LA TRUFFA DEI PLEBISCITI D’ANNESSIONE

Gridò: Viva Francesco! e fu ucciso all'istante

Cesare Cantù riferisce, da Napoli: "Qui il plebiscito giungea fino al ridicolo, poiché oltre a chiamare tutti a votare sopra un soggetto dove la più parte erano incompetenti, senza tampoco accertare l'identità delle persone e fin votando i soldati, si deponevano in urne distinte i "si" ed i "no", lo che rendeva manifesto il voto; e fischi e colpi e coltellate a chi lo desse contrario. Un villano gridò: Viva Francesco II! e fu ucciso all'istante".

Per il Plebiscito votò solo il 19 per cento

" ... Moltissimi vogliono l'autonomia, ma sono sforzati a votare per l'annessione; e infatti la formula del voto ed il modo di raccoglierlo sono si disposti, che assicurano la più gran maggioranza possibile per l'annessione, ma non a constatare i desiderii del paese...

E dopo il voto: "I risultati delle votazioni in Napoli e in Sicilia rappresentano appena i diciannove tra i cento votanti designati; e ciò ad onta di tutti gli artifizi e violenze usate".

(Dispacci del Ministro d'Inghilterra a Napoli, Eliot, in data 16 ottobre e 10 novembre 1860).

Anarchia e reazione dopo il Plebiscito

Mentre si manipolava il Plebiscito in Napoli e in altri luoghi, parecchie province del Reame erano in completa anarchia e reazione. Il de Virgili governatore di Teramo schiccherava proclami alla turca contro i reazionarii: in uno di que' proclami conchiudeva: "I villani presi con le armi alle mani saranno considerati reazionari e puniti con rito sommario (cioè fucilati)". E finiva con questa bella frase liberalesca: Colpite i reazionari senza pietà. E poi si fanno scrupolo degli ordini di Peccheneda e di Maniscalco, ed osano ancora chiamarli tirannici, sol perchè què due funzionarii arrestavano i più sfacciati rivoluzionari. Nel Chietino fece rumore il fatto di Cammerino, paese di seimila anime. Facendosi il Plebiscito, un villano, perchè voleva l'urna anche per Francesco II, ebbe uno schiaffo da un de Dominicis gran liberale annessionista. L'insulto fatto al villano fu la scintilla che destò grande incendio: tutti si armarono di armi rusticane. I soldati piemontesi tiravano schioppettate, la popolazione colpi di scure e pietrate. I villici afforzati da quelli di S. Eufemio, paesello vicino, diedero addosso ai liberali, li disarmarono, uccisero il de Dominicis e cantarono il Tedeum per Francesco II. Però il di seguente accorsero piemontesi, garibaldini e nazionali in maggior numero, e non avendo trovato gli autori della reazione, inveirono contro chi supposero reo, e fucilarono senza giudizio. Saccheggiarono Cammerino, poi S. Eufemio, portando il bottino a Chieti, ove lo vendettero pubblicamente. Nell'Aquilano quasi non si fece il Plebiscito; i popolani davano addosso a chi si avvicinasse alle urne. Quando s'intese che la truppa piemontese era entrata nel Regno, invece di accomodarsi alla circostanza, gridarono, Viva Francesco II. I villani si posero la borbonica coccarda rossa al cappello, e si armarono di arnesi rurali per inveire contro i piemontesi. Il celebre generale Pinelli, piemontese, credé sprezzarli, ma esso non sapeva ancora come nel Napoletano si maneggiano le pietre. Uscì da Aquila con alquanti soldati e cavalieri, e volse a Pizzoli; attorniato da quei villici, e perduto qualche soldato, voltò faccia, ed egli stesso ebbe un colpo di pietra nelle spalle. A Marano, Casaprobe, Campotosto, ed altri paesi i cittadini si levarono contro gli annessionisti, li misero in fuga, e si posero il NO al cappello. Intanto Pinelli, questo redivivo Schedoni, usci' un'altra volta da Aquila, e sapendo per prova quanto valessero i colpi di pietre, condusse seco un battaglione e due cannoni. Invase Pizzoli, fucilò a capriccio e mise taglie alla musulmana. Alloggiò in casa d'Alessandro Cicchielli; e dopo di aver mangiato alla tavola di costui, sul mattino lo fece fucilare nel giardino della casa, presente la moglie! Il 3 novembre molti garibaldini, che si titolavano cacciatori del Velino, mossero contro Avezzano, capo distretto, ed avvisarono il Sindaco a farsi loro incontro co' principali del paese, in caso contrario, dicevano, che avrebbero fatto scempio di tutti. Il Sindaco tremante tentò ubbidire, ma la popolazione suonò le campane a stormo, e mosse contro i cosi detti cacciatori del Velino, dando loro addosso a colpi di zappe, e tra gli uccisi fuvvi un tale de Cesare. Il generale Pinelli lo stesso 3 novembre dichiarò lo stato di assedio, ed alzò Corte marziale con tre articoli di una sua Proclamazione da fare invidia ai più truci tiranni. Ecco quegli articoli: "Articolo 1. Chiunque sarà colto con arme di qualunque specie sarà fucilato immediatamente; Art. 2. Ugual pena a chiunque spingesse con parole i villani a sollevarsi; Art. 3. Ugual pena a chi insultasse il ritratto del Re, o lo stemma di Savoia, o la bandiera nazionale". Napoli dopo il Plebiscito rimase nello stato di quasi anarchia. Questo stato di cose favoriva la politica di Cavour, potendo addurre un altro pretesto per legittimare la preparata invasione piemontese nel Regno amico. Dopo il Plebiscito, le violenze de' camorristi e dei garibaldini non ebbero più limiti: la gente onesta e pacifica non era più sicura delle sue sostanze, né della vita, né dell'onore... I camorristi padroni d'ogni cosa, viaggiavano gratis sulle ferrovie, allora dello Stato, recando la corruzione e lo spavento ne' paesi circonvicini: comandavano feste con bandiere e luminarie. Menavano in carcere la gente onesta, schiaffeggiavano a libito le persone più rispettabili, ferivano, uccidevano impunemente; e tutto questo accompagnandolo col solito canto: Si schiudono le tombe ecc. dell'inno di Garibaldi, che si cantava a squarcia gola con musica in cadenza piacevolissima, divenuta noiosa, perché ripetuta ne' saloni per affettazione, e nelle vie il giorno e la notte dai monelli e manigoldi, spesso foriera di giunterie e di violenze. Ho ripetuto più volte che tra i garibaldini v'erano dei giovani distinti per nascita, per patrimonio e per educazione, e che agivano sempre da cavalieri, ma eran pochi, il resto di quella gente era un'accozzaglia di facinorosi, capaci di perpetrare qualunque nefandezza; quindi costoro si resero padroni dei conventi e di molte case private, pigliavano roba, mogli, figlie che menavano via con pochi scrupoli, e di ogni cosa sacra sparlando, dicevan effetto di libertà e rigenerazione dei popoli. (Giuseppe Buttà: Viaggio da Boccadifalco a Gaeta, Napoli, 1865)

 Gli anni e le formule dei plebisciti

L'appello al popolo attraverso il plebiscito ebbe in Italia il suo banco di prova nei momenti più cruciali dell'unificazione nazionale. Dopo quello avvenuto nel 1848 a Milano durante la prima guerra d'indipendenza per l'annessione al Piemonte, il primo plebiscito si svolse l'11 e il 12 marzo 1860 in Toscana, negli ex ducati di Parma e Modena e nei territori pontifici di Bologna e di Romagna. La formula della domanda rivolta all'elettore era la seguente:

Annessione alla monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele II oppure regno separato?

Il secondo plebiscito avvenne il 21 ottobre 1860 nell'ex Regno delle Due Sicilie con il seguente quesito:

Il popolo vuole un'Itala una e indivisibile con Vittorio Emanuele II re costituzionale e i suoi legittimi discendenti?

Altri due plebisciti si tennero il 4 e il 5 novembre 1860 nelle Marche e nell'Umbria con la seguente domanda:

Volete far parte della monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele II?

Il 21 e il 22 ottobre 1866 si ebbe quindi il plebiscito nel Veneto e a Mantova. La formula era:

Dichiariamo la nostra unione col Regno d'Italia sotto il governo monarchico costituzionale del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori

Infine, il 2 ottobre 1970, dopo la presa di Roma, con la stessa formula usata per il Veneto, si celebrò nel Lazio il plebiscito per l'annessione alla monarchia italiana.

Quello dei legittimisti

A' 21 ottobre seguì il plebiscito, a mo' di Franza, con suffragio universale, fuorché ne' luoghi tenuti dal Re. Ciò dopo decretata l'annessione, con carceri piene de' più considerati personaggi del Reame, con la potestà stretta nella setta, con dittatorio governo, con cinquantamila garibaldini, e migliaia di onnipotenti camorristi sparsi per ogni parte; ciò quando Vittorio, re da proclamarsi, stava con altri cinquantamila soldati sardi di guarnigione entro Napoli; con la guerra fervente, col terrore universale, tra il sangue e le persecuzioni. Cotante arme straniere a guarentigia delle fellonie, a sicurezza della conquista, assistevano al "libero" voto. Fu giorno di spavento. In ogni pur minimo paesello i faziosi, prese le sedi municipali ed i gradi Nazionali, sforzavano le volontà. Con essi erano contrabbandieri, speranti sempre durasse la cuccagna, proletari per mangiar senza fatica, ambiziosi per guadagnar soldi e croci, talun possidente illuso da promesse d'abolirsi le tasse fondiarie, galeotti fuor d'ergastolo, e facinorosi credendo più non fosser leggi: cotai genti, che n'ha ogni paese, davano vita al plebiscito. Dall'altra parte nessun uomo onesto metteva importanza legale a quell'abbozzo di comizii non più visti, opera di forza da durare quanto la forza; ciascun buono schifando quei brogli di piazza si serrava in casa. In tempi ch'a un girar di palpebra l'uomo era morto, e che, non che impunità, premio ne veniva all'assassino, salvar la persona era il pensiero generale. Talun minacciato andò per paura a dare la sua scheda; pensava: che guadagna Francesco col mio "No"? metto il "Si", e sto quieto. In Napoli più giorni prima affissero cartelli, dichiaranti "nemico della patria" chi s'astenesse, o desse il voto contrario. Al mattino del 21 cominciarono i camorristi con suoni e bandiere a scorrere la città; poi primo il Dittatore pose il voto; poi il Prodittatore col municipio in forma pubblica; poi Garibaldini d'ogni nazione e lingua: Sirtori, Bixio, Turr, Eber, Eberardt, Rustow, Peard, Teleky, Megiorody, Dunn, Csudafy e quanti altri di tai barbari nomi eran li. Votarono stranieri quanti ne vollero venire, domiciliati o no; votarano giovincelli imberbi, e donne, e la "Sangiovannara"! In ogni luogo di comizio due urne palesi, acciò la paura vincesse la coscienza; e chi osava stender la mano a "NO"? ne tenevan coperta l'urna Nazionali e camorristi; questi porgevano le cartelle affermative, niuno le leggeva; dove qualche imprudente osò dimandare la cartella del "NO", provò il bastone e il coltello. Con più ferite fu scacciato dal comizio di Montecalvario un vecchio, presenti gli eletti e i Nazionali. Nulla per far numero i dominatori dimenticarono; solo non piantarono l'urne nelle carceri piene di reazionarii, a sforzarli a' "SI". Eppure l'urne eran deserte: sul tardi i camorristi di quartiere in quartiere dettero il voto in tutti i dodici comizii. Non si confrontavano le tessere con le liste, né con le persone; né pure le tessere dimandavano; qualunque compariva era festeggiato. Da ultimo i sovrastanti, impazienti, riempivano l'urna a piene mani. Se ciò in Napoli, che nelle province? Il Rustow garibaldino (nel 2' vol. pag. 114 delle sue Rimembranze) narra che a Caserta lo stato maggiore della sua divisione, ch'era di 51 uffiziali, né pur tutti presenti, si trovò d'aver dato 167 voti. Ne' paeselli afferravano i passaggieri, e tiravanli a' voti; e poi scorrazzando per le comuni vicine andavan per tutto empiendo l'urna. Ingannavano anche i contadini, dicendo i "Si" accennassero al ritorno di Re Francesco; e l'ignaro villico contento si pensava col suo voto richiamare il suo Re. Quei voti, moltiplicati con le mani, fu più lieve moltiplicare con la penna, per aggiustare una bella maggioranza.

“Calabresi vil razza dannata”
La Calabria di fine Ottocento in un pamphlet giornalistico

“Il romanzo di Misdea”, libro che vale la pena di leggere per il fatto che contiene valide fonti di conoscenza delle “diversità” affibbiateci, non per provocare rancori e risentimenti, né per alimentare tentazioni separatistiche, ma solo per cercare di capire quanto alcune teorie “scientifiche”, oggi ritenute semplicistiche, pur avendo lasciato grandi tracce nella complessa materia criminologa e nei metodi di trattamento per i vari “delinquenti”, associate agli scritti dei numerosi letterati e giornalisti, che di quelle teorie si nutrirono e si fecero portavoce, abbiano influito, dal 1860 in poi, a presentare un Sud, la Calabria in particolare, come terra solo di negatività, dove la gente porta già impressa persino nei suoi lineamenti somatici la sua “diversità”.

“Il romanzo di Misdea” di Edoardo Scarfoglio (1860-1917), a cura di Manola Fausti di Arezzo, docente di Lettere nella Scuola secondaria, critico letterario e studiosa di “Scarfoglio novelliere”, con copertina tratta dal volume di Cesare Lombroso “L’uomo delinquente in rapporto all’antropologia, alla giurisprudenza e alle discipline carcerarie” (Hoepli, Milano 1876, vol.I, p. 496), raffigurante “un condannato, G., epilettico, già grassatore, che incide in tal modo sopra un vaso il proposito di suicidarsi:” io sono/ un/ disgaziato/ il mio destino/ è di morir/ in prigione/ strangolato”, è stato pubblicato nella Collana “Biblioteca di Medicina e Storia” con il contributo della Regione Toscana e del Centro di Documentazione per la Storia della Medicina e della Sanità fiorentina. In quest’opera di Edoardo Scarfoglio, pubblicata in origine in 38 puntate e un epilogo, dall’11 luglio al 18 ottobre 1884, sul quotidiano “La Riforma” diretto da Primo Levi, giornale politico liberale, nato a Firenze nel 1867 “come manifesto della Sinistra parlamentare e trasferito a Roma nel 1871, sostenuto, anche finanziariamente, da Francesco Crispi” (p.7), protagonista è la Calabria della miseria, del vizio, dei diseredati senza speranza.

Nato a Paganica (L’Aquila) nel 1860 da padre calabrese, Edoardo Scarfoglio frequenta, nel 1878, il Regio Liceo-Ginnasio Torquato Tasso di Salerno, dove il padre, Michele, è giudice presso quel Tribunale e dove inizia la sua attività di giornalista e brillante critico letterario prende di mira i vertici della politica del tempo (Crispi, Giolitti, Di Rudinì). Per poter esprimere sul contenuto del libro un giudizio oggettivo, si rende necessario aprire una parentesi chiarificatrice delle reali cause che sono alla radice di quella teoria definita da alcuni storici, sia laici che cattolici, come la teoria della “razza maledetta”, e che Antonio Gramsci nei “Quaderni del carcere” ha messo nel dovuto risalto tutta la pericolosità di una ideologia. Padre di detta teoria è Cesare Lombroso, psichiatra e antropologo, che nel libro di Edoardo Scarfoglio avrà un ruolo di primo piano, in quanto “perito di parte al processo contro Misdea”. Nato a Verona nel 1835, Cesare Lombroso, conseguita la laurea in medicina nel 1858, presso l’Università di Pavia, prende parte alla seconda guerra d’indipendenza contro l’Austria (1859), come ufficiale medico, e poi, nel 1866, anche alla seconda guerra d’indipendenza. Sceso nel Meridione e in Calabria negli anni immediatamente successivi alla spedizione dei Mille di Giuseppe Garibaldi e all’annessione del Sud alla Casa Savoia, pubblica il libro “In Calabria ( 1862-1897)”.

 Le idee del Lombroso godettero di un periodo quasi egemonico nel campo degli studi italiani di antropologia criminale, se ancora nel 1901 vede la luce un libro marcatamente razzista: “Italiani del Nord e Italiani del Sud. In esso l’autore, Alfredo Niceforo (Castiglione di Sicilia 1876- Roma 1960), statista, sociologo e antropologo di tendenze positivistiche, richiamandosi all’antropologia criminale di Lombroso, non solo tentò di dimostrare in una famosa polemica sulla questione meridionale l’inferiorità della razza meridionale, ma si rese uno dei principali divulgatori di detta teoria razziale della inferiorità del Mezzogiorno che si affermò in Italia tra la fine dell’ Ottocento e gli inizi del Novecento. La teoria della “razza maledetta” fu denunciata da numerosi meridionalisti. Nicola Colajanni (Enna 1847 – 1921), uomo politico (dopo aver partecipato con Garibaldi alla spedizione d’Aspromonte(1862) e alla Campagna del Trentino(1866), divenuto deputato repubblicano dal 1871, dopo il ritorno dall’America Meridionale dove era emigrato, denunciò lo scandalo della Banca Romana), nel saggio “La sociologia criminale” (1889) si schierò contro la teoria della “razza maledetta” vista come un “romanzo antropologico” che nasceva come comoda scorciatoia per spiegare differenze e separazioni tra Nord e Sud. “ Ma nonostante l’opposizione di numerosi studiosi, questa teoria razziale si affermò come linguaggio funzionale all’ideologia dei ceti dominanti e finì col generare un sentire comune e diffuso, all’origine di stereotipi ancor oggi operanti, sostenute peraltro da alcune forze politiche (vedi Lega Nord & Soci), come ci mostra la cronaca quotidiana” (“La linea d’ombra” di A. Franceschi, Roma 2005).

Le differenze antropologiche tra nord e sud cominciano a essere studiate da fior di scienziati del nord, soprattutto massoni dissenzienti, i quali arrivavano a conclusioni sconfortanti circa l’inferiorità congenita della razza meridionale, visibilmente incapace di aggregarsi in modo moderno attorno all’idea di Stato.

L’INFAME RISORGIMENTO

SENZA VERITA’, NIENTE RISORGIMENTO

Maurizio Blondet

INTERVENTI UMANITARI – Quando Londra e Parigi (ossia Palmerston e Napoleone III) decisero di appoggiare i Savoia nella conquista dei pricipati italiani, i giornali europei si riempirono di resoconti raccapriccianti sul malgoverno dello Stato della Chiesa e del Regno delle Due Sicilie: quei popoli «gemevano» nella miseria, nell’arretratezza, sotto una feroce repressione reazionaria di regimi stupidi e feroci. Talchè occorreva «un intervento internazionale» per mettere fine a governi «contrari agli interessi della popolazione». Come in Afghanistan un secolo dopo, occorreva liberare le donne dal chador. La stampa massonica italiana riprese con delizia le truculente notizie dettate dall’estero. Il 19 marzo 1857 il Corriere Mercantile di Genova attestò che nelle carceri borboniche si usava «la cuffia del silenzio», un aggeggio di tortura applicato al volto dei carcerati per impedire loro di parlare. Inutile dire che questo oggetto era sconosciuto a Napoli. Invece – come raccontò Christophe Moreau, un esperto francese incaricato dal suo governo di studiare il sistema carcerario britannico – era in uso nelle prigioni inglesi: «...Uno strumento  composto di varie bende di ferro che serrano la testa del colpevole, ed è terminato al disotto da una lingua di ferro ricurva che entra nella bocca fino al palato». Si scrisse che il Vaticano condannava i colpevoli alla frusta. Effettivamente, c’erano circa cinque o sei frustati l’anno. In Gran Bretagna, il gatto a nove code era un sistema corrente di punizione applicato dai tribunali in 7-800 casi l’anno, e usato normalmente senza alcun processo contro i marinai delle navi da guerra. Secondo i resoconti, nel Sud infuriavano le pene capitali senza controllo. In realtà, dopo la fallita «rivoluzione» del 1848, i tribunali napoletani comminarono ai rivoluzionari mazziniani e filo-francesi 42 condanne a morte. Re Ferdinando II le commutò tutte, non fu eseguita alcuna esecuzione. Nel civile regno di Sardegna, modello dei giornali europei, il 26 marzo 1856, il deputato Brofferio della sinistra insorge contro l’eccessivo numero di esecuzioni capitali comminate da quando il governo piemontese è diventato «costituzionale e liberale»: 113 esecuzioni tra il 1851 e il 1855, mentre il governo assoluto precedente (1840-44) ne aveva eseguito solo 39. Il regno savoiardo costituzionale condannava a morte otto volte di più della Francia, lamentò Brofferio.

SERVI DI LONDRA – «Le nazioni (europee) riconoscevano all’Italia il diritto di esistere come nazione in quanto le affidavano l’altissimo ufficio di liberarle dal giogo di Roma cattolica (...)»: così il Bollettino del Grande Oriente Italiano nel 1865. Per compiacere il regime anglicano ed ottenerne l’appoggio, Cavour soppresse gli ordini religiosi e confiscò i beni ecclesiastici in Piemonte (il Times inneggiò all’azione). La superpotenza dell’epoca – la regina Vittoria – forma una «coalition of the willing» nel 1854 per combattere lo Zar in Crimea, onde impedire alla Russia l’accesso al Bosforo: Cavour manda 15 mila soldati piemontesi in Crimea, onde ingraziarsi Vittoria. Moriranno 5 mila, un terzo degli effettivi, in quella guerra in cui il Piemonte non aveva alcun interesse. Per pagare questa guerra lontana, Cavour contrae un prestito con la finanza britannica, che il Regno d’Italia estinguerà soltanto nel 1902.

IMMANE DEBITO PUBBLICO – Cavour ammette alla Camera subalpina il 1 luglio 1850: «So quant’altri che, continuando nella via che abbiamo seguito da due anni, noi andremo difilati al fallimento. E che continuando ad aumentare le gravezze, dopo pochissimi anni saremo nell’impossibilità di contrarre nuovi prestiti e di soddisfare gli antichi». Debiti nuovi per pagare debiti vecchi, è qui che comincia l’Italia che conosciamo. Nei 34 anni che vanno dalla caduta di Napoleone al 1848, nonostante i danni dell’occupazione francese, il Regno di Sardegna accumulò 134 milioni di debiti. Nei solo 12 anni del governo Cavour, dal 1848 al 1860, il debito pubblico aumenta oltre un miliardo (Stato della Chiesa e Regno di Napoli hanno lievi avanzi di bilancio) (1). Ovviamente, i contribuenti piemontesi furono schiacciati dalla tassazione più esosa d’Italia. Il Piemonte aveva accumulato un miliardo di lire di debito, pari a 200 miliardi di euro odierni. La bancarotta di Stato è imminente, al punto che solo la guerra all’Austria (e la conquista dei principati italiani) può dare una speranza di uscirne. Lo ammette Pier Carlo Boggio, deputato cavourriano nel 1859: «Ogni anno il bilancio del Piemonte si chiude con un aumento del passivo... L’esercito da solo assorbe un terzo di tutta l’entrata... Il Piemonte accrebbe di 500 milioni il suo debito pubblico... il Piemonte falsò le basi normali del suo bilancio passivo. Ecco adunque il bivio: o la guerra o la bancarotta. La politica del Piemonte in questi anni sarà detta savia, generosa e forte, oppure improvvida, avventata o temeraria, secondochè avremo guerra o pace».Vinsero, e solo nelle banche dei Borboni trovarono (e prelevarono) l’equivalente di 1.500 miliardi di euro.

MILIARDARI DI STATO – Il conte Camillo Benso di Cavour impose il liberismo assoluto su modello inglese. Di suo, era il maggiore azionista della «Società Anonima Molini Anglo-Americani» (sic!) di Collegno, il più grande ente privato granario della penisola. Nel 1853, col raccolto scarso e la fame che infuria fra gli strati popolari, mentre i principati «reazionari» vietano l’esportazione dei grani per nutrire le loro popolazioni, il Piemonte la consente, così che i produttori locali realizzano forti profitti dalle esportazioni del prodotto rincarato. Per questo avvengono disordini davanti all’abitazione di Cavour, stroncati dalla polizia e dalla truppa a fucilate. Il già citato Angelo Brofferio, deputato della sinistra, accusa: «Sotto il governo del conte di Cavour ingrassano illecitamente i monopolisti, i magazzinieri, i borsaiuoli, gli speculatori, mentre geme e soffre l’universalità dei cittadini sotto il peso delle tasse e delle imposte». Il deputato fa notare il conflitto d’interesse: «Il conte di Cavour è magazziniere di grano e di farina...». Cavour possedeva anche una tenuta a Leri: 900 ettari appartenuti all’abbazia di Lucedio, acquistati da suo padre Michele per due lire durante la prima confisca dei beni ecclesiastici, ossia sotto l’occupazione napoleonica (2).

LA CASTA – «Liberata» la Toscana con «spontanea insurrezione», i massoni locali in attesa delle truppe savoiarde instaurano un governo provvisorio, una dittatura «popolare». La presiede il barone Bettino Ricasoli fiorentino. Cavour stesso dirà di lui al re Vittorio Emanuele: Ricasoli «governava la Toscana come un pascià turco, non badando né a leggi né a legalità.» Brofferio precisa: «I conti del governo toscano (appena abbattuto) prevedevano per il 1859 un avanzo di 85 mila. Nelle casse c’erano 6 milioni in contanti. Il nuovo governo chiudeva il 1859 con un disavanzo di 14 milioni e 168 mila». In meno di un anno, dilapidato oltre il doppio di quel che il dittatore trovò in cassa. Come?Ancora Brofferio: «Il pubblico erario era dilapidato per saziare l’ingordigia dei nuovi favoriti; lussi di sbirri e di spie all’infinito; espulsioni, arresti, perquisizioni; la guardia nazionale ordinata a servizio di polizia e non a difesa nazionale. Nessuna libertà di persona, di domicilio, di stampa; ogni associazione vietata; uomini senza fede e senza carattere onorati...». Erano già i raccomandati.

SERVIZI DEVIATI – Una infinità di piazze e strade d’Italia sono dedicate a Ricasoli, Cavour, Carlo Farini, Mazzini, Daniele Manin («dittatore» provvisorio di Venezia, alla Ricasoli), a Niccolò Tommaseo, e ad altri terroristi. In questa lista di venerati padri del Risorgimento manca vistosamente un attivissimo eroe: Filippo Curletti, funzionario di polizia politica (la futura Digos),  protetto di Cavour e suo strumento. Su suo incarico, Curletti organizzò infaticabilmente spontanee sollevazioni popolari nei principati italiani, onde Vittorio Emanuele potesse dire di «non essere insensibile al grido di dolore» che si levava dagli italiani oppressi dall’oscurantismo, e giustificasse l’intervento dell’armata piemontese. Curletti organizzò sollevazioni ad Ancona, Perugia, Fano, Senigallia, arruolando per la bisogna delinquenti comuni ed evasi. Come ci riusciva? Lo si scoprì dopo la morte di Cavour, quando Curletti perse il suo protettore e fu processato. Origine del processo fu un pentito – il primo pentito della storia italiana – Vincenzo Cibolla, capo della «banda della Cocca», una gang di delinquenti che terrorizzò Torino negli anni ‘50. Catturato, Cibolla rivela che il primo informatore della banda, nonché socio nella spartizione del bottino di furti e rapine, era il funzionario di polizia Curletti. La banda della Cocca era il prototipo della Banda della Magliana o delle cosche mafiose che, spesso, hanno dato una mano con attentati e omicidi ai servizi deviati (cosiddetti) nella strategia della tensione. Condannato a vent’anni in contumacia (era riparato in Svizzera) Curletti pubblica un suo memoriale esplosivo. Raccontando come il Farini, allora dittatore provvisorio di Parma, gli chiese di organizzare l’eccidio del colonnello Anviti (l’ex capo della Polizia di Maria Luigia), come linciaggio «popolare».«Noi non possiamo toccarlo senza che sorgano clamori – disse Farini a Curletti – Sarebbe mestieri che la popolazione si addossasse l’affare. Voi mi avete compreso». Curletti chiosa: «Io partii, e si sa quel che avvenne». Il colonnello Anviti,  riconosciuto dal «popolo», fu  trascinato, fra botte e coltellate e canti patriottici, «al Caffè degli Svizzeri» di Parma, dove «fu collocato sopra un tavolo e gli fu tagliata la testa mentre non era ancor tutto spento». «Alla testa insanguinata si è voluto far trangugiare una tazza di caffè, le si è posto un sigaro in bocca e in questo modo fu portato sulla colonna che sorge sui uno dei quadrati della nostra piazza grande», scrisse il giornale «La Civiltà Cattolica». Il cadavere scempiato fu trascinato nelle strade per quattro ore (3). Chi erano i patrioti che compirono quest’atto di giustizia popolare? «Un migliaio di precauzionali invecchiati nel vizio e organizzati al delitto», che il dittatore Farini (padre della patria) «fu sollecito a scarcerare dal forte di Castelfranco».

MAZZETTE E TANGENTI – Curletti è uno dei pagatori che – sotto il comando dell’ammiraglio Persano – corrompono con denaro gli alti ufficiali dell’esercito borbonico, onde preparare il successo dei «Mille». Carlo Persano è un pessimo comandante navale (si farà sconfiggere a Lissa, nel 1860, dalla inferiore flotta austriaca), ma un ottimo sovversivo. Nell’agosto 1860 scrive a Cavour «Ho dovuto, eccellenza, soministrare altro denaro. Ventimila ducati al Devincenzi, duemila al console Fasciotti, quattromila al comitato...». In compenso, dice, «possiamo ormai far conto sulla maggior parte dell’officialità della Regia Marina napoletana».  Difatti. Ottocento «straccioni» (dice Ippolito Nievo, che era uno di loro) occupano Palermo senza colpo ferire. E penetrano nel regno di Napoli come coltelli nel burro. Massimo D’Azeglio scrive a un nipote il 29 settembre 1860: «Quando si vede un’armata di 100 mila uomini vinta colla perdita di 8 morti e 18 storpiati, chi vuol capire, capisca». Garibaldi stesso dice chi sono i suoi patriottici guerrieri in camicia rossa: «tutti generalmente di origine pessima e per lo più ladra... con radici nel letamaio della violenza e del delitto». Infatti, il governo garibaldino che soppianta il re di Napoli è così descritto da Boggio: «Lo sperpero del denaro pubblico è incredibile... somme favolose scompaiono colla rapidità con cui furono agguantate dalle casse borboniche... Si sciupano milioni, mentre ai soldati vostri (scrive Boggi a Garibaldi) si nega persino il pane. I soldati, lasciati privi del necessario, sono costretti a procurarselo come possono, d’onde i soprusi, gli sperperi, le violenze che irritano le popolazioni».

SONO COSTRETTI – Anche il capo della Digos Curletti, spedito a Napoli liberata, attesta: «Trovai Napoli nel più incredibile disordine. L’esercito rigurgitava di donne: milady White e l’ammiraglia Emilia ne erano le eroine. Le notti scorrevano nell’orgia. Garibaldi non era più riconoscibile; quando non soddisfava la sua smania di popolarità facendosi acclamare nelle strade, passava il tempo fra milady e Alessandro Dumas...».Già allora, veline e puttane, nani e ballerine. Nel governo garibaldino, il ministro Francesco Crispi minaccia il ministro Cordova puntandogli una pistola al petto. E così via. Garibaldi si monta la testa e sogna di formare una repubblica mazziniana, tradendo il Piemonte monarchico. Il già citato Boggio lo invita a meditare: da chi ebbe «i cannoni e le munizioni da guerra? E le somme ingenti di denaro? Perché, Generale, entraste in Napoli senza colpo ferire?». E gli ricorda che non è lui ad aver fatto in modo che «i capi delle truppe» disperdessero «le loro truppe». E Pietro Borrelli, massone, scriverà sulla Deutsche Rundschau nell’ottobre 1882:  Garibaldi?: «Una nullità intellettuale. Gli iniziati sanno che tutta la rivoluzione in Sicilia fu fatta da Cavour, i cui emissari militari, vestiti da merciaiuoli girovaghi, percorrevano l’isola e compravano a prezzo d’oro le persone più influenti». Lo stesso apparato che propagandò Garibaldi come il purissimo eroe dei due mondi, lo derideva come nullità e incapace, e diffondeva la voce che, se il biondo eroe s’era lasciato crescere la bionda chioma a coprirsi le orecchie, era perché gliele avevano tagliate in Sudamerica per un furto di cavalli.

CAPITALISTI SENZA CAPITALE – L’Eroe capì l’antifona, e pronunciò il suo «obbedisco». Se ne andò a Caprera, lasciando il Sud a Vittorio Emanuele. Ma non senza prima aver ceduto l’appalto delle Ferrovie Meridionali a Pier Augusto Adami e ad Adriano Lemmi, entrambi finanzieri ebrei di Livorno, nonché cognati, che avevano pagato parte dei conti del Biondo Nizzardo. Una concessione in cui lo Stato avrebbe dovuto accollarsi tutte le perdite di gestione. Il deputato Poerio disse in parlamento: tale contratto «vincola per lunghi anni l’avvenire di quelle provincie (meridionali), le sottopone all’onere immenso di 650 milioni di lire, ed assicura inoltre alla casa concessionaria l’utile netto del 17% senza sborsare un obolo del proprio». Come poi faranno gli Agnelli, i Pirelli, i Bastogi, capitalisti mantenuti col capitale di Mediobanca. Adriano Lemmi diverrà poi Gran Maestro della Massoneria, nonché  padrone del monopolio dei tabacchi.

BROGLI ELETTORALI – Nonostante le rivolte che scoppiano dovunque, le fucilazioni e le repressioni ferocissime (4), i «popoli del Sud» (e della Chiesa) votano in massa per l’annessione ai Savoia nei plebisciti che vengono indetti nei territori appena conquistati, nel 1860. A votare sono quasi 3 milioni di persone, e il 98% si pronuncia per Vittorio Emanuele. E’ un risultato di quelli che oggi si chiamano bulgari, anziché savoiardi. Un pochino strano se si pensa che l’anno dopo, nelle prime elezioni politiche dell’Italia unita del 1861, dove il diritto di voto è basato sul censo e possono votare solo il 2 % dei sudditi (ossia 419.938 maschi), va effettivamente alle urne solo il 57% degli aventi diritto, ossia 242 mila individui. Il miracolo lo spiega ancora nel suo memoriale il capo della paleo-Digos Curletti, vero misconosciuto eroe del Risorgimento: «Ci eravamo fatti rimettere i registri delle parrocchie per formare le liste degli elettori. Preparammo tutte le schede (...) Un picciol numero di elettori si presentarono a prendervi parte; ma, al momento della chiusura delle urne, vi gittavamo le schede, naturalmente in senso piemontese, di quelli che si erano astenuti (...) Chiamavamo ciò completare la votazione (..). Per quel che riguarda Modena, posso parlarne con cognizione di causa, poichè tutto si fece sotto i miei occhi e sotto la mia direzione. Le cose non avvennero diversamente a Parma e a Firenze».Non essendoci scrutatori dell’opposizione (quale? Ogni opposizione era fuorilegge), essendo i chiamati a votare per lo più analfabeti e ignari del metodo elettorale e quindi astensionisti in massa, la cosa poté passare con facilità. I giornali inglesi inneggiarono al trionfo della democrazia, come oggi per le votazioni in Afghanistan ed Iraq.

ELEZIONI INVALIDATE – Del resto, già nel Piemonte del 1857 Cavour aveva mostrato come rispettasse le urne. Votarono allora, col sistema censitario, solo 69.470 cittadini;  il 67% degli aventi diritto, che erano il 2,4% della popolazione. Nonostante ciò, a causa delle esazioni fiscali, della miseria e insicurezza (criminalità altissima) e dei debiti pubblici enormi, in quel voto addomesticato di soli benestanti, l’opposizione (cattolica) passò dal 20,4% al 40,2%. Il governo Cavour rischia di trovarsi di fronte una vera opposizione, e persino di cadere. La soluzione è presto trovata: il capo del governo Camillo Benso invalida l’elezione di 22 deputati dell’opposizione. La votazione, afferma il 23 dicembre 1857, è il segno che «il partito clericale sta agendo nell’ombra... per far tornare indietro la società, per impedire il regolare sviluppo della civiltà moderna». Colpa dei preti, che nei confessionali hanno indotto a votare contro la Patria. Cavour: «Si denuncia l’uso dei mezzi spirituali nella lotta elettorale». Questa è la motivazione per cui le elezioni sono invalidate: abuso di mezzi spirituali.

IN ATTESA DI GIUDIZIO – Nell’inverno 1862-63 Lord Henry Lennox, un ammiratore del Risorgimento, visitò le prigioni di Napoli sotto il governo piemontese, strapiene di ribelli al regime. Ne riferì alla Camera dei Comuni. Sulla prigione di Santa Maria: «... pensavo che i prigionieri fossero stati processati, prima di essere condannati; mi spiace dirlo, non era così. Un ungherese di nome Blumenthal, in fluente francese, mi disse che si trovava da 18 mesi in cella senza essere stato né processato né interrogato (...). Quando lasciai la sua cella, altri prigionieri si affollarono attorno a me e al mio accompagnatore chiedendoci in italiano: ‘Perché siamo in prigione? Perché non ci processano? (...). Il direttore mi rispose che non sapeva cosa dire: aveva sotto la sua sorveglianza 83 persone mai processate, delle quali circa la metà non erano nemmeno state sottoposte a interrogatorio. Erano detenuti senza sapere di quale delitto fossero accusati (...). Molti di loro erano uomini dall’aspetto misero, balbettanti, i capelli bianchi, appoggiati a grucce, poveri disgraziati desiderosi solo di finire i propri giorni in un ospizio». Visita alla prigione La Concordia: «...C’erano un vescovo cattolico romano e due preti, tirati giù dal letto un mese prima, e destinati a trascorrere i propri giorni in compagnia di criminali incalliti (...). C’era un uomo in prigione da due anni, un vecchio vicino ai settant’anni, curvo per l’età e costretto ai pasti carcerari: uno al giorno e solo acqua da bere». Una prigione a Salerno: «... Il direttore fu estremamente cortese e, saputo il motivo della mia visita, si augurò che potesse recare qualche positiva conseguenza. Soggiunse che era costretto in quel momento a tenere 1.359 prigionieri in un carcere che poteva ospitarne 650: tale affollamento aveva provocato un’epidemia di tifo che aveva ucciso anche un medico e una guardia». Visita alla prigione della Vicaria: «… Dei 1000 prigionieri, 800 erano confinati in cinque stanze non divise da porte, ma da sbarre di ferro, cosicché gli effluvii emanati da quegli 800 uomini circolavano liberamente da un capo all’altro (...). Ma torniamo al cortile della prigione. Per fortuna non capita spesso di vedere quello che ho visto, uno spettacolo che non dimenticherò mai... Non appena mi videro, i detenuti si precipitarono verso di me con grida pietose e reiterate, con gli occhi iniettati di sangue e le braccia protese, implorando non la libertà, ma il processo; non la clemenza, ma una sentenza (...). Ho conversato con detenuti in attesa di giudizio che mi dicevano: ‘Se almeno potessimo avere qualche indizio della sentenza che ci attende, la nostra disperazione non sarebbe così nera. Alla fine di ogni cammino, per quanto duro, è possibile scorgere una scintilla di speranza; ora invece c’è solo disperazione».

Fregarono pure i garibaldini

Anche i garibaldini chiedevano assistenza ai piemontesi, alcuni di loro protestarono e furono uccisi dalla polizia, altri passarono ai briganti; a Roma e Marsiglia erano nati comitati borbonici, diretti da ufficiali borbonici anche stranieri, che dirigevano il brigantaggio a mezzo d’ufficiali loro emissari; queste bande arrivarono al numero di 250, alimentavano una guerra civile e sembravano imprendibili, dall’estero arrivarono anche nobili per combattere per i Borbone. In Lucania il capobrigante Carmine Crocco riunì 1.000 uomini, era stato disertore borbonico, garibaldino e poi brigante, i suoi uomini erano in gran parte ex soldati borbonici, innalzava la bandiera delle due Sicilie e inneggiava a re Francesco II; era un guerrigliero che sfuggiva allo scontro aperto, era sostenuto dal clero e da parte della nobiltà locale fedele ai Borbone. Crocco fu tradito da un suo uomo, Giuseppe Caruso, che lo vendette ai piemontesi. I piemontesi, alla ricerca di briganti, distrussero l’abbazia di San Bernardo, erano visti come conquistatori, alcuni loro ufficiali parlavano francese e si servivano d’interpreti. Alla frontiera pontificia operava la banda di Luigi Alonzi, detto Chiavone, sergente dell’esercito borbonico, che aveva un’organizzazione militare e tanti stranieri, in tutto 430 uomini, con ufficiali e cannoni; gli ambienti legittimisti europei erano con i Borbone, tanti nobili stranieri combatterono come ufficiali per i Borbone e furono fucilati dai piemontesi. A Marsiglia il comitato borbonico era diretto dal generale Clary e tanti francesi si arruolarono nel partito borbonico, così a Barcellona ed a Roma. In Basilicata e Puglia operava il brigante Pasquale Domenico Romano, sergente borbonico, arruolò contadini ed ex soldati, della sua banda facevano parte anche un toscano e due piemontesi; Romano aveva un regolamento ed era appoggiato dai comitati borbonici di Roma e Parigi, voleva congiungersi alle forze di Crocco, nel 1863 fu finito a sciabolate dai piemontesi. Il brigante Cosimo Giordano operò tra Matese e il Sannio e nel 1888 morì al carcere di Favignana, a Napoli la banda dei fratelli La Gala rapì il direttore del Banco di Napoli e n’ottenne un riscatto; tra le bande non mancavano le donne, i nemici dei briganti erano i piemontesi e i galantuomini, cioè i borghesi liberali. Per risolvere il problema del brigantaggio, nel luglio 1861 il comando delle operazioni passò al generale Cialdini, appoggiato da volontari guidati dai proprietari terrieri, spesso protettori di mafiosi e camorristi, e dalla legione ungherese; dal 1861 al 1863 il governo impiegò circa 100.000 uomini in questa guerra civile, a Teramo chi ospitava briganti era fucilato e chi non collaborava con i piemontesi, cioè non denunciava i briganti, aveva la casa saccheggiata e bruciata. Si voleva creare il deserto attorno alle bande, furono poste taglie suoi briganti, chi riforniva di viveri i briganti, era fucilato. Furono distrutte case e paesi, non si risparmiarono vecchi, donne e bambini, dall’estate del 1861 i piemontesi saccheggiarono e incendiarono sedici paesi. I galantuomini meridionali si nascondevano dietro i piemontesi, la repressione avveniva con il consenso dei notabili locali. Però quando ci fu la crisi dell’Aspromonte del 1862, in cui Garibaldi, che voleva prendere Roma, fu ferito dai piemontesi, timorosi delle reazioni francesi, il generale La Marmora proclamò lo stato d’assedio nel mezzogiorno anche contro i garibaldini; con il sollievo dei latifondisti che non li vedevano sempre di buon occhio; ora il nemico sembrava anche Garibaldi. Lo statuto albertino del 1848 era stato calpestato, le fucilazioni erano sommarie e la libertà di stampa era limitata, tra il giugno 1861 e il dicembre 1863 perirono migliaia di briganti e altrettanti furono gli arrestati; le bande di briganti controllavano le vie di comunicazione in Irpinia, Benevento, Salerno, Abruzzo, Molise e Lucania, le fucilazioni avvenivano, senza processo, violando il codice penale e lo statuto. Poi intervenne a loro favore l’amnistia, concessa soprattutto per aiutare Garibaldi. Nemmeno i briganti scherzavano, requisivano, ricattavano, uccidevano, ce l’avevano con galantuomini, piemontesi e garibaldini; i deputati meridionali chiesero una commissione d’inchiesta sul brigantaggio ed intanto, per tranquillizzare i Savoia, condannavano il governo borbonico. Nel Molise, una banda era diretta da Cosimo Giordano, ex caporale borbonico, uccise liberali e spie piemontesi; alcuni militari piemontesi furono massacrati da donne con le pietre. Allora nessuno affrontò la questione sociale meridionale, i generali piemontesi, che si alternarono al comando delle operazioni, come Cialdini, La Marmora e Pallavicini, dirigevano prefetti, sindaci e giudici. Mentre al nord era applicato lo statuto, al sud vigeva una legislazione speciale di guerra. La commissione parlamentare si spostò al sud e non sentì i contadini, l’idea fissa era che i briganti erano aizzati dai borbonici, il materiale della commissione fu raccolto il 23.7.1863; questo brigantaggio era alimentato dalla miseria e dalle tasse, perciò la commissione propose strade, ferrovie, istruzione e terre ai contadini; chiese la fine della fucilazione e benefici ai briganti pentiti. Invece il 15.8.1863 fu introdotta la legge Pica, con il reato di brigantaggio, furono applicati strumenti repressivi su 12.000 persone; tra il 1860 e il 1870 caddero circa 45.000 uomini, più che nelle guerre risorgimentali; anche delle donne furono briganti, il cadavere di Michelina De Cesare fu denudato e mostrato a tutti. I militari preparavano i briganti, vivi o morti, per i fotografi, bisognava rappresentare i briganti come rozzi, arretrati, ignoranti, violenti, brutti, crudeli ed incivili. Il generale Pallavicini vinse la guerra al brigantaggio con tutti i mezzi, anche con la propaganda. I corpi dei briganti morti erano fotografati con la lingua penzoloni e lo sguardo sbarrato, un trofeo come gli animali cacciati, alcuni di loro avevano segni di sevizie; le foto delle donne dei briganti ottennero molto successo nelle botteghe dei fotografi, erano state seviziate, denudate, percosse, abusate, poste con i seni scoperti. Il brigante Domenico Straface fu ucciso, decapitato e la sua testa fu messa sotto spirito; si consegnavano le teste per la taglia, la lotta era dura perché le bande godevano di consenso popolare. Alcuni studiosi parlarono di tare ereditarie dei briganti, Cesare Lombroso considerava i meridionali una razza inferiore, perciò i suoi seguaci misuravano i crani dei briganti; Lombroso arrivò in Italia meridionale ed individuò le cause fisiologiche delle devianze dei briganti meridionali, teorizzò il tipo antropologico del brigante; i briganti erano diventati casi clinici e razza inferiore. I tribunali militari, che dovevano giudicare i briganti, arrivarono a dodici, però molti briganti erano fucilati nel luogo di cattura, nonostante lo Statuto; il Piemonte proclamò dieci volte lo stato d’assedio, con uso di fucili e cannoni, nel 1849 a Genova, nel 1852 in Sardegna, nel 1862 in Aspromonte, nel 1866 e nel 1894 in Sicilia, nel 1898 a Napoli, Milano, Firenze e Livorno. Il generale piemontese Luigi Manabrea paragonava i meridionali agli ottentotti, in Sicilia si unirono i proprietari terrieri, aristocratici e borghesi, contigui alla mafia; a causa di tasse e della leva, nel 1862 fu la rivolta dell’isola; la Sicilia aveva sperato nell’autonomia, per i siciliani, se Napoli era lontana, Torino era lontanissima. In Sicilia erano frequenti sequestri e furti, c’erano faide tra famiglie mafiose e lo stato compiva repressioni, la popolazione detestava il governo italiano. Il brigantaggio siciliano nasceva anche per sfuggire al rastrellamento ed al reclutamento, erano tanti i renitenti; i soldati, per ottenere informazioni sui renitenti, ricorrevano alla tortura, a Licata tagliarono l’acqua ad un paese e presero in ostaggio le famiglie di ricercati, incendiarono anche delle case. Chi protestava era accusato di simpatie borboniche, i lavori sporchi furono affidati alla legione ungherese, che era alle dipendenze del ministero della guerra; la gente vedeva questi ungheresi come mercenari dei conquistatori. Gli ungheresi chiamavano i cafoni, irochesi, erano violenti, tra loro c’erano anche polacchi e tedeschi, tanti di loro ottennero la medaglia al valore dai Savoia; per stroncare il brigantaggio, bisognava atterrire la popolazione, però si utilizzavano anche spie e taglie. I metodi repressivi erano appoggiati dai notabili meridionali. Del brigantaggio meridionale si occupavano anche i giornali stranieri che equiparavano il sud d’Italia al Far West, i briganti erano evirati e le loro donne stuprate; i giornali di Londra scrivevano che l’unità era stata un’impostura, con stampa imbavagliata, repressioni e prigioni piene. In Francia qualcuno paragonò i briganti ai patrioti polacchi, in Spagna si scrisse che in Italia meridionale s’incendiavano paesi e si fucilavano persone che chiedevano l’indipendenza. I soldati punivano chi accoglieva i briganti, incendiando paesi e fucilando, erano a caccia di simpatizzanti borbonici e briganti, il generale Cialdini ordinò che d’alcuni paesi non rimanesse pietra su pietra; soldati e carabinieri erano stati uccisi dai briganti e si voleva una rapida rappresaglia. Furono bombardati paesi con i mortai, furono fucilati gli abitanti, alcuni furono finiti alla baionetta, le donne erano violentate; i soldati promettevano la vita a chi consegnava gioielli e denaro, ma poi non mantenevano la parola. Si distrussero chiese e si applicò la rappresaglia di guerra, furono risparmiate solo le case delle spie; per decenni, i paesi del Sannio furono bollati come covo di briganti, 21 paesi della zona furono distrutti dalle rappresaglie piemontesi. Nel 1870 finì il brigantaggio e cominciò l’emigrazione, Francesco Saverio Nitti affermò che la carte del brigantaggio e dell’emigrazione coincidevano; comunque, l’Italia assegnò ai militari impegnati nella repressione 7.391 ricompense. Quando Garibaldi reclutava volontari per le sue imprese, sapeva che sarebbe stato sconfessato dal re solo se la sua impresa fosse fallita, le autorità militari piemontesi non reagirono ai reclutamenti di Garibaldi, perché sapevano che aveva il tacito appoggio del re. I volontari di Garibaldi viaggiavano gratuitamente sui treni, con armi fornite dal re. A cause della reazione negativa delle grandi potenze, Garibaldi fu poi fermato ad Aspromonte e arrestato, però non fu possibile processarlo, per non far emergere le responsabilità della corona, comunque, potette godere d'una provvidenziale amnistia generale. Quando Mazzini era esule a Londra, ricercato dalla polizia italiana, a causa dei suoi moti repubblicani di Genova, il re lo contattò segretamente, per preparare azioni rivoluzionarie. Nel 1863 Garibaldi, per protestare contro le leggi marziali in Sicilia, diede le dimissioni da deputato e si recò a Londra; l’anno dopo fu richiamato da Vittorio Emanuele II, per fomentare un’altra rivoluzione in Europa orientale e nei Balcani. Nel 1865 la capitale fu trasferita a Firenze, però a Roma esisteva un comitato rivoluzionario, finanziato dal governo italiano, con il compito di preparare l’insurrezione, un altro comitato del genere operava a Roma. Vittorio Emanuele II, era anticlericale ed era stato scomunicato da Pio IX, preferiva la compagnia dei militari a quella dei civili, curava personalmente la diplomazia; aveva una sua diplomazia segreta e spie all’estero; all’oscuro del governo, era in rapporto con avventurieri e con Garibaldi. Denaro d’agenti piemontesi doveva servire allo scatenamento di una rivoluzione anche a Roma, con l’aiuto di Garibaldi, in modo da dare alle truppe italiane il pretesto per intervenire e ristabilire l’ordine; il capo del governo, Rattazzi, per incarico del re, aveva fatto avere finanziamenti a Garibaldi. La Francia venne a conoscenza del progetto, perciò il governo italiano fece arrestare Garibaldi che fu rispedito nell’isola di Caprera. Garibaldi non avrebbe percorso molta strada in Sicilia senza l’aiuto di Cavour, baroni e mafiosi, i picciotti garibaldini erano spesso mafiosi e delinquenti comuni, allora la mafia era soprattutto agraria. Garibaldi, con la sua riforma, agraria attaccò la proprietà ecclesiastica ma risparmiò il latifondo dei baroni, perciò ci fu la rivolta dei contadini che volevano la terra. Contro i napoletani, i baroni prima furono con inglesi e piemontesi, poi alimentarono le spinte autonomistiche dell’isola. Con l’unità, vennero le tasse e la costrizione obbligatoria, i renitenti si diedero al brigantaggio ed iniziò così il governo militare dell’isola, che convinse il popolo d’essere ancora sotto una dominazione straniera. I briganti godevano della protezione dei baroni; l’aristocrazia, cioè i baroni latifondisti, controllava la mafia e questa controllava il brigantaggio. Però baroni e liberali erano anche collegati alla massoneria. La prima loggia massonica italiana fu d’obbedienza inglese e fu fondata in Toscana, l’8.10.1859 nacque a Torino, per volere di Cavour, la massoneria moderna italiana, Garibaldi ne era il Gran Maestro. A battezzarla con l’antico nome dell’Italia, cioè Ausonia, fu Livio Zambeccari, colonnello garibaldino, cospiratore, principe di rosacroce del rito scozzese, proveniente dall’esilio di Londra. Livio Zambeccari, con i suoi carbonari, voleva fare l’unità con un piccolo esercito di guastatori. A Napoli le logge avevano già imboccato la strada dell’illuminismo e della cospirazione politica. Napoleone Bonaparte aveva fatto suo fratello Giuseppe capo dei massoni dell’Arte Reale, anche i carbonari avevano i simboli dell’Arte Reale; la prima loggia di Livio Zambeccari, l’Ausonia, fu la pietra angolare su cui si costruì il Grande Oriente D’Italia, legato ai Savoia. La massoneria risorgimentale italiana, bisognosa di credito per i suoi progetti, si accostò ai banchieri francesi, soprattutto ai massoni Rothschild e Hambro. Anche la rivoluzione francese del 1789 era stato il prodotto di un’occulta regia massonica, come del resto la rivoluzione americana. L’armatore Raffaele Rubattino, massone iniziato all’Arte Reale, fornì due navi per la spedizione dei mille. Lo stato maggiore dei mille era d’obbedienza massonica, Garibaldi fu eletto primo massone d’Italia, con l’insegna della fenice resuscitata. Alla carboneria, una filiazione della massoneria, partecipavano anche criminali, essa si era sviluppata in Italia, Francia e Spagna; fu creata da Filippo Buonarrotti, socialista rivoluzionario amico di Robespierre, che voleva la distruzione del dispotismo e praticava l’assassinio politico. Ad essa successero tutte le organizzazioni rivoluzionarie successive d’Europa, la maggior parte dei dirigenti carbonari erano massoni. Alla carboneria si opponeva la setta controrivoluzionaria dei sanfedisti, che assassinava liberali e carbonari e parteggiava per i preti. Nel 1848 Carlo Alberto, che aveva represso mazziniani e repubblicani nel 1821, nel 1831 e nel 1833, aveva deciso di adottare la causa italiana e aveva dichiarato guerra all’Austria e perciò chiamò Garibaldi. A Napoli era ministro dell’interno il camorrista Liborio Romano, che era capo della camorra e della polizia segreta. Cavour, per mezzo dei generali Farini e Cialdini, cercava di convincere Napoleone III che l’unico modo per impedire a Garibaldi di attaccare Roma, era di mandare l’esercito italiano ad invadere il napoletano. I due generali assicurarono che le truppe italiane non sarebbero entrate a Roma, Napoleone III diede il suo assenso. Conquistato il mezzogiorno, il re nominò Garibaldi generale dell’esercito sardo, questo chiese di essere nominato governatore del regno di Napoli, ma il re rifiutò, preferendogli Farini, che avrebbe causato molti lutti al sud, con le sue repressioni. Diari e memorie sul risorgimento sono stati manipolati, avvenne per i diari di Gioberti, Cavour, Crispi e Salandra. Il Ministro Ferdinando Martini, dopo la prima guerra mondiale, conosceva la capacità dei governi di inventare una loro versione della storia. Alla fine del secolo scorso, la pubblicazione di un diario di Domenico Farini, presidente del consiglio, fu bloccata da parte del re. Giolitti respinse la richiesta di aprire gli archivi di stato o quello che ne rimaneva dal 1815 in poi e nel 1912 disse in Parlamento che altrimenti ne sarebbe derivato un considerevole danno allo stato. Lo scopo degli storici del risorgimento era di dimostrare che gli italiani erano stati a favore dell’unità stessa. Lo storico Nicomede Bianchi in privato affermava che, in realtà, il compito assegnatogli era di fare propaganda politica a vantaggio della monarchia. Nel 1858 Felice Orsini fece un attentato a Napoleone III e fu ghigliottinato, era un terrorista al servizio dei servizi segreti piemontesi, la sua vedova ricevette una pensione dal Piemonte. Probabilmente, visti i processi nazionali, non era sbagliato desiderare l’unità d’Italia, però la si fece in modo di non sviluppare le virtù a lo spirito patriottico tra gli italiani. Alla morte di Cavour, i suoi documenti vennero in parte distrutti, in parte requisiti dal re, Alessandro Luzio arrivò ad affermare che i documenti ufficiali erano un cumulo d’inesattezze, con occultamento della verità. Il funzionario della pubblica istruzione, Castelli, fece prestare agli storici universitari un giuramento di fedeltà al regime, con velate minacce di censura, procedimenti giudiziari e intralci alla carriera. I documenti di Cavour furono censurati nella parte che in cui si dimostrava che egli aveva finanziato i movimenti insurrezionali europei. Nel 1910 Luigi Bollea chiese il permesso di accedere ai documenti ufficiali per una storia del Risorgimento, fu impedito dal governo con minacce di procedimenti giudiziari. Alessandro Luzio, sotto il fascismo, fu incaricato dal governo di guidare una commissione per curare una nuova edizione delle lettere di Cavour; però rifiutò l’autorizzazione a studiosi che volevano consultare alcuni documenti sotto la sua custodia, rifiutò l’autorizzazione anche ad Adolfo Amodeo, valente storico, il quale alla fine sentenziò che le migliori storie del Risorgimento erano state scritte da stranieri. Gli archivi di casa Savoia furono donati allo stato italiano dopo essere stati in parte distrutti, i Savoia ricevevano copia dei documenti importanti dei ministri e arrivarono a confiscare i documenti di Cavour, perciò erano a conoscenza di tutti i fatti. Il re, secondo lo statuto albertino del 1848, non era responsabile delle azioni del governo, però lo ispirava e lo dirigeva. I briganti uccisi in combattimento e fucilati furono oltre diecimila ed i militari caduti furono più che nelle guerre risorgimentali, una vera guerra civile; la lotta brigantaggio, in rapporto con la popolazione relativa dell’epoca e del mezzogiorno, fece più morti della resistenza. Il governo borbonico e quello pontificio avevano armato e incoraggiato il banditismo, per contrastare gli invasori piemontesi; in precedenza, a Roma, le fazioni politiche in lotta si erano appoggiate anche a briganti. L’alta aristocrazia, nella sua storia, ha sempre ospitato e si è servita sempre di banditi. Molti sacerdoti benedicevano le armi dei briganti, i briganti erano spesso persone devote e la popolazione considerava i briganti eroi coraggiosi che lottavano contro i soprusi dello stato, che imponeva tasse, leva e privatizzava le terre demaniali comuni, utilizzate per il pascolo e per il legnatico. Il brigantaggio fu stroncato senza risolvere quello della criminalità e della povertà al sud, così cominciò l’emigrazione degli italiani, in media mezzo milione di persone l’anno, dall’unità al 1913. I Savoia vollero l’Italia senza consenso e centralizzata, per combattere le forse autonomistiche; invece in Germania si ricercò il consenso, perciò preferì prima l’unione doganale e poi la confederazione. Però per una confederazione italiana si erano espressi Napoleone III e Gioberti, mentre Cavour all’inizio voleva solo l’unione dell’Alta Italia. In Italia si preferisce adattare la storia al presente, a causa della propaganda, non si sono fatti film dalla parte dei napoletani, mentre in Usa si sono fatti film dalla parte degli indiani e degli stati confederati del sud, i quali oggi hanno anche dei musei che ricordano la loro guerra secessionista.

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