Francesco II ai popoli delle Due Sicilie

Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei stati, nonostante ch'io fossi in pace con tutte le potenze europee. [...] Da questa Piazza [GAETA] dove difendo più che la mia corona l'indipendenza della patria comune, si alza la voce del vostro Sovrano per consolarvi nelle vostre miserie, per promettervi tempi più felici. Traditi ugualmente, ugualmente spogliati, risorgeremo allo stesso tempo delle nostre sventure; che mai à durato lungamente l'opera della iniquità, né sono eterne le usurpazioni… quando veggo i sudditi miei che tanto amo in preda a tutti i mali della dominazione straniera, quando li vedo come popoli conquistati portando il loro sangue e le loro sostanze ad altri paesi, calpestati dal piede di straniero padrone, il mio cuore napolitano batte indignato nel mio petto, consolato soltanto dalla lealtà di questa prode armata, dallo spettacolo delle nobili proteste che da tutti gli angoli del Regno si alzano contro il trionfo della violenza e dell'astuzia. [...] Ho creduto di buona fede che il Re del Piemonte che si diceva mio fratello, mio amico, che mi protestava disapprovare la invasione di Garibaldi, che negoziava col mio governo un'alleanza intima pe' veri interessi d'Italia, non avrebbe rotto tutt' i patti e violate tutte le leggi per invadere i miei Stati in piena pace, senza motivi nè dichiarazione di guerra… Non sono i miei sudditi che mi ànno combattuto contro; non mi strappano il Regno le discordie intestine, ma mi vince l'ingiustificabile invasione d'un nemico straniero. [...] "Le finanze non guari sì fiorenti, sono completamente ruinate, l'amministrazione è un caos, la sicurezza individuale non esiste. Le prigioni sono piene di sospetti, in luogo della libertà, lo stato d'assedio regna nelle province e un generale straniero pubblica la legge marziale decretando le fucilazioni istantanee per tutti quelli dei miei sudditi che non s'inchinano innanzi alla bandiera di Sardegna [...] Uomini che non hanno mai visto questa parte d'Italia [...] costituiscono il vostro governo [...] le Due Sicilie sono state dichiarate province d'un regno lontano. Napoli e Palermo saranno governate da prefetti venuti da Torino. Ci è un rimedio per questi mali, per le calamità più grandi che prevedo …

 UNITEVI INTORNO AL TRONO DE' VOSTRI PADRI

 

Un messaggio in bottiglia affidato alle onde

Ti lascio, Patria mia, ed affido al mare aperto questo messaggio. Che Dio lo recapiti nelle giuste mani di un senziente, a memoria dei miei giorni andati e di quelli amari a venire. Possa, chi mi leggerà, condividere i miei affanni, le mie lacrime ed il mio desiderio di verità e diffonderla, quando la menzogna cancellerà ogni traccia dell'eroismo e della passione di questo popolo fedele, di questa Nazione della quale sono figlio e che, da figlio, ho onorato, amato e difeso, secondo le mie possibilità.

Francesco profetizzò che ci sarebbero rimasti soltanto gli occhi per piangere. Infatti, è e sarà così, da ora e per le generazioni a venire. Anche io sto piangendo, ancora oggi, dopo dieci anni di "macchia", qui sul ponte del bastimento che si allontana da Napoli con lentezza estenuante, in questa eterna agonia... Imploro la Pace e vorrei chiudere gli occhi. Annegarmi in questo mare. A te che mi leggi, fratello o sorella, affido il mio onore, i miei ricordi, la pena, la rabbia ed il brandello del nostro vessillo che svettava glorioso, quale bandiera di civiltà, sui pennoni più alti piantati nel cuore della mia Patria.

Ci invasero, ci occuparono. Ci avvelenarono... Han preso le nostre ricchezze, i tesori, persino la nostra dignità, la memoria.

Ci han chiamati beduini, "affricani"... Loro..., i veri barbari, i veri briganti... Non li perdonerò mai; [...]

Mi chiameranno "emigrante", quando sarò alle Americhe... ma la mia Patria continuerà a vivere in me.

La proteggerò ancora, nonostante tutto.
Ti chiedo di aiutarmi a farlo!

 Cerca le verità sepolte e riportale alla luce! Divulgale a chi ignora.
Prega per me. Per l'alfiere napolitano Ettore Di Meglio. Brigante ed Emigrante
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Francesco II

1.000.000 di MORTI

NAPOLITANI

Antonio Gramsci (1920): "Lo stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l´Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti".

Garibaldi scrive a Adelaide Cairoli, 1868: "Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò non rifarei oggi la via dell'Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio".

Garibaldi il giorno 5 dicembre 1861 a Torino definì i 1.000 garibaldini: "Tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto", sbarcarono in Sicilia, francesi, svizzeri, inglesi, indiani, polacchi, russi e soprattutto ungheresi, tanto che fu costituita una legione ungherese utilizzata per le repressioni più feroci. Al seguito di questa vera e propria feccia umana, sbarcarono altri 22.000 soldati piemontesi appositamente dichiarati "congedati o disertori".

Garibaldi:Quando i posteri esamineranno gli atti del governo e del Parlamento italiano durante il Risorgimento, vi troveranno cose da cloaca”.

Nino Bixio, “Al Sud i nemici non basta ucciderli, bisogna straziarli, bruciarli vivi a fuoco lento, E’ un paese che bisogna distruggere o almeno spopolare, mandarli in Africa a farsi civili”, dal libro “Fuoco del Sud”.

Nino Bixio, autore dell’eccidio di Bronte, nel 1863 dichiarò in Parlamento: "Un sistema di sangue è stato stabilito nel Mezzogiorno. C’è l’Italia là, signori, e se volete che l’Italia si compia, bisogna farla con la giustizia, e non con l’effusione di sangue".

Nino Bixio (1860): la tragedia vera, l’unità, non poteva più essere fermata, doveva anzi essere promossa con il piombo.

On.le Ferrari, liberale, nel novembre 1862 grida in aula: "Potete chiamarli briganti, ma combattono sotto la loro bandiera nazionale; potete chiamarli briganti, ma i padri di quei briganti hanno riportato due volte i Borboni sul trono di Napoli. E’ possibile, come il governo vuol far credere, che 1500 uomini comandati da due o tre vagabondi tengano testa a un esercito regolare di 120 mila uomini? Ho visto una città di 5 mila abitanti completamente distrutta e non dai briganti" (Ferrari allude a Pontelandolfo, paese raso al suolo dal regio esercito il 14 agosto 1861, 1250 morti).

Luigi Settembrini, patriota risorgimentale, combatté i Borbone, nel 1870 scrisse le “Rimembranze”: “La colpa fu di Ferdinando II, il quale, se avesse fatto impiccare me ed i miei amici, avrebbe risparmiato al Mezzogiorno ed alla Sicilia tante incommensurabili sventure. Egli fu clemente e noi facemmo peggio.”

Gaetano Salvemini (1900): "Sull’unità d´Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata (.....) è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone ...”.

Gaetano Salvemini: "Contro la duplice oppressione cui li hanno sottoposti in questi cinquant'anni di unità  politica i "galantuomini" locali e l'industrialismo settentrionale, i "cafoni" meridionali hanno reagito sempre, come meglio o come peggio potevano. Subito dopo il 1860 si dettero al brigantaggio: sintomo impressionante del malessere profondo che affaticava il Mezzogiorno, e nello stesso tempo indizio caratteristico del vantaggio che si potrebbe ricavare - quando ne fossero bene utilizzate le forze - da questa popolazione campagnola del Sud, che senza organizzazione, senza capi, abbandonata a se stessa, mezzo secolo fa tenne in scacco per alcuni anni tanta parte dell'esercito italiano".

Massimo D’Azeglio: “Ma, si diranno, e il suffragio universale? Io non so niente di suffragio, so che al di qua del Tronto non ci vogliono sessanta battaglioni e di là si. Si deve dunque aver commesso qualche errore; si deve quindi o cambiar principi o cambiar atti e trovar modo di sapere dai napoletani, una buona volta, se ci vogliono si o no. Agli italiani che, rimanendo italiani, non vogliono unirsi a noi, non abbiamo diritto di dare archibugiate".             

Massimo D'Azeglio: "Quando si vede un regno di sei milioni ed un'armata di 100 mila uomini, vinti colla perdita di 8 morti e 18 storpiati, chi vuol capire, capisca".

Civiltà Cattolica: "... Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in grande quantità , si stipano ne' bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi testè in quella città  ho dovuto assistere ad uno di que' spettacoli che lacerano l'anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle: un ottomila di questi antichi soldati Napoletani vennero concentrati nel campo di S. Maurizio".

Vittorio Emanuele II dichiarò al plenipotenziario inglese August Paget : Ci sono due modi per governare gli italiani: con le baionette o con la corruzione”.

Col. Pier Eleonoro Negri, 14 agosto 1861 :”Li voglio tutti morti! Sono tutti contadini e nemici dei Savoia, nemici del Piemonte, dei bersaglieri e del mondo, morte ai cafoni, morte a questi terroni figli di puttane, non voglio testimoni, diremo che sono stati i briganti”.

Napoleone Colajanni:Quando in Palermo si presentò all’esame di leva un certo Cappello, non si prestò fede al suo reale sordomutismo e lo si voleva costringere a parlare applicandogli bottoni di fuoco sulle carni. Il suo corpo fu reso una vera piaga.

Napoleone Colajanni: Questo ufficiale (piemontese n.d.r.) si presentò di notte, con gli uomini della sua colonna, in una casina, i cui abitatori, temendo dei briganti, non vollero aprire. Allora il prode militare la circondò di fascine, vi applicò il fuoco e fece morire soffocati i disgraziati che legittimamente resistettero ai suoi ordini.

Conte Alessandro Bianco di Saint-Joroz, cap. di Stato maggiore piemontese: “Il 1860 trovò questo popolo vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta. Egli comprava e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia; tutti nella loro condizione vivevano contenti del proprio stato… Adesso l’opposto… E poi le tasse più dissanguatrici… Vedrete che, con tre successioni in una famiglia (e possono verificarsi in un solo anno, nella famiglia stessa) dall’agiatezza si balza alla mendicità. Quanto alla pubblica istruzione, sino al 1859, era gratuita; cattedre letterarie e scientifiche in tutte le città principali di ogni provincia. Adesso nessuna cattedra scientifica...Nobili, plebei, ricchi, poveri, clericali, atei, tutti aspirano ad una prossima restaurazione dei Borboni...”.

Conte Alessandro Bianco di Saint-Joroz, cap. di Stato maggiore piemontese: “Spioni dell’antica polizia, uscieri, commessi di magazzino, etc., sono oggi nominati giudici, prefetti, sottoprefetti, amministratori… Un mio amico trovava installato, in qualità di giudice, un individuo che, mediante quattro carlini, gli aveva procurato reiterati convegni con una sgualdrina. L’arbitrio governativo non ha limiti: un onesto uomo può ritrovarsi disonorato, da un momento all’altro, per la bizza del più meschino funzionario… Facendo un calcolo approssimativo, possiamo arrivare alla spaventevole cifra, per il Regno delle Due Sicilie, di 52 mila incarceramenti all’anno, di 9.400 deportati all’anno, mentre sotto l’esecrato governo borbonico il numero dei carcerati non oltrepassò i 10 mila e i deportati non arrivarono neanche a 94...Si fucila a casaccio, senza processo, senza indagini… Il reclutamento è stato definito giustamente una tratta di bianchi: si arrestano, si seviziano le madri, le sorelle di ogni presunto refrattario e su di esse si sfrena ogni libidine...”.

Proto di Maddaloni deputato meridionale al parlamento, in una seduta del 1861: “I nostri concittadini vengono fucilati senza processo, dietro l’accusa di un nemico personale, magari soltanto per un semplice sospetto ...”.

Pio IX, nell’allocuzione tenuta al concistoro segreto del 30 settembre 1861: … Inorridisce davvero e rifugge l’animo per il dolore, ne può senza fremito rammentarsi molti villaggi del Regno di Napoli incendiati e spianati al suolo e innumerevoli sacerdoti, e religiosi, e cittadini d’ogni condizione, età e sesso e finanche gli stessi infermi, indegnamente oltraggiati e, senza neppur dirne la ragione, incarcerati e, nel più barbaro dei modi uccisi… Queste cose si fanno da coloro che non arrossiscono di asserire con estrema impudenza...voler essi restituire il senso morale all’Italia”.

Quintino Sella, ministro delle finanze Regno d’Italia: occorreva confiscare e vendere i beni degli Ordini monastici della Sicilia per rassodare il bilancio dello Stato e colmare il deficit di 625 milioni”.

Sir Elliot, ambasciatore inglese a Napoli, a quel tempo, scrive nei suoi resoconti: “In realtà le condizioni del paese sono le peggiori immaginabili. Tutti i vecchi soprusi continuano, a volte esagerati dai nuovi funzionari, i quali gettano in carcere la gente o la fanno fustigare per il minimo sospetto, per il più lieve indizio di cattiva condotta politica, mentre i veri crimini rimangono affatto impuniti… c’è una spiccata inclinazione ad accaparrarsi le proprietà altrui”.

La conquista militare del Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia venne accompagnata da molti episodi di soprusi, violenze e ruberie, compiuti talvolta dalle soldataglie sabaude ma molto più spesso dai garibaldini e dal loro stesso comandante. Un esempio tra i molti: conquistata Napoli, Garibaldi fece subito assaggiare il nuovo ordine “democratico”: fece sparare sugli operai di Pietrarsa, perché si opponevano allo smantellamento delle nuove officine metalmeccaniche e siderurgiche fatte costruire dall''arretrata' amministrazione borbonica.

Oscar De Poli in un articolo pubblicato sul giornale "De Naples a Palerme" 1863 - 1864 scrive: “il sedicente “democratico” Regno d’Italia iniziò una politica di spoliazione delle risorse nelle zone conquistate, opprimendo le culture locali e soffocando nel sangue le rivolte popolari che nel Meridione assunsero alle dimensioni di guerra civile. … secondo il ministro della guerra di Torino, 10.000 napoletani sono stati fucilati o sono caduti nelle file del brigantaggio; più di 80.000 gemono nelle segrete dei liberatori; 17.000 sono emigrati a Roma, 30.000 nel resto d'Europa la quasi totalità dei soldati hanno rifiutato d'arruolarsi … ecco 250.000 voci che protestano dalla prigione, dall'esilio, dalla tomba… Cosa rispondono gli organi del Piemontesismo a queste cifre? Essi non rispondono affatto".

Paolo Mencacci, scrisse nell'introduzione al suo libro "Memorie documentate per la Storia della rivoluzione italiana" del 1879: "Cattolico e monarchico, per convinzione e per affetto, scrivo per dar gloria a Dio e per rendere testimonianza alla verità in mezzo al presente trionfo della menzogna. [...] Italiano, arrossisco che l’unità d’Italia sia il frutto di tanti delitti. [...] Nei sette anni di assiduo lavoro che v’impiegai spesse volte credetti sognare, tanto sembravanmi incredibili le cose ch’ero costretto a registrare! "

CAVOUR: Lo scopo è chiaro; non è suscettibile di discussione. Imporre l’unità alla parte più corrotta e più debole dell’Italia. Sui mezzi non vi è pure gran dubbiezza: la forza morale e se questa non basta la fisica”.

Lettera al Re, del 14 dicembre 1860 “Ora che la fusione delle varie parti della Penisola è compiuta mi lascerei ammazzare dieci volte prima di consentire a che si sciogliesse. Ma anziché lasciare ammazzare me, proverei ad ammazzare gli altri … non si perda tempo a far prigionieri”.

CAVOUR scriveva all'ammiraglio Persano: "Il problema che dobbiamo sciogliere è questo: aiutare la rivoluzione, ma far sì che al cospetto d'Europa appaia come atto spontaneo. Ciò accadendo, la Francia e l'Inghilterra sono con noi. Altrimenti non so cosa faranno." - Torino 9 agosto 1860

"S. E. il conte di Cavour mi avvisa di aver ordinato che fosse messa a mia disposizione una non lieve somma di danaro, perchè me ne servissi a promuovere il pronunciamento che doveva far partire il RE "(da Napoli).

"… la casa De la Rue di Genova aprirà in Napoli, presso il banchiere De Gas, il credito di un milione a mia disposizione."

"Riferisce il Persano a Cavour: "Ho dovuto eccellenza somministrare altro danaro. Ventimila ducati al Devincenzi, duemila al console Fasciotti ... quattromila al Comitato. "

"Ma si assicura d'altronde che il generale non troverà alcun grave ostacolo durante  lo sbarco, stante il contengno della Marina napoletana."

"Non si indebolisca costà. Aiuti le mosse del generale Garibaldi colle R. navi che ella ha  al Faro "(in Sicilia).

"Impedisca, a qualunque costo, che la flotta napoletana passi all'Austria". 

Risponde il Persano: "potrei impossessarmene senz'altro al  suo passaggio nel canale di Malta. "Ma addio allora alle apparenze di neutralità!"

Commenta Persano: "Noi continuiamo, colla massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, in parte a tergo delle truppe napoletane che sono a Salerno, ed altre città."

CAVOUR scriveva all'ammiraglio Persano, 1° giungo 1860: "Pregiatissimo signor Ammiraglio, alcuni ufficiali della Marina napoletana avendo manifestati sentimenti italiani al signor Marchese d'Aste, ho mandato a questo ufficiale, col telegrafo, l'ordine di coltivare questi sentimenti e di continuare le trattative apertesi; facendogli facoltà di assicurare a coloro che promuovessero un pronunciamento della Squadra gradi e promozioni vantaggiose. [...] Ove Ella dovesse spendere qualche somma di danaro, potrà farlo dandomene immediato avviso col telegrafo, valendosi della cifra del governatore." (C.P. Persano - La presa di Ancona - Diario privato politico-militare 1860).

CAVOUR scriveva all’ambasciatore Ruggero Gabaleone: Come ha potuto solo per un momento uno spirito fine come il tuo, credere che noi vogliamo che il Re di Napoli conceda la Costituzione. Quello che noi vogliamo e che faremo è impadronirsi dei suoi Stati ".

CAVOUR scriveva, il 14 luglio 1860: "La via che segue il generale Garibaldi è piena di pericoli. Il suo modo di governare e le conseguenze che ha prodotte ci screditano al cospetto d'Europa. Se i disordini della Sicilia si ripetessero a Napoli, la  causa italiana correrebbe il rischio di essere perduta al tribunale dell'opinione pubblica, che renderebbe a nostro danno una sentenza, che le grandi potenze si affretterebbero di far eseguire. [...] Ella avrà cura di tenersi in frequenti relazioni col comandante Anguissola e cogli altri comandanti dei legni napoletani. Quando questi difettassero di danaro per pagare gli equipaggi, gliene somministri a titolo d'imprestito."  (C.P. Persano - La presa di Ancona - Diario privato politico-militare 1860)

INDRO MONTANELLI: La guerra contro il brigantaggio, insorto contro lo Stato unitario, costò più morti di tutti quelli del Risorgimento. Abbiamo sempre vissuto si dei falsi: il falso del Risorgimento che assomiglia ben poco a quello che ci fanno studiare a scuola".

Indro Montanelli e Marco Nozza - Garibaldi - (ed. Rizzoli Milano 1972, p. 424): "Il Plebiscito diede una schiacciante maggioranza di "sì". Ma a  cosa avessero detto sì, gli stessi elettori non sapevano che  vagamente. Maxime du Camp, testimone oculare, racconta che la gente si chiedeva: «Cos'è questa Italia unita, che significa?» "

Bertoletti Cesare Il Risorgimento? Una grande operazione coloniale - Il «piemontese» scopre la cosiddetta «ingiustizia» rappresentata dalla  formazione unitaria del Regno d'Italia: una operazione tutta compiuta a spese e sulla pelle del povero Mezzogiorno. Sembra quasi, considerando il Risorgimento con gli occhi di Bertoletti, ch'esso sia stata una grande operazione coloniale: il Nord dell'Italia sarebbe sceso alla conquista del Sud, non diversamente da come il Regno d'Italia, nel 1896, nel 1911 e nel 1935 partì in campagna per la conquista dell'Etiopia e della Libia. Gli unificatori «piemontesi» dal 1860 in poi non ebbero, verso i napoletani, i calabresi, i siciliani, i pugliesi e via dicendo, mano meno pesante dei colonizzatori dell'Africa. Pure essi muovevano contro un Regno sette volte secolare, modello di civiltà, di fasto e di eleganza; terra natia di sommi geni del pensiero e di artisti in pittura, in musica, in architettura di fama immortale. Il Reame di Napoli non era secondo a nessuno, in Italia, per opere di modernità (applicazione del vapore, arti meccaniche, scienze fisiche, arti sanitarie) e per saggezza amministrativa. (Bertoletti C. -  II Risorgimento visto dall'altra sponda.)

Bertoletti Cesare, figlio di piemontesi, venuto a Napoli durante la prima guerra mondiale, nella primavera del 1918, scrisse in una lettera all'amico Giovanni Artieri: "Quattro anni fa a Palermo, in uno dei miei soliti viaggi, vidi in una vetrina il libro di Mack Smith “Garibaldi e Cavour nel 1860”; lo comprai e fu una rivelazione. Capii come i miei dubbi circa il vero e il falso della storia risorgimentale stavano trasformandosi in certezze e comprai un sacco di altri libri, mentre molti altri li avevo; e mi misi a leggerli. Mi si chiarirono le idee. Mi convinsi a scrivere una storia comparata ... le cui conclusioni non possono essere che queste: ignobili e malevoli calunnie durante più di un secolo a carico dei meridionali e balle sciocche e in malafede cantate in coro a favore dei settentrionali. Caro Artieri io credo di aver compiuto un dovere e tale dovere dovevo compiere proprio perché  sono di famiglia piemontese ed era ora che da un piemontese uscisse la verità per tutto ciò che è meridionale" (II Risorgimento visto dall'altra sponda.)

Fu così che unificarono l'Italia in nome della libertà. E chiamavano "tiranni"  i Borboni ! "Col ferro e col fuoco. Erano questi i mezzi coi quali volevano convincere le popolazioni del Sud che l'unità d'Italia era il modo migliore per dare loro la libertà e prosperità" "A Pontelandolfo, nel Molise, trenta donne che si erano rifugiate intorno alla croce eretta sulla piazza del mercato, nella speranza di trovarvi scampo agli oltraggi e alla morte,  furono tutte uccise a colpi di baionetta. ("La Rivoluzione italiana" -  Patrick Keyes O’Clery)

NOCEDAL deputato nel 1863 nel parlamento spagnolo sentenzia: "L'Italia campo vastissimo di esecrabili delitti; l'Italia paese classico d'imperiture memorie, dove oggi giacciono prostrati al suolo e conculcati tutti i dritti; l'Italia, dove per sostenere quanto gli usurpatori hanno denominato liberalismo si stanno sbarbicando dalla radice tutti i dritti, manomettendo quanto vi ha di santo e di sacro sulla terra... Italia, Italia! Dove sono devastati i campi, incenerite le città, fucilati a centinaia i difensori della loro indipendenza!".

Procuratore del re, a Sciacca, nel 1906, alla inaugurazione dell’anno giudiziario:  “Si gridi pure, e gridiamo anche noi con tutte le nostre forze, contro la grave delinquenza che ci affligge. Ma quando si sostiene che ciò dipende dal fatto che la miseria e l'ignoranza sono attaccate alla nostra terra, che noi siamo sospettosi, violenti, ribelli, che in quarant'anni di vita nazionale abbiamo progredito ben poco di fronte alle regioni d'Italia, lasciate ch'io lo affermi: anche in questo non si arriva a denigrarci, ma si legge nel libro della storia l'atto di accusa contro i nostri millenari sfruttatori; non si rileva la causa dei nostri mali, ma si mettono soltanto a nudo i nostri dolori. E cosa dice il fatto che la delinquenza dell'Isola è alta di fronte a quella delle altre regioni dell'Italia centrale e settentrionale, se non che dopo aver perduto i nostri padri e i nostri fratelli sui campi di battaglia per l'indipendenza e l'unità d'Italia, siamo stati poi trascurati, spesso abbandonati, ingannati sempre? Che cosa ci dice tale dislivello, se non che lo Stato, invece di mettere anche noi nelle condizioni di potere progredire dando agio alla nostra industria agraria di sviluppare, aprendo nuovi sbocchi ai nostri prodotti, fornendoci di strade, di ferrovie, di porti, ha, in 40 anni di vita unitaria, danneggiato le piccole proprietà con un fiscalismo crudele, rafforzato con i contratti agrari il latifondo, imposto tributi sproporzionati alle nostre risorse? E che, dopo averci fìnanco contesi i tre milioni spettanti alle nostre Università, ci ha ingiuriato volentieri, mandando fra noi come in un luogo di pena, i funzionari puniti, e quindi senza quella autorità indispensabile per infondere nello spirito pubblico la fede nella giustizia, e ci ha anche tormentati ingerendosi per fini di politica personale, più o meno egoistica, in tutte le amministrazioni affermando, cosciente o incosciente, la prepotenza della mafia?

Giuseppe Alessi, primo Presidente della Regione Siciliana, in una conferenza su Mafia e potere politico a Catania nel 1968: “Io ritengo responsabile primario del mondo mafioso lo Stato, quello stesso che in Italia, dai giorni dell’Unità ad oggi, ha dato la dimostrazione legislativa ed amministrativa dello spregio della legge. Se mafia vuol dire extralegalità, rifiuto della legge, sostituzione del fatto imperioso e prepotente alla norma e al rapporto giuridico, se la mafia vuol dire tutto questo, e contemporaneamente si considera la storia della nostra Isola dal plebiscito ad oggi, ci accorgiamo che si tratta di una sequela di sopraffazioni in cui lo Stato è il primo ad affermare l’inutilità della legge, l’offesa alla legge.

SIDNEY SONNINO, Presidente del Consiglio dei Ministri del Regno d’Italia: “La Sicilia lasciata a se troverebbe il rimedio: stanno a dimostrarlo molti fatti particolari, e ce ne assicurano l’intelligenza e l’energia della sua popolazione, l’immensa ricchezza delle sue risorse. Ma noi italiani delle altre regioni, impediamo che tutto ciò avvenga. Abbiamo legalizzato l’oppressione esistente, ed assicuriamo l’impunità all’oppressore”.

NINO BIXIO, a sorpresa afferma: "la Sicilia sarebbe rimasta pacifica sotto i Barboni, se la rivoluzione non fosse stata ivi portata dalle altre provincie d'Italia, ossia dal Piemonte”;

LA FARINA nel rendiconto che manda, il 12 gennaio 1861, a Carlo Pisano si legge: “Impieghi tripli e quadrupli di quanto richieda il pubblico servizio … cumulo di quattro o cinque impieghi in una medesima persona … ragguardevoli offici a minorenni … pensioni senza titolo a mogli, sorelle, cognate di sedicenti patrioti“. Lo stesso scrive all’amico Ausonio Franchi: “i ladri, gli evasi dalle galere, i saccheggiatori e gli assassini, amnistiati da Garibaldi, pensionati da Crispi e da Mordini, sono introdotti né carabinieri, negli agenti di sicurezza, nelle guardie di finanza e fino nei ministeri“.

LA FARINA, 12 giugno: "Il governo sapendosi avversato dalla maggioranza dei cittadini, cerca farsi partigiani negli uomini perduti".

18 giugno: "Fanno leggi sopra leggi [...] mettono le mani nei depositi dei particolari esistenti in tesoreria [...] non trovando partigiani nel partito liberale, cercano farsi amici negli uomini più odiati e spregiati [...]. La legge della leva così imprudentemente pubblicata e stoltamente redatta, già produce i suoi frutti: un grido d’indignazione s’è levato da per tutto [...]. In molti Comuni sono avvenute delle vere sollevazioni".

28 giugno: "Io non debbo a lei celare che all’interno dell’isola gli ammazzamenti sieguono in proporzioni spaventose; che nella stessa Palermo in due giorni quattro persone sono state fatte a brani; e che tutto è stato disordinato e messo sossopra con una insensatezza da oltrepassare ogni limite del credibile".

29 giugno: "L’altro giorno si discuteva sul serio di ardere la biblioteca pubblica, perché cosa dei gesuiti: ieri il comandante della piazza, Cenni, ordinava di fare sgombrare le scuole. Si assoldano in Palermo più di 20.000 bambini dagli 8 ai 15 anni e si dà loro tre tari al giorno! Si mette la finanza della Sicilia in mano di quel ladrissimo e ignorantissimo B...! In una sola partita di cavalli requisita nella provincia di Palermo ne spariscono 200! Si dà commissione di organizzare un battaglione a chiunque ne faccia domanda; così che esistono gran’numero di battaglioni, che hanno banda musicale ed officiali al completo, e quaranta o cinquanta soldati! Si dà il medesimo impiego a 3 o a 4 persone! Si manda al tesoro pubblico a prendere migliaia di ducati, senza né anco indicarne la destinazione! Si lascia tutta la Sicilia senza tribunali né civili, né penali, né commerciali, essendo stata congedata in massa tutta la magistratura! Si creano commissioni militari per giudicare di tutto e di tutti, come al tempo degli Unni".

2 luglio a Davide Morchio: "Non abbiamo nulla che possa somigliarsi ad un governo civile: non vi sono tribunali [...] non ci è finanza, avendo tutto assorbito l’intendente militare; non v’è sicurezza, non volendo il dittatore né polizia, né carabinieri, né guardia nazionale, non v’è amministrazione, essendo state sciolte tutte le intendenze".

17 luglio ad Ausonio Franchi: "Garibaldi dichiara pubblicamente che non vuole tribunali civili, perché i giudici e gli avvocati sono imbroglioni; che non vuole assemblea perché i deputati sono gente di penna e non di spada; che non vuole niuna forza di sicurezza pubblica, perché i cittadini debbono tutti armarsi e difendersi da loro".

19 luglio a Giuseppe Clementi: "I bricconi più svergognati, gli usciti di galera per furti e ammazzamenti, compensati con impieghi e con gradi militari. La sventurata Sicilia è caduta in mano di una banda di Vandali".

Si comprende finalmente da dove nasce, in Sicilia e nel meridione, l’inefficienza burocratica e giudiziaria, l’amoralità della classe politica, il clientelismo e la corruzione.

Il Contemporaneo”, giornale di Firenze nell’agosto 1861 pubblica una statistica di soli nove mesi dell’operato dell’esercito savoiardo nelle province meridionali: “Morti fucilati istantaneamente: 1.841; morti fucilati dopo poche ore: 7.127; feriti: 10.604; prigionieri: 6.112; sacerdoti fucilati: 54; frati fucilati: 22; case incendiate: 918; paesi incendiati: 5; famiglie perquisite: 2.903; chiese saccheggiate: 12; ragazzi uccisi: 60; donne uccise: 48; individui arrestati: 13.629; comuni insorti: 1.428 “.

Benjamin Disraeli, alla Camera dei Comuni del parlamento inglese, nel 1863: "Desidero sapere in base a quale principio discutiamo sulle condizioni della Polonia e non ci è permesso discutere su quelle del Meridione italiano. E’ vero che in un Paese gl’insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti, ma non ho appreso in questo dibattito alcun’altra differenza tra i due movimenti"

McGUIRE deputato al parlamento inglese anno 1863, ammette l’influenza inglese negli avvenimenti risorgimentali: "Limitarsi cioè ad impegnare il governo inglese nel nome della comune umanità, perché s'interponga a prevenire la continuazione delle atrocità che si commettono nelle Due Sicilie, delle quali il medesimo governo è in gran parte responsabile, per avere col peso della sua influenza fatta traboccare la bilancia a prò del Piemonte, e a danno del giovane re Francesco II, lasciandolo fra le mani dei traditori. […] Per me, io non credo nell'unità d'Italia e la ritengo una smodata corbelleria. L'Italia è come un castello di carte, al primo urto sicuramente andrà in pezzi. Voi potete piuttosto sperare di unire le varie nazioni del continente europeo in una sola nazione che unire l'Italia del Sud a quella del Nord, e rendere i napoletani contenti di vivere sotto il giogo di un popolo che disprezzano come barbaro, ed odiano come oppressore”.

Agosto 1862 i paesi in rivolta sono 1.500, è dichiarato lo stato d'assedio nelle regioni meridionali, parte violenta e dura la riconquista dei paesi in mano ai partigiani.

McGUIRE, deputato scozzese, 1863: “Non vi può essere storia più iniqua di quella dei piemontesi nell’occupazione dell’Italia Meridionale. In quel luogo di pace, di prosperità, di contento generale che si erano promessi e proclamati come conseguenza certa dell’unità d’Italia, non si ha altro di effettivo che la stampa imbavagliata, le prigioni ripiene, le nazionalità schiacciate ed una sognata unione che in realtà è uno scherno, una burla, un impostura".

PAPA PIO IX, 30 settembre 1861: Aborre invero e rifugge l’animo per dolore e trepida nel rammentare più paesi del regno napoletano incendiati e rasi al suolo, e quasi innumerevoli integerrimi sacerdoti e religiosi e cittadini di ogni età, sesso e condizione, e gli stessi malati indegnissimamente ingiuriati, e poi eziando senza processo, o gettati nelle carceri o crudelissimamente uccisi."

Giustino Fortunato a Pasquale Villari (2-IX-1899): "L´unità d´Italia (.....) è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L´unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari alle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali (.....)”.

Giustino Fortunato a Benedetto Croce: "Non disdico il mio "unitarismo". Ho modificato soltanto il mio giudizio sugli industriali del Nord. Sono dei porci più porci dei maggiori porci nostri. E la mia visione pessimistica è completa".

Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni: "Intere famiglie veggonsi accattar l'elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici. E frattanto tutto si fa venir dal Piemonte, persino le cassette della posta, la carta per gli uffici e per le pubbliche amministrazioni. Non vi ha faccenda nella quale un onest'uomo possa buscarsi alcun ducato che non si chiami un piemontese a sbrigarla. Ai mercanti del Piemonte si danno le forniture più lucrose: burocrati di Piemonte occupano tutti i pubblici uffizi, gente spesso ben più corrotta degli antichi burocrati napoletani. Anche a fabbricar le ferrovie si mandano operai piemontesi i quali oltraggiosamente pagansi il doppio che i napoletani. A facchini della dogana, a camerieri, a birri vengono uomini del Piemonte e donne piemontesi si prendono a nutrici dello spizio de’ trovatelli, quasi neppure il sangue di questo popolo piu’ fosse bello e salutevole. . Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra di conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perù e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala. Bella unificazione é quella di una contrada cui si affoga in un mare di sangue, cui si crocifigge in un letto di miserie! E pure questi misfatti perpetrano gli uomini preposti oggi alla cosa pubblica: essi che spengono nei nostri popoli anche le dolci illusioni di libertà, che gli fan vedere come un reggimento costituzionale potesse divenire sinonimo di dispotismo; come all’ombra di un vessillo tricolore facilmente si violasse il domicilio, il segreto delle lettere e la libertà personale si potesse manomettere e sin le forme stesse della giustizia; e gli accusati tener prigionieri ed ingiudicati lunga pezza e mandare a morte senza neppur procedura di giudizio, per solo capriccio di un caporale o per sospetto e delazione di qualche scellerato ».

Denis Mack Smith: “Quando i piemontesi entrarono in territorio napoletano … una delle prime azioni del generale Cialdini fu di far fucilare sul posto ogni contadino che fosse trovato in possesso di armi; era una spietata dichiarazione di guerra contro gente che non aveva nessun nessun altro mezzo di difesa.”

De Sivo G. : Discorso pe' morti nelle giornate del Volturno difendendo il reame- "La patria nostra, dalla quale andiam lontano esuli e raminghi, era buona, era bella, era il sorriso del Signore, la provvidenza la faceva abbondante e prosperosa, lieta e tranquilla, e gaia e felice; ell'era il sospiro delle anime gentili, l'amore d'ogni cuor virtuoso; aveva leggi sapienti, morigerati costumi e pienezza di vita; aveva eserciti, flotte, strade, industrie, opifici, templi e regge meravigliose; avea una stirpe di principi clementi, ultimi rampolli di S. Luigi; aveva il giovane re Francesco, figlio della venerabile Cristina, nato napolitano, buono, soccorrevole e pio." “Le industrie sono cadute, il commercio è estinto, la sicurezza è fatta ignota parola.  Han saccheggiate le nostre case, han bruttato le regge di ogni sozzura, i nostri monumenti li han mutilati, esaurito han l'erario, distrutto l'esercito, rubata la flotta, dispersi gli opifici, deserti i collegi, le accademie e le università. Han gettato alla via centomila famiglie d'uffiziali militari e civili, or morenti dalla fame; ha cacciato da' loro tuguri i pacifici contadini, han vietato di fatto la coltura de' campi, ha riempiute le carceri e sin le selpoture  di uomini  viventi, rei soltanto d'odiar lo straniero opprossore".

DE SIVO GIACINTO21 ottobre 1860: ("Italia e il suo dramma politico nel 1861", pubblicato a Livorno nel 1861,  a pag. 42)  riferisce: " il plebiscito a Napoli si svolse in un  clima di terrore... quando a un girar di ciglio un uomo era morto; quando i cartelli sulle cantonate dichiaravano NEMICO chi votasse pel NO ; quando battiture e ferite e morti seguivano nelle sale de' comizi; quando anche l'astenersi era apporto a colpa di stato, in quel terribile furor di guerra fra cannoni e pugnali e revolvers; quando eran poste due  urne palesi per far che la paura sforzasse la coscienza e quelle del NO eran coperte da' camorristi; quando costoro in frotta, di piazza in piazza, votavan le dodici volte; quando minacce, insinuazioni e promesse sforzavano la volontà; quando gl'impazienti vincitori, frementi dell'aspettare e del veder pochi votanti lanciavano a piene mani il SI dentro l'urne; quando gli scrutinatori   moltiplicavanli con la penna, e  ne facevano a forza numero di maggioranza... " (F. M. Di Giovine in - G. de' Sivo - La Tragicommedia)  UDITE UDITE , anche Garibaldi e i suoi garibaldini votarono!!!

DE SIVO GIACINTO (1868): Sorsero bande armate, che fan la guerra per la causa della legittimità; guerra di buon diritto perché si fa contro un oppressore che viene gratuitamente a metterci una catena di servaggio. I piemontesi incendiarono non una, non cento case, ma interi paesi, lasciando migliaia di famiglie nell’orrore e nella desolazione; fucilarono impunemente chiunque venne nelle loro mani, non risparmiando vecchi e fanciulli".

LORD LENNOX, parlamentare inglese, 8 maggio 1863: “Sento il debito di protestare contro questo sistema. Ciò che è chiamata unità italiana deve principalmente la sua esistenza alla protezione e all’aiuto morale dell’Inghilterra, deve più a questa che a Garibaldi, che non agli eserciti stessi vittoriosi della Francia, e però, in nome dell’Inghilterra, denuncio tali barbarie atrocità, e protesto contro l’egidia della libera Inghilterra così prostituita".

Lord Henry Lennox, che nell'inverno 1862-63, quando era ammiratore della Rivoluzione italiana e specialmente di Garibaldi, visitò le vecchie province napoletane, comunicò le sue impressioni alla Camera dei Comuni: "I fatti che sto per narrare, disse, sono avvenuti sotto i miei occhi; impegno il mio onore sulla loro verità, e sul fatto che non ne farò alcuna esagerazione. Vorrei ricordare a questa assemblea che, quando visitai Napoli per la prima volta, dopo la formazione del regno d'Italia, ero un ardente sostenitore di re Vittorio Emanuele." Dopo aver visitato la prigione Santa Maria scrisse la seguente protesta sul registro dei visitatori dopo aver riconosciuto l'estrema cortesia del direttore: "Ma i sottoscritti non possono fare a meno di esprimere quanto rincresca che alcuni prigionieri siano detenuti da mesi senza processo, e che, a quanto hanno assicurato, non siano stati mai nemmeno interrogati dalle autorità sulle cause della loro carcerazione".

La quarta prigione che visitò era quella di Salerno. "Il direttore fu estremamente cortese e, saputo dello scopo della mia visita, mi diede il benvenuto augurandosi che potesse recare qualche positiva conseguenza. Soggiunse che era costretto, in quel momento, a tenere 1.359 prigionieri in un carcere che poteva ospitarne 650: tale affollamento aveva provocato un'epidemia di tifo che aveva ucciso anche un medico e una guardia. Tra i prigionieri della prima cella si contavano  otto o nove sacerdoti e quattordici cattolici laici, tutti sospetti oppositori del governo, e reclusi con quattro o cinque criminali incalliti. Nella cella successiva c'erano altri 157 detenuti, la maggior parte dei quali senza processo. Vivevano lì tutto il giorno, lì dormivano, e tranne una breve passeggiata in un cortile ridottissimo, questi disgraziati passavano loro vita in quel luogo, senza sapere perché vi erano finiti. [...] La cella successiva era un lungo stanzone con soffitto a volta, e vi si trovavano 230 prigionieri. Descrivere lo squallore e la sporcizia in cui questi derelitti giacevano richiederebbe un'eloquenza che non possiedo. Tra i prigionieri c'erano uomini di differenti classi sociali:(...) Un uomo di settanta anni era ridotto a un relitto umano. Altri erano in prigione da così tanto tempo, che i loro vestiti cadevano  a brandelli... alcuni erano in tale stato di nudità, da non potersi alzare dalle sedie, mentre gli passavamo accanto, per attirare la nostra attenzione come facevano i loro compagni... Taluni non avevano giacche, scarpe, calze, nulla, se non una vecchia giubba e uno straccio  che faceva loro da camicia. Era una vista pietosa, il fetore terribile, e a questa assemblea devo ricordare che era il freddo mese di gennaio; che cosa ne è di loro adesso? Non oso pensarlo. Il cibo che si consegna loro non sarebbe stato dato nemmeno al bestiame in Inghilterra. Lanciai sul pavimento un pezzo del loro pane, e lo calpestai: era così duro che non riuscii né a frantumarlo né a schiacciarlo." Un altro carcere visitato era  la Vicaria, una prigione situata nella parte più densamente abitata e più malsana di Napoli, nella quale erano ammassati 1.200 reclusi, mentre ce ne potevano stare solo la metà". Nell'ultima prigione di Nisida... vi trovai il conte de Christen, il Caracciolo  e il De Luca, che per quanto ne so, erano stati giustamente condannati per cospirazione contro il governo... Il conte de Christen, vedendo la mia riluttanza ad avvicinarmi, mi fece cenno di accostarmi e disse: "Signore, apprezzo i vostri sentimenti. Avete pietà di me. Non compatitemi, ma riservate la vostra pietà per coloro che degradano il nome della libertà adottando sistemi come quello di cui io sono vittima". "Il De Luca era incatenato, con una catena pesantissima, a un brigante condannato per rapina e omicidio. Era, il De Luca, un gentiluomo italiano che aveva avuto il torto di professare idee diverse da quelle del suo governo e il cui delitto era di aver cospirato contro di esso; ebbene era incatenato col più comune delinquente! Ora, contro simili sistemi io devo protestare. Non m'importa se fatti così tenebrosi siano avvenuti sotto il dispotismo di un Borbone o sotto lo pseudo-liberalismo di un Vittorio Emanuele! Quella che si chiama Italia unita deve principalmente la sua esistenza  alla protezione e all'aiuto dell'Inghilterra, più che a Garibaldi e alle vittoriose armate francesi. Perciò in nome dell'Inghilterra, io devo denunciare tali barbare atrocità e protesto contro il fatto che ciò venga commesso sotto l'egida della libera Inghilterra, la quale, così facendo prostituisce il proprio nome!" ("La Rivoluzione italiana" -  Patrick Keyes O’Clery ").

Patrick Keyes O’Clery  (Il Risorgimento visto da un nobile  irlandese): Garibaldi con il tradimento  e l'oro degli inglesi giunse a Napoli e si gloriò. Quando si recò in Inghilterra nel 1864, festeggiato dai suoi vecchi alleati, Garibaldi accennò pubblicamente all'aiuto che aveva ricevuto da lord Palmerston, lord Russel e  lord Gladstone, [...] disse al Christal Palace <Parlo di ciò che so, il governo inglese... ha fatto moltissimo per la nostra natia Italia. Senza di essi noi subiremmo ancora il gioco dei Borboni a Napoli; se non fosse stato per il governo inglese, non avrei mai potuto passare lo stretto di Messina>.

ENRICO CIALDINI, generale piemontese, cavaliere di gran croce dell'Ordine militare di Savoia. È responsabile degli eccidi di Montefalcione, Pontelandolfo e Casalduini. Fece uccidere migliaia di persone senza alcuna giustificazione: contadini, preti e cittadini inermi, esponendo in più occasioni le teste mozzate degli uccisi per incutere terrore nella popolazione. Massacrò inutilmente i soldati borbonici difensori di Gaeta mentre si firmava la resa. Per queste sue esecrande azioni fu nominato dal Savoia Duca di Gaeta. A Napoli, si comportò come un feroce dittatore, instaurando un sistema di carcerazione su sospetti, la deportazione e il domicilio coatto. Nel 1861 in un suo rapporto ufficiale sulla cosiddetta "guerra al brigantaggio", Cialdini dava queste cifre per i primi mesi e per il solo Napoletano: 8.968 fucilati, tra i quali 64 preti e 22 frati; 10.604 feriti; 7.112 prigionieri; 918 case bruciate; 6 paesi interamente arsi; 2 .905 famiglie perquisite; 12 chiese saccheggiate; 13.629 deportati; 1.428 comuni posti in stato d'assedio. E ne traevo una conclusione oggettiva: ben più sanguinosa che quella con gli stranieri, fu la guerra civile tra italiani».

NAPOLEONE III (lettera a Vitt. Emanuele II, 1861): I Borboni non commisero in cento anni, gli orrori e gli errori che hanno commesso gli agenti di Sua Maestà in un anno".

GEMEAU, generale francese, paragona gli insorti polacchi con i briganti, 1863: “Tra le osservazioni fatte sui disordini del Reame di Napoli, si accenna alla differenza che fanno oggi i rivoluzionari fra polacchi e napoletani, chiamando questi briganti, mentre sono vittime delle più feroci persecuzioni, e quelli insorti. Ma è pur vero che gli uni e gli altri difendono il loro paese, la loro nazionalità, la loro religione al prezzo dei più duri sacrifici".

NOCEDAL deputato spagnolo, 1863: “L’Italia, dove per sostenere quanto gli usurpatori hanno denominato ‘liberalismo’, si stanno barbicando dalla radice tutti i diritti, manomettendo quanto vi ha di più santo e sacro sulla terra. Italia, dove sono devastati i campi, incenerite le città, fucilati a centinaia i difensori della loro indipendenza".

CARLO MARGOLFO, bersagliere entrato a Pontelandoflo, 1861: Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava ed infine abbiamo dato l’incendio al paese abitato da circa 4500 abitanti. Quale desolazione, non si poteva stare d’intorno per il gran calore, e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case".

FRANCESCO CRISPI: In un solo mese nella provincia di Girgenti, le presenze dei detenuti nelle prigioni furono 32000. Non si turbino! Ho qui il certificato, la nota è officialissima, 32.000 presenze in carcere, solo nei trenta giorni del mese. Ed ora, codeste essendo le cifre, io domando all’onorevole ministro dell’Interno: ne avete ancora da arrestare?"

PIETRO CALA ULLOA (1868): “Il Piemonte si è avventato sul regno di Napoli, che non voleva essere assorbito da quell'unità che avrebbe fatto scomparire la sua differenza etnica, le tradizioni e il carattere. Napoli è da sette interi anni un paese invaso, i cui abitanti sono alla mercè dei loro padroni. L’immoralità dell’amministrazione ha distrutto tutto, la prosperità del passato, la ricchezza del presente e le risorse del futuro. Si è pagato la camorra come i plebisciti, le elezioni come i comitati e gli agenti rivoluzionari.

IL NOMADE, giornale liberale 12 settembre 1861: Non parliamo delle dimostrazioni brutali contro i giornali; non parliamo dell’esilio inflitto per via economica; non parliamo delle fucilazioni operate qua e là per isbaglio dalle autorità militari; ma degli arresti arbitrari di tanti miseri accatastati nelle prigioni senza essere mai interrogati."

L’OSSERVATORE ROMANO (1863): Il governo piemontese che si vede presto costretto ad abbandonare il suolo napoletano, si vendica mettendo tutto a ferro e fuoco. Raccolti incendiati, provvigioni annientate, case demolite, mandrie sgozzate in massa. I piemontesi adoperano tutti i mezzi più orribili per togliere ogni risorsa al nemico, e finalmente arrivarono le fucilazioni! Si fucilarono senza distinzione i pacifici abitatori delle campagne, le donne e fino i fanciulli."

ANGELO MANNA (1991): L’ufficio dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale l’unificazione tiene sotto chiave il proprio fetore storico: quello dei massacri, delle profanazioni e dei furti sacrileghi, degli incendi, delle torture, delle confische abusive, delle collusioni con la sua camorra, degli stupri, delle giustizie sommarie, delle prebende e dei privilegi dispensati a traditori, assassini e prostitute”.

PER NON DIMENTICARE AFFINCHE’ IL LORO SACRIFICIO NON SIA VANO

*L’autorevole rivista Civiltà Cattolica stimò fino al 1870 in un milione le vittime borboniche dell’invasore italiano, per noi sottostimate. La guerra di liberazione era ancora viva nel 1880, quando un bersagliere scrisse di combattere ancora il Brigantaggio politico nell’avellinese. L’archivio dello Stato Maggiore dell’E.I. in Roma conserva sotto il segreto militare oltre 150.000 verbali, ognuno descrive un eccidio di partigiani borbonici nella repressione postunitaria. Si hanno indiscrezioni sull’esistenza di altri due archivi di eccidi praticati dall’Artiglieria e dalla feroce legione ungherese.

Anonimo

I “Fratelli d’Italia” oltre agli eccidi di massa di meridionali inermi, gli stupri, le fucilazioni di donne, ragazzi e preti, le chiese bruciate, le decapitazioni sul posto, usarono la ghigliottina risorgimentale per le condanne a morte dei tribunali militari, almeno fino al 1866.

*

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Il 21 aprile 1870 lasciò Roma mentre i partigiani borbonici combattevano ancora nel suo Regno, “ora comincia il vero esilio” scrisse nel suo diario; si trasferì a Parigi e poi in varie località europee, condusse una vita molto ritirata; malato di diabete morì in povertà a 58 anni, il 27 dicembre del 1894 ad Arco di Trento in Austria, “quasi da tutti abbandonato e da tutti ignorato, mentre i suoi nemici stanno nelle gloriose sue capitali di Napoli e Palermo … e vi danno quegli esempi di una nuova morale”. Solo allora gli abitanti del posto seppero che il cortese “signor Fabiani”, che ogni giorno assisteva alla Messa, recitava il Rosario, si metteva in fila con i contadini del luogo per baciare le reliquie, era il deposto re delle Due Sicilie; gli furono tributate esequie solenni e tuttora esiste in quella località l’unica via a lui intitolata.