuori dalla guerra di Crimea, nella quale, invece, Cavour si era schierato, a fianco di Francia e Inghilterra, contro la Russia. Nell’estate di quell’anno, scrive Di Rienzo, “convinto che l’offensiva dei coalizzati si sarebbe infranta sulle fortezze di Sebastopoli, il governo borbonico promulgava il divieto di concedere il passaporto ai sudditi siciliani per evitare che questi si potessero arruolare nella legione anglo-italiana, composta da fuoriusciti politici della Penisola, ed emanava nuove disposizioni sanitarie, giustificate dall’epidemia di colera sviluppatasi in Crimea, che imponevano una quarantena di quindici giorni a tutto il naviglio proveniente dall’Impero ottomano”. Palmerston, divenuto primo ministro, nella seduta della Camera dei Comuni del 7 agosto accusava il regime borbonico di essersi schierato con la Russia, anzi di esserne diventato un vassallo. A suo avviso “nonostante la distanza geografica che separava i due Stati, l’influenza russa su Napoli era progressivamente cresciuta fino a divenire predominante”. Secondo Palmerston, “il regno borbonico aveva dimostrato sfrontatamente la sua ostilità alla Francia e all’Inghilterra vietando l’esportazione di merci che il suo stato neutrale gli avrebbe consentito tranquillamente di continuare a trafficare”. Questa “palese violazione del diritto internazionale” appariva tanto più grave in quanto “perpetrata da un governo che si era macchiato di atti di crudeltà e di oppressione verso il suo popolo, assolutamente incompatibile con i progressi della civiltà europea”. E qui il riferimento alle già citate lettere di Gladstone era quasi esplicito”. Palmerston fece di più: utilizzò fondi riservati del Tesoro britannico per finanziare una spedizione per liberare Luigi Settembrini, autore nel 1847 della Protesta del popolo delle Due Sicilie, Silvio Spaventa e Filippo Agresti, condannati a morte nel 1849, la cui pena era stata commutata nel carcere a vita da scontare nell’ergastolo dell’isolotto di Santo Stefano. L’operazione, progettata per la tarda estate del 1855, non arrivò a compimento, “ma”, scrive Di Rienzo, “anche quel tentativo dimostrò, comunque, quale fosse il rispetto di Londra per la sovranità dimostrata da Ferdinando II di rivendicare l’autonomia del suo regno nelle grandi scelte di politica estera fosse prossima a ricevere un’esemplare punizione”. Punizione “che i governi alleati avrebbero giustificato, servendosi di motivazioni completamente strumentali, tutte concentrate sulla critica della politica interna delle Due Sicilie, nell’impossibilità di usarne altre motivazioni da reali giustificazioni giuridiche attinenti la violazione del diritto internazionale”. Di qui un crescendo di manifestazioni di ostilità da parte dell’Inghilterra (ma anche, sia pure in minor misura, della Francia) nei confronti del Regno di Napoli. Palmerston pretende dalla corte di Caserta il licenziamento del direttore di polizia Orazio Mazza, accusato di aver offeso durante una rappresentazione teatrale (“un episodio trascurabile”, lo definisce Di Rienzo), il segretario della legazione inglese George Fagan. Il Times suggerisce addirittura di inviare a Napoli, a mo’ di “spedizione punitiva”, navi britanniche che avrebbero dovuto ottenere “gli stessi risultati delle missioni intimidatorie guidate dal commodoro Matthew Calbraith Perry, nella baia di Edo, tra il 1853 e il 1854, per ridurre a ragione la resistenza dello shogun leyoshi Tokugawa”. Così come gli Stati Uniti in Estremo Oriente, termina l’articolo del Times, anche la Gran Bretagna non poteva tollerare l’esistenza di “un Giappone mediterraneo posto a poche miglia da Malta e non eccessivamente distante da Marsiglia”. Immediatamente il ministro degli Esteri inglese fa eco a quell’editoriale, diramando una nota in cui si afferma che “il governo di sua maestà non poteva non tener conto dei sentimenti dell’opinione pubblica e dei circoli politici britannici perfettamente rispecchiati dalla stampa londinese”. Solo la regina Vittoria riesce ad evitare che si passi dalle parole ai fatti. E risponde al governo con queste parole: “La regina, dopo aver esaminato la documentazione da voi allegata, ha espresso la più decisa contrarietà a una dimostrazione navale (che per essere efficace dovrebbe contemplare la possibilità di un’apertura delle ostilità) indirizzata ad ottenere dei cambiamenti nel regime politico delle Due Sicilie”. In ogni caso prudentemente Ferdinando II decide di congedare Mazza. Trascorre un po’ di tempo e si verifica un nuovo incidente. L’ambasciatore a Londra di Ferdinando II, Antonio La Grua, principe di Carini, informa “di aver rintuzzato con tagliente ironia le provocazioni di Palmerston il quale durante un ricevimento ufficiale gli aveva chiesto notizie di Carlo Poerio”. Alle rimostranze del primo ministro britannico, il quale lo invitava a considerare che la detenzione di Poerio “non era materia di scherzo ma costituiva un affare serio e grave di cui il vostro governo conoscerà tra breve l’importanza”, il diplomatico napoletano si vantava di aver ribattuto di non arrivare a capire “perché la sedicente magistratura d’Europa s’intestardisca a occuparsi delle nostre faccende e si dia pena di studiare una farmaceutica ricetta di cataplasmi senza avvertire il bisogno di tastare il polso, di guardare la lingua e ricercare i sintomi dell’ottima salute nostra”. Qualche anno dopo il ministro degli Esteri inglese, James Howard Harris (lord Malmesbury) si fermò a riflettere nelle sue memorie sul “caso Poerio” e sulle conseguenze. Palmerston e Gladstone, a suo avviso, avevano “commesso l’errore di mettere in discussione i diritti sovrani di uno Stato dispotico senza considerare che anche un regime assoluto possedeva le identiche prerogative di una repubblica o della stessa Inghilterra di difendersi contro gli avversari che lo volevano rovesciare con la violenza”. Certo il regime borbonico era afflitto dalla “lentezza della giustizia”. “Ma le torture alle quali Poerio si dice sia stato sottoposto”, prosegue Malmesbury, “furono, a mio parere, inventate di sana pianta… Nessun individuo, trattato in maniera tanto disumana, avrebbe potuto ristabilirsi così rapidamente in soli tre mesi e apparirmi in così florida salute come Poerio che, quando mi fu presentato, nel 1859, alla Camera dei Lords dal conte di Shaftesbury, venne da me scambiato per un giovane pari reduce da una salubre villeggiatura”. “Giusto o sbagliato che fosse”, concludeva Malmesbury, “Ferdinando II, soprannominato “re bomba”, aveva una tale cattiva reputazione che tutto era lecito contro di lui, però, se si esclude questo sentimento largamente diffuso nell’opinione pubblica britannica, una spedizione armata diretta contro il suo regno costituiva una misura assolutamente illegittima. È un fatto che in quegli anni il Regno di Napoli fu sottoposto ad una sorta di apartheid internazionale. Che parve attenuarsi solo verso la fine del 1856, quando esplosero moti a Palermo, a Cefalù e l’8 dicembre, si ebbe un tentativo (fallito) di regicidio contro Ferdinando II compiuto da Agesilao Milano. Il re cercò di approfittarne e di “risolvere” il problema dei detenuti politici avviando trattative per stipulare una convenzione con l’Argentina, al fine di stabilire sul Rio de La Plata “una colonia di sudditi napoletani, già condannati o in attesa di giudizio per delitti politici, che in quelle terre sarebbero stati confinati in commutazione della pena da espiare nella madrepatria”. Ma Palmerston si affrettò a dichiarare ai Comuni che “l’invio dei detenuti in Argentina non poteva costituire un passo soddisfacente per riallacciare le normali relazioni diplomatiche con Napoli, perché le carceri napoletane, una volta svuotate, sarebbero state immediatamente riempite con nuove vittime della tirannia dei Borbone”. Quindi (28 giugno 1857) fu la volta della sfortunata spedizione a Sapri di Carlo Pisacane: un tentativo insurrezionale che – per l’ostilità dell’esercito ma anche del popolo – fallì e fu represso con durezza. Dell’equipaggio del piroscafo a vapore “Cagliari” di Pisacane facevano parte due macchinisti inglesi, tratti in arresto dalla gendarmeria napoletana. L’Inghilterra si mosse immediatamente per reclamare non solo la loro liberazione, ma addirittura un adeguato indennizzo economico che li risarcisse dell’”ingiusta detenzione”. Nel gennaio del 1859 Ferdinando II concede l’esilio perpetuo a circa novanta prigionieri (tra i quali Poerio). Inasprisce, però, le pene per i futuri arrestati. Così l’Inghilterra continua a tener viva la tensione con il regime borbonico e Londra sarà in prima fila a sostenere, nel 1860, l’impresa dei Mille. “Il Regno Unito”, scrisse Malmesbury nelle sue memorie, “si sentiva autorizzato a servirsi della spada e dell’intuito del grande bucaniere Giuseppe Garibaldi contro i suoi nemici, come nel passato aveva utilizzato Drake e Raleigh, che gli spagnoli giustamente chiamarono pirati”. Per di più nel mese di giugno tornarono al governo Palmerston e Gladstone, i più implacabili nemici della dinastia napoletana. Da quel momento l’aiuto inglese a Garibaldi fu decisivo. Questa, del supporto britannico alla “liberazione del Mezzogiorno”, è un’ipotesi che, scrive Di Rienzo “ la storiografia ufficiale ha sempre accantonato, spesso con immotivata sufficienza, e che ha trovato credito soltanto in una letteratura non accademica accusata ingiustamente, a volte, di dilettantismo e di preconcetta faziosità filo borbonica”. Eppure c’è una gran mole di documenti che “mostrano almeno la plausibilità di questa interpretazione”, e questo libro ce ne offre un’accurata disamina. C’è la documentazione dell’aiuto inglese al viaggio e all’impresa di Garibaldi in Sicilia. Ma ci sono anche prove della consapevolezza inglese dell’alleanza tra la malavita napoletana e gli insorti, evidenze che già si intravedevano nella Storia della camorra di Francesco Barbagallo edita da Laterza. Il 31 luglio 1860, il diplomatico inglese Henry George Elliot informa il Foreign Office “che numerose bande camorristiche erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione dei popolani rimasti fedeli alla dinastia borbonica, per presidiare il porto in modo da facilitare uno sbarco delle truppe piemontesi e per controllare le vie di accesso a Napoli al fine di rendere possibile l’ingresso dei volontari di Garibaldi”. Allo stesso modo Londra sapeva quasi tutto dell’attività di quel Liborio Romano che assoldò quei malavitosi “liberali” di cui ha recentemente scritto Nico Perrone in L’inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli edito, anche questo, da Rubbettino. In seguito alcuni uomini politici inglesi usarono parole di condanna per quel che era accaduto in quegli anni. Soprattutto dopo la “liberazione del Mezzogiorno”. In Parlamento, il deputato conservatore Pope Hennessy aveva definito il tutto un “dirty affair” (sporco affare) e aveva denunciato “la furiosa repressione dell’armata sarda che si era macchiata di crimini contro l’umanità ben più efferati di quelli che l’opinione pubblica europea aveva imputato a Ferdinando II e al suo sventurato erede”. Nella stessa sede George Cavendish-Bentinck aveva messo in evidenza quale errore fosse stato per il Regno Unito provocare quel grande incendio nell’Italia del Sud, in violazione di tutte le leggi internazionali. E uno dei più stretti collaboratori di Disraeli, Henry Lennox, aveva detto esplicitamente che sostituire il “dispotismo di un Borbone” con lo “pseudo liberalismo di un Vittorio Emanuele” era stato un grande sbaglio. Anche perché così “il Regno Unito aveva prostituito la sua politica estera appoggiando un’impresa illegittima e scellerata che aveva portato all’instaurazione di un vero e proprio regno del terrore”. Fu per queste vie, conclude Di Rienzo rievocando il successivo sprezzante diniego britannico alla richiesta italiana di istituire una colonia penale in un isolotto prospiciente la baia di Gaya, nel sultanato del Brunei, che l’Italia unita ereditò “quella stessa debolezza geopolitica che aveva accelerato, se non addirittura provocato, la fine del Regno delle Due Sicilie”. Un destino che si sarebbe riflesso sul nostro Paese fino ai giorni nostri, “nel segno”, è la conclusione di Eugenio Di Rienzo, “di un passato destinato a non passare”.                                             Paolo Mieli

La crisi è cominciata il 17 marzo 1861

INTERNAZIONALE 929 23.12.2011 L’Italia non è mai stata una vera nazione. Colpa di un processo di unificazione troppo rapido, scrive David Gilmour.

L’Italia è in crisi, politicamente ed economicamente. Ma i problemi del paese vanno ben oltre la crisi attuale. Le radici del suo declino affondano nella fragilità dell’identità nazionale. L’unità raggiunta in fretta e furia nell’ottocento, l’avvento del fascismo nella prima metà del novecento e la successiva sconfitta nella seconda guerra mondiale non hanno certo alimentato nei cittadini l’amore per la patria. Se lo stato postfascista avesse raggiunto importanti successi e offerto ai cittadini un esempio con cui identificarsi, le cose forse sarebbero andate diversamente. Ma negli anni il governo di Roma si è semplicemente limitato ad amministrare l’economia nazionale. Negli ultimi sessant’anni lo stato ha fallito su tutta la linea: non ha garantito un governo efficace ai cittadini, non ha contrastato adeguatamente la corruzione, non ha tutelato l’ambiente e non ha protetto i cittadini da cosa nostra, dalla camorra e delle altre organizzazioni criminali. Oggi, nonostante i punti di forza del paese, il governo italiano è incapace perfino di guidare l’economia. Per riunire in un unico reame i sette regni dell’Inghilterra anglosassone, intorno al decimo secolo, ci sono voluti circa 400 anni. I sette stati che nell’ottocento hanno formato l’Italia unita, invece, sono stati accorpati nel giro di un paio d’anni, tra l’estate del 1859 e la primavera del 1861. Il papa fu privato della maggior parte dei suoi possedimenti, la dinastia dei Borbone fu cacciata da Napoli e i duchi dell’Italia centrale persero i loro troni. E così i re del Piemonte divennero sovrani d’Italia. All’epoca la velocità dell’unificazione del paese fu salutata come un miracolo: gli italiani, uniti da un forte spirito patriottico, avevano cacciato sia gli invasori stranieri sia i tiranni italiani. In realtà, il movimento patriottico italiano era stato relativamente contenuto – composto in gran parte da giovani della classe media proveniente dal nord – e non avrebbe avuto nessuna possibilità di successo senza un intervento esterno. Nel 1859 un’armata francese cacciò gli austriaci dalla Lombardia, mentre nel 1866 il nuovo stato italiano riuscì ad annettersi Venezia grazie a una vittoria dell’esercito prussiano.

Governo calato dall’alto. Nel resto d’Italia le guerre del risorgimento non sono state battaglie combattute in nome dell’unità e della liberazione dagli oppressori, quanto piuttosto guerre civili per la successione. Giuseppe Garibaldi si batté eroicamente con le sue camicie rosse in Sicilia e a Napoli, ma le sue campagne non furono altro che spedizioni di conquista del sud da parte degli italiani del nord, e furono seguite dall’imposizione delle leggi del nord sul Regno delle Due Sicilie. I napoletani non si sentirono affatto “liberi” dalle camicie rosse (Napoli era la città più popolosa d’Italia, ma poche decine di cittadini si offrirono di combattere al fianco di Garibaldi) e presto il popolo si accorse che la città, per sei secoli capitale di uno stato indipendente, era ormai diventata un semplice centro di provincia. Oggi Napoli fa ancora parte della periferia d’Italia, e il pil del sud del paese non arriva alla metà di quello delle regioni del nord. L’Italia unita ha saltato il doloroso processo di costruzione di una nazione, e nel giro di due anni si è trasformata in uno stato centralizzato che non faceva concessioni ai regionalismi. Per capirlo basta confrontare la storia italiana con quella della Germania: dopo l’unificazione del 1871, l’impero tedesco era guidato da una confederazione che comprendeva quattro regni e cinque granducati. La penisola italiana, al contrario, fu unificata nel nome di Vittorio Emanuele II, e diventò immediatamente una versione allargata del regno piemontese: mantenne lo stesso sovrano, la stessa capitale (Torino) e la stessa costituzione. L’imposizione delle leggi piemontesi sull’intera penisola fece in modo che gran parte della popolazione si sentisse sottomessa, e nel corso degli anni sessanta dell’ottocento la monarchia fu costretta a reprimere diverse rivolte scoppiate nel sud del paese. La varietà dell’Italia aveva una storia secolare, e nessuno avrebbe mai potuto cancellarla nel giro di qualche anno. Nel quinto secolo a.C. gli abitanti della Grecia antica parlavano la stessa lingua e si consideravano un unico popolo. Nello stesso periodo le popolazioni della penisola italiana parlavano circa quaranta lingue diverse e non avevano nessun senso di identità comune. La diversità italiana si accentuò dopo la caduta dell’impero romano, e per secoli la penisola rimase divisa: prima nei comuni medievali, poi nelle città stato e in seguito nei ducati rinascimentali. Lo spirito localistico sopravvive ancora oggi: se chiedete a un cittadino di Pisa di definirsi, vi dirà che si sente innanzitutto pisano, poi toscano e infine italiano. Gli italiani ammettono tranquillamente che il loro senso di appartenenza a un’unica nazione emerge solo in occasione dei Mondiali di Calcio, e solo quando gli azzurri vincono. La diversità linguistica è un altro barometro della frammentazione italiana. Secondo le stime del linguista Tullio De Mauro, all’epoca dell’unificazione solo il 2,5 per cento della popolazione parlava italiano, cioè il dialetto fiorentino ricavato dalle opere di Dante e Boccaccio. Forse il dato di De Mauro è sottostimato, e la percentuale reale era vicina al 10 per cento, ma questo significa che il 90 per cento degli italiani nel 1861 parlava lingue o dialetti incomprensibili nel resto del paese. Perfino re Vittorio Emanuele parlava piemontese, quando non si esprimeva nella lingua madre, francese. Nell’euforia generale del periodo tra il 1859 e il 1861, quasi nessun politico italiano si fermò a riflettere sulle complicazioni relative all’unificazione di popolazioni così eterogenee. Uno dei pochi a farlo fu lo statista piemontese Massimo D’Azeglio, che dopo l’unità d’Italia dichiarò: “Abbiamo fatto l’Italia, ora dobbiamo fare gli italiani”. Sfortunatamente, il nuovo governo decise invece che la priorità era trasformare l’Italia in una grande potenza in grado di competere militarmente con Francia, Germania e Austra-Ungheria. La missione era però destinata a fallire, perché il nuovo stato era molto più povero dei suoi rivali.

Ossessioni coloniali. Per novanta’anni, fino alla caduta di Mussolini, i leader italiani cercarono di creare un senso di unità nazionale trasformando gli italiani in coloni e conquistatori. Enormi somme di denaro furono stanziate per organizzare campagne militari in Africa, spesso con risultati disastrosi: nella battaglia di Adua (1896), quando i soldati etiopi spazzarono via l’esercito di Umberto I, il numero di caduti italiani fu superiore a quello di tutte le guerre del risorgimento. Inoltre, nonostante non avesse nemici in Europa, l’Italia entrò in guerra in entrambi i conflitti mondiali. Per due volte il governo italiano si lasciò allettare dalle promesse di ricompense territoriali e, a pochi mesi dall’inizio delle ostilità, scelse lo schieramento che pensava avrebbe prevalso. I calcoli sbagliati di Mussolini e la conseguente disfatta dell’esercito italiano distrussero il militarismo di Roma e anche il sogno di un patriottismo italiano. Per i successivi cinquant’anni, dopo la seconda guerra mondiale, il paese è stato dominato dalla Democrazia cristiana e dal Partito comunista, due partiti che seguivano rispettivamente la linea dettata dal Vaticano e quella del Cremlino, poco interessati a instillare negli italiani un nuovo sentimento di unità nazionale. Bisogna ammettere che sotto molti aspetti l’Italia del dopoguerra è stata un successo straordinario. Con uno dei più alti tassi di crescita al mondo, il paese è diventato un esempio da seguire nel campo del cinema, della moda e del design. Tuttavia i trionfi economici non hanno fatto che aumentare le diseguaglianze, e nessun governo si è occupato seriamente di appianare il divario tra nord e sud. I fallimenti politici ed economici di Roma non sono l’unica causa del malessere che oggi minaccia la sopravvivenza dell’Italia. Alcuni difetti del paese sono strutturali, e risalgono al periodo dell’unificazione. La Lega Nord – il terzo partito italiano, secondo il quale il 150° anniversario dell’unità è motivo di lutto e non di celebrare – non dev’essere liquidato come una bizzarra aberrazione. L’atteggiamento dei suoi elettori nei confronti del sud dimostra che molti italiani non si sono mai sentiti parte di un paese unito. Il politico e storico Giustino Fortunato amava citare il punto di vista del padre, secondo cui “l’unificazione dell’Italia è stata un crimine contro la storia e la geografia”. Fortunato sosteneva che la forza della penisola risiede da sempre nelle realtà regionali, e un governo centrale non potrà mai funzionare adeguatamente. Con il passare degli anni le sue parole sembrano sempre più profetiche. Se l’Italia avrà ancora un futuro come stato dopo la crisi, Roma dovrà accettare un modello che tenga conto del regionalismo intrinseco e millenario del paese. Naturalmente l’Italia non tornerà a essere un insieme di repubbliche comunali, ducati rurali e principati, ma potrebbe benissimo diventare uno stato federale capace di riflettere la sua natura storica. David Gilmour, letterato e storico britannico, ha scritto The pursuit of Italy: a history of a land, its regions and their peoples

150 anni dall'Unità d'Italia - "Finta Unità d'Italia"

Perchè ha procreato la mafia, 23.04.2012 - Giudice Nicola Gratteri Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria. "... l'Unità d'Italia non è stata discussa, è stata imposta... Le violenze, gli omicidi, gli stupri fatti in Basilicata in Calabria, in Puglia... le fosse Ardeatine non sono nulla. Quando venivano ammazzati 10 romani per ogni tedesco ucciso nelle fosse Ardeatine, quando è stato  ucciso un piemontese, erano  uccisi 100 calabresi, per ogni piemontese ucciso... io ancora non ho sentito la storia dell'Unità d'Italia perchè la storia resta scritta dai vincenti... Chi ha imposto l'Unità d'Italia ha tradito quelle popolazioni che sono diventate sempre più povere e sempre più emarginate. Non sono qui a fare del vittimismo, ho letto documenti... non quelli che vanno di moda. Mi sono documentato, sono andato agli Archivi di Stato, ho letto documenti dell'epoca. L'unità d'Italia è stata imposta in cambio della modifica dei patti agrari... Lì è proliferato il brigantaggio che è cosa diversa dalla picciotteria. Attenzione non confondere. Perchè dei caproni ignoranti che non leggono e che non hanno studiato e che insegnano nelle università e vanno ai convegni antimafia non sono in grado di distinguere le origini della picciotteria col brigantaggio. Chiusa parentesi. Per quanto riguarda quello di cui ha parlato da elettore di sinistra (il giudice si rivolge ad una persona tra il pubblico che evidentemente aveva fatto prima una domanda. ndr.) lei sa bene che oggi il parlamento, che è stato nominato da sei - sette persone non di più, noi non siamo in democrazia, non possiamo scegliere (lunghi applausi ndr) perchè le rivoluzioni non si fanno solo con cultura, le rivoluzioni si fanno, lei ha visto nel Nord Africa, le rivoluzioni si fanno con la pace e noi non ancora non abbiamo la fame del Nord Africa per fare la rivoluzione... "

Sud in rovina con l’unità, parola di piemontese

"Il risorgimento visto dall’altra sponda - verità e giustizia per l’Italia meridionale" di Cesare Bertoletti, Arturo Berisio editore, 1967, Napoli. Sta di fatto che la storia dell’Italia meridionale dalla metà del 1700 ad oggi, e quindi la storia del Regno Borbonico, delle qualità del suo esercito, della sua marina (sia da guerra che mercantile), delle ricchezze o meno delle sue regioni e soprattutto dell’importanza nazionale ed europea del pensiero dei filosofi, degli economisti e dei politici meridionali, è sempre stata falsata, sia ufficialmente, sia dai singoli, e in modo tale da fare apparire tali regioni come misere, arretrate e dì peso, morale e materiale, per le altre provincie italiane, mentre invece, è vero esattamente il contrario. Ossia è vero che con l'unione dell’Italia meridionale al resto della penisola, tale regione ha dato enormi ricchezze e ne ha ricevuto in cambio la rovina delle proprie industrie, della propria agricoltura e l’istituzionalizzazione e ramificazione di mafia e camorra, facendo sempre la parte della Cenerentola, subendo anche la mortificazione di ricevere aiuti dai vari governi che si sono succeduti in Italia; mentre, invece, l'Italia meridionale ha pieno diritto di riavere quanto le è stato tolto sia moralmente che materialmente. Chi scrive ha piena coscienza della gravità di quanto afferma, ma ha altrettanta piena coscienza di poter dimostrare come quanto afferma sia rispondente a verità, sicuro che, riconosciuta tale verità, si potrà con animo sereno giudicare fatti, personaggi e popolazioni in modo più vicino alla realtà, rendendo così giustizia ad un buon terzo della popolazione Italiana. E inoltre chi scrive tiene a far sapere di non essere un meridionale, ma di appartenere ad una famiglia piemontese e di non essere quindi spinto al presente studio da sentimenti o da interessi regionalistici, ma solo dall’amore per la verità storica e per la giustizia.”

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