L A  P A T R I A   P E R D U T A … l ’ I N D I P E N D E N Z A

Nascita del Regno delle Due Sicilie -  allegoria

L’ITALIA NON ESISTE PERCHE’ ILLEGITTIMA

Il 17 marzo 1861, dopo la distruzione e la resa di Gaeta, il grottesco parlamento, teatrino savoiardo, proclamò l’unità d’Italia, atto che denuncia l’aggressione espansionistica ed il saccheggio del Regno delle Due Sicilie, sovrano da oltre 700 anni, con una guerra a tradimento non dichiarata. La proclamazione dell’unità d’Italia avvenne dopo la SOLA conquista del Regno delle Due Sicilie, occorreva invadere ancora il Lazio, la Romagna, metà Lombardia, Veneto, Friuli e Trentino Alto Adige. Il che smentisce le pretese patriottiche e conferma la sola volontà di conquista e di impossessarsi del ricco bottino meridionale, violando l’Ordinamento e trattati internazionali. La farsa della proclamazione dell’unità d’Italia, per essere credibile, doveva avvenire al termine della prima guerra mondiale. L’attuale Stato italiano legittimamente è ritenuto “potenza straniera occupante” ed in virtù delle violazioni internazionali perpetrate con inaudita ferocia contro la volontà del popolo meridionale alla non annessione, gli si attribuisce il titolo di usurpatore e colonizzatore, proclamando illegittima la sua autorità su detti territori. L’Italia non esiste, poiché il 21 ottobre 1861 si svolse la farsa del plebiscito al SUD, ma l'11 ottobre la Camera del Parlamento Sabaudo aveva già decretato l'annessione con il Decreto del 15 ottobre che affermava "le Due Sicilie fanno parte integrante dell'Italia, una e indivisibile, con il suo Re costituzionale Vittorio Emanuele e i suoi discendenti", il 16 ottobre la discussione passò al Senato. L’illogica cronologia dimostra la falsità del Plebisciti!

SUD INDIPENDENTE

Per non essere più 20 milioni di meridionali:

CONSUNATORI di prodotti del LORO apparato produttivo industriale, l’80% dei beni venduti nel Meridione non sono meridionali;

ELETTORI dei LORO partiti, finanziati dal LORO apparato produttivo industriale, solo il 30% degli eletti al Sud sono meridionali;

RISPARMIATORI, che finanziano le LORO banche, che finanziano il LORO apparato produttivo industriale, non vi è più una banca meridionale;

UTENTI di infrastrutture realizzate dal LORO apparato produttivo industriale, i grandi appalti sono appannaggio delle LORO multinazionali;

TUTORI DELL’ORDINE E DELLE FORZE ARMATE, oltre il 70% del personale è meridionale;

ASSICURATI obbligati delle compagnie assicuratrici settentrionali.

20 MILIONI DI COLONIZZATI

L'AJA, "IL KOSOVO INDIPENDENTE E' LEGALE"

(AGI) - Roma, 22 lug.2010 - La proclamazione di indipendenza del Kosovo non e' un atto contrario al diritto internazionale. Lo afferma la Corte di Giustizia dell'Aja nel parere consultivo pronunciato oggi. Il parere era stato chiesto dall'Onu. La Corte era stata chiamata dall'Assemblea generale dell'Onu a decidere se la dichiarazione di indipendenza pronunciata il 17 febbraio del 2008 sia "in armonia" con il diritto internazionale. Il pronunciamento dell'Aja è destinato ad avere profonde implicazioni sia sul piano del rapporto tra i movimenti separatisti diffusi nel mondo e i governi dei rispettivi Paesi sia sul negoziato di ingresso nell'Ue di Belgrado e di Pristina. "Nessuna legge internazionale proibiva al Kosovo di dichiarare l'indipendenza", ha affermato la Corte, presieduta da Hisashi Owada, in un passaggio del dispositivo..."La Corte ha affermato con forza che la dichiarazione di indipendenza è legale", ha sottolineato il portavoce del Dipartimento di Stato americano Philip Crowley. Washington ha sollecitato i Paesi europei a mostrarsi "uniti" nel sostegno alla decisione dell'Aja. Nella Ue sì da 22 paesi membri, tra cui l'Italia, per il riconosciuto del Kosovo indipendente. Sono però ancora cinque i paesi che non si sono uniformati a livello europeo: Spagna, Grecia, Romania, Slovacchia e Cipro. La maggioranza di loro teme che il Kosovo rappresenti un precedente per rivendicazioni autonomiste interne.

DUE SICILIE come il KOSOVO

Nel proclamare l’indipendenza del Kosovo i 2 milioni di kosovari non hanno violato il diritto internazionale, quindi è legittima una uguale iniziativa da parte delle popolazioni del Meridione italico o parte di esso. C’è un grosso MA, nel caso delle popolazioni del Meridione è stato lo Stato italiano, che nel 1860 violò accordi, trattati e l’ORDINAMENTO INTERNAZIONALE , aggredendo a tradimento e senza aver dichiarato lo stato di guerra il sovrano e secolare Stato del Regno delle Due Sicilie, nonostante le proteste di numerosi Stati. Quindi, si tratta solo di ripristinare la legalità e far pagare alla potenza straniera occupante italiana il giusto risarcimento per i danni subiti dalla vile aggressione, dalla occupazione e saccheggio che perdura da 150 anni.

Luttwak come Zitara: meglio un SUD INDIPENDENTE

16/04/2009 L'opinione di un famoso politologo

I passi salienti di un'intervista rilasciata da Edward Luttwak. Edward Luttwak è membro del CSIS Center for Strategic and International Studies di Washington, politologo esperto di problemi italiani. In questa intervista vengono trattati alcuni aspetti che riguardano il Sud Italia. La posizione di Luttwak è particolarmente interessante, ed in alcuni versi addirittura controcorrente.

Perelli: In caso di decentramento, o al peggio di separazione, che ne sarebbe del Sud? Verrebbe sempre più abbandonato o, potendo produrre a più bassi costi, rifiorirebbe?

Luttwak: E evidente che il sistema Italia, negli ultimi 50 anni, ha favorito il Nord molto più del Sud. Regalando un mercato protetto, quello appunto meridionale, dove si possono vendere macchinette scassate a alto prezzo. E vero che lo Stato ha anche assicurato massicci trasferimenti di soldi dal Nord al Sud, ma quando l’oro estratto al Nord viene filtrato attraverso una rete politica di clientele ciò che arriva a destinazione è soltanto acido corrosivo, peggio fango: perché anziché favorire lo sviluppo provoca un ulteriore deperimento. Un meccanismo malefico che ha scoraggiato gli imprenditori meridionali dall’assumere rischi, e li ha trasformati in clientes, collettori di quei fondi settentrionali che in cambio di consenso politico Roma smistava al Sud. Quindi è logico pensare che se il Sud venisse lasciato a sé stesso, e per sopravvivere fosse quindi obbligato a sfruttare le proprie risorse, le cose per i meridionali andrebbero molto meglio. Sono convinto che un Sud indipendente, abbandonato dalla Padania, riuscirebbe a camminare bene con le sue gambe. Progredirebbe anzi molto più del Nord.

Perelli: E i mercati internazionali assisterebbero imperturbabili allo scollamento?

Luttwak: Conoscendo la psicologia degli operatori internazionali, si sprecherebbero le interpretazioni ironiche. Si parlerebbe di spirito da operetta. Ma, al fondo, l’enfasi dei discorsi cadrebbe sulle continuità. Sulla certezza che la proprietà sarebbe salvaguardata. Dopotutto l’Italia è forse l’unico paese in Europa che non ha mai conosciuto rivoluzioni, dove ancora molta gente nasce, vive e muore nella stessa città, se non addirittura nella stessa casa degli antenati. Certo, come avviene in tutti i cambiamenti, ci sarebbe uno scotto da pagare. Ma non sarebbe troppo alto. Se si pensa che negli ultimi anni l’Italia non ha avuto governi democratici ma tecnocratici.

Perelli: Il Nord è otto volte più ricco del Sud. Al di là dei dibattiti sul federalismo e delle sue virtù terapeutiche a lungo raggio, cosa si può fare al momento per ridurre queste abissali distanze?

Luttwak: Il concetto di Sud è diventato un’astrazione che non tiene assolutamente conto della realtà. Ci sono zone in Puglia, per esempio, che come capacità produttiva e livello di reddito competono con le aree del Nord. E allora?

Perelli: Ma perché allora i fallimenti vengono imputati anche alla presunta pigrizia delle popolazioni meridionali?

Luttwak: Il motivo è politico. Tutte le problematiche italiane più affascinanti sono concentrate al Sud. È lì che crollano gli alibi della Prima repubblica. È proprio li, dove lo Stato ha cercato di essere più attivo, che anziché il progresso si è prodotto il massimo dello scempio.

Perelli: C’è una corrente della cultura italiana, il meridionalismo, che ha prodotto fior di dibattiti accademici. È mai possibile che tutti questi intellettuali non abbiano mai partorito un’idea valida?

Luttwak: L’ingegno meridionale ha avuto felici applicazioni fuori dal Sud. Ma lo Stato non ha mai permesso che trovasse sbocchi in casa propria. Lo Stato non aveva alcun interesse a valorizzarle, perché il progresso avrebbe distrutto la rete del clientelismo e gli avrebbe quindi impedito di controllare il territorio.

Perelli: Sull’arretramento ha però influito anche la prepotente espansione della malavita.

Luttwak: Prima c’è il sistema di corruzione politica e poi c’è la malavita. Se il corpo è sano, i parassiti possono esercitare addirittura una funzione positiva. In Italia la delinquenza organizzata è solo il frutto dell’abbandono dello Stato.

(Fonte: Newton Compton) * Le tesi di Luttwak sono contenute nel testo "Dove va l’Italia? Intervista a Edward Luttwak di Gianni Perelli - Newton & Compton, 1997. Alcuni stralci furono pubblicati da Carmine Colacino nel 2000 sul sito http://www.duesicilie.org/

 

Se il Sud fosse uno Stato indipendente, sarebbe il più povero dell'Unione Europea?

29 Jul 2009 di Antonio Pagano

Questa affermazione è comparsa alla fine di agosto 2005 sulla rivista scientifica internazionale Plus Medicine da una indagine statistica effettuata da due ricercatori dell’Istituto Mario Negri di Milano, Rita Campi e Maurizio Bonati, i quali da anni raccolgono gli indici sulle condizioni socio-sanitarie di bambini e adolescenti. Costoro hanno fatto risultare che vi è una enorme disuguaglianza tra Nord e Sud e, disaggregando i dati delle singole regioni, hanno tratto la conclusione che, se si considerasse il Sud come uno Stato indipendente all’interno dell’Unione Europea, sarebbe il più povero.

I dati da cui hanno tratto le loro conclusioni riguardano però solo la mortalità infantile, che risulta quattro volte superiore al resto d’Italia, e l’ospedalizzazione: “Oltre il 22% dei piccoli pazienti della Basilicata e del Molise, e oltre il 13% di quelli calabresi e abruzzesi deve ricorrere a ospedali del Centro-Nord. Una vera e propria migrazione sanitaria”. L’affermazione, presentata poi con l’immagine suggestiva di un eventuale “Sud-Stato indipendente”, sembra voler accreditare ai meridionali una incapacità congenita di realizzare una sufficiente condizione socio-sanitaria. I dati esposti, invece, mostrano che lo Stato italiano – la Sanità è ancora di sua competenza e il Sud fa parte di questo Stato, almeno di nome – ha destinato al Sud meno risorse, come del resto fa con tutto, per soddisfare prima di tutto gli interessi dei gruppi finanziari del Nord.

L’idea di un Sud come Stato indipendente all’interno dell’Europa è, tuttavia, da prendere in considerazione in quanto è vero proprio il contrario: un SUD INDIPENDENTE sarebbe ai primi posti in Europa. Come lo eravamo circa 145 anni fa. E vediamo perché.

Bisogna partire prima di tutto dalla definizione di Stato. Cos’è lo Stato? Al di là delle scolastiche definizioni giuridiche lo Stato altro non è che uno strumento usato per organizzare il popolo e il territorio su cui il popolo è stanziato. Lo Stato, inoltre, per poter funzionare, deve essere sovrano, non deve cioè, nelle sue scelte politiche e amministrative, dipendere né essere condizionato da altri.

Le persone che dirigono l’organizzazione dello Stato sono i politici che si qualificano in genere di “destra” o di “sinistra”, termini che però non hanno alcun significato reale. I politicanti fanno basare i movimenti politici su ideali seducenti, escogitati per catturare i consensi delle masse popolari facendo prospettare miti simbolici ben collaudati da secoli: patriottismo, nazionalismo, socialismo, lotta al terrorismo ecc., oppure, con l’inganno, promettendo vantaggi futuri (posti di lavoro, aumento del reddito, previdenza, ecc.), oppure instaurando un fiscalismo opprimente con la promessa di abbassarne i prelievi, oppure con la complicità di gruppi organizzati di elettori (lobby) che, in cambio del voto, ne ricavano vantaggi.

Strumento essenziale, per lo sviluppo del popolo e per far funzionare l’apparato statale, è il denaro. Il denaro, come si sa, è fatto con carta stampata e metallo coniato. Esso ha la funzione di permettere gli scambi commerciali e di retribuire il lavoro prestato. Attualmente è usato l’Euro che non ha alcun valore intrinseco. Il suo valore, infatti, non è basato su corrispondenti riserve di metallo pregiato o altro tipo di beni, ma semplicemente sul fatto che viene accettato e scambiato di comune accordo da tutti. Naturalmente la quantità di Euro in circolazione deve essere in armonia con la situazione dell’economia e della produzione (PIL, cioè il Prodotto Interno Lordo) altrimenti ne scaturirebbe “inflazione” (l’eccessivo denaro in circolazione verrebbe svalutato e servirebbe più denaro per acquistare lo stesso prodotto) oppure “deflazione” (poco denaro in circolazione e relativa diminuzione dei prezzi, situazione che comporterebbe contrazione dell’economia e della produzione con conseguente disoccupazione).

Chi allora deve avere il compito di stampare e coniare denaro? Con tutta certezza non può essere che lo Stato che, come abbiamo visto, è lo strumento sovrano del popolo per organizzare la sua vita. Ovvio quindi che esso non possa essere prodotto direttamente dai cittadini: il denaro non avrebbe alcun valore perché la quantità immessa nel mercato sarebbe fuori controllo. Il denaro è, dunque, il pilastro fondamentale per la vita di un popolo e del suo Stato. Lo Stato tra i suoi compiti deve anche prevedere la sorveglianza delle banche commerciali e di fissare periodicamente il tasso ufficiale di sconto (cioè il costo del denaro dato in prestito alle banche commerciali). Insomma, tutto e tutti dipendono dal denaro.

Eppure in Italia, dall’Unità fatta nel 1861, ad opera del “padre della patria” Cavour, lo Stato fu esautorato della sovranità di emettere denaro, affidandola ad un ente privato: la Banca Nazionale piemontese, cioè a quella che – attraverso vicende quasi sempre molto sporche, es. furto delle riserve in oro di dollari e sterline dei Banchi di Napoli e di Sicilia in epoca fascista – attualmente è la Banca d’Italia. I proprietari della Banca d’Italia sono banche private (85%), assicurazioni (10%) e altri proprietari minori. In pratica la Banca d’Italia, creando dal nulla il denaro con la sola stampa e conio, lo “presta” poi allo Stato che, per svolgere le sue funzioni, resta assurdamente indebitato (Debito Pubblico) con un privato. Cosa che non avverrebbe se lo Stato, per suo sovrano diritto-dovere, il denaro se lo stampasse esso stesso e lo distribuisse ai cittadini che ne sono naturalmente i proprietari.

Un assurdo così enorme, così grande, che nessuno riesce a vederlo. Una truffa gigantesca ben congegnata: essa consente agli azionisti della Banca d’Italia di arricchirsi non solo con la “restituzione” del debito da parte dello Stato, ma anche di farsi pagare gli interessi (tasso di sconto) su denaro non suo. Solo che il denaro che torna indietro alla Banca è denaro vero perché è frutto del lavoro e dei sacrifici dei cittadini.

Ma ci sono anche altri che ci guadagnano da questa assurda situazione: quelli che amministrano lo Stato. I politici, che formano i governi e i vari apparati dello Stato, maneggiando l’enorme flusso di denaro che lo Stato preleva dai cittadini con imposte e tasse, si arricchiscono anche loro concedendosi stipendi favolosi, privilegi per fare concessioni ai cittadini, spendono i nostri soldi per comprare voti, ecc., anche a scapito dell’efficienza economica e amministrativa dello Stato. In proposito si può ricordare il governo di Aldo Moro che per istituire l’ENEL col pretesto di “dare la luce a tutti” comperò le azioni della S.I.P. (Società Idroelettrica Piemontese) per una somma pari a 100.000 miliardi di lire, un enorme esborso del tutto inutile perché le concessioni demaniali degli impianti idroelettrici stavano per scadere e, quindi, le azioni avrebbero a breve perso valore. Quell’enorme cifra fu praticamente tolta per decenni allo sviluppo e alla costruzione di infrastrutture del Sud e servì a finanziare lo sviluppo tecnologico della S.I.P. Che passò alla telefonia. Risultato di tale operazione: l’energia elettrica in Italia costa più che in tutti gli altri Stati europei. L’operazione fu una delle tipiche truffe del Nord, ma nessuna formazione politica è andata al fondo della faccenda: nessuno aveva interesse a sputare nel truogolo della gozzoviglia.

Il silenzio dei politici meridionali, in proposito, è stato tombale, come sempre. Addirittura essi ritengono che se il Sud diventasse indipendente non sarebbe in grado di sopravvivere e numerosi sono quelli che si affannano a difendere l’unità, il risorgimento e osannano il Garibaldi. Eppure costui fu un ladro, un assassino e il primo artefice del degrado meridionale. E c’è ancora qualcuno nel Sud che vuole intitolare a lui un teatro a Gallipoli. Sindrome di Stoccolma? Una cosa è certa: con gente così davvero il Sud non andrà da nessuna parte. Insomma lo Stato viene usato come esattore da parte della Banca d’Italia con la connivenza dei politici, i quali usano anch’essi lo Stato come strumento per arricchirsi. Naturalmente non tutti i politici sono consapevoli e conniventi di quanto avviene, ma certamente costoro sono di una inammissibile e colpevole ignoranza.

Con questo sistema, essendo lo Stato privo di sovranità e usato come strumento truffaldino, non si può dire, dunque, che in Italia esista uno Stato vero, ma solo il suo simulacro. Da questa colossale truffa a danno del popolo, iniziata con i Savoja per “fare l’Italia unita” e continuata con la complicità di tutti i governi fino ad oggi, si può scientificamente affermare che la Banca d’Italia (oggi la BCE) è la vera detentrice del potere, perché essa, appropriatasi della facoltà di stampare denaro, tiene sottomesso il potere politico che “non vede e non sente” pur di stare ben avvinto alla sua greppia.

Basti, in proposito, ricordare il fatto che nessun politico si permise di “chiedere la testa” del Governatore della Banca d’Italia nel 1992, per aver costui fatto perdere allo Stato, cioè a tutti noi italiani, oltre settantamila miliardi per aver ritardato di due settimane la svalutazione della lira – svalutazione di circa il 30% ormai certa – a vantaggio di speculatori internazionali. Eppure questo genio della finanza fu fatto Ministro dell’Economia (ma si era laureato in Lettere alla Scuola Normale di Pisa), Primo Ministro e Presidente della Repubblica. Naturalmente il tutto sempre ammantato del glorioso risorgimento, dell’unità della patria, dell’inno nazionale e dello sventolare di bandiere tricolori e giacobine.

Con l’istituzione dell’Euro, la Banca d’Italia stampa ancora carta moneta, ma su concessione della Banca Centrale Europea con sede a Francoforte, anch’essa privata (azionisti sono i soci privati delle varie banche nazionali, anche dell’Inghilterra che, pur non essendo entrata nel sistema Euro, detiene tuttavia il 14% delle azioni, e, quindi, degli utili). La concessione comporta ovviamente un elevato addebito non motivato. Contro il costo di stampa di 0,03 centesimi la BCE pretende 2,50 Euro ogni cento, ovviamente scaricati sullo Stato italiano, pagatore finale, cioè su tutti noi. L’Unione Europea, è, in sostanza, una unione di banche senza un Governo supervisore. Uno Stato europeo, infatti, non esiste. Cosicché i governanti dei vari Paesi europei usano ora il loro Stato nazionale come esattore della Banca Centrale, la cui greppia è ben più abbondante di quella nazionale e con meno vincoli per l’assenza di un Governo centrale di tutela. Tra l’altro la BCE consente continuamente di emettere più denaro del necessario (circa il 5% all’anno), cosicché questo surplus, innescando un processo inflattivo, fa diminuire il valore della moneta. Questo ha l’effetto di una tassa indiretta per i popoli e arricchisce silenziosamente i soci della BCE perché i cittadini e le imprese, causa la forzata svalutazione strisciante, sono spinti a chiedere più denaro alle banche in un’infernale spirale senza fine. Se la BCE non stampasse una quantità eccessiva di Euro non esisterebbe inflazione. L’inflazione è causata di proposito. Fazio, rimasto attaccato alle concezioni “nazionali” della Banca d’Italia ancorate al periodo della Lira, è stato allontanato perché dava fastidio: “non aveva capito” che era passato il tempo di fare gli “interessi” nazionali, bisognava ora fare quelli “europei”.

Una truffa talmente enorme che si fa fatica a vederne i contorni. Il popolo infatti non se ne accorge, anche perché nessun politico ne parla. Se ne guardano bene. Costoro, interessati a mantenere questo sistema truffaldino, mentono nei pubblici dibattiti in modo spudorato: così la gente crede e si adatta alla situazione ritenendola reale e legittima. Da tutti si ritiene, infatti, giusto pagare il debito pubblico e che partecipare alle elezioni sia doveroso per poter scegliere al meglio i politici e i partiti onde “essere meglio amministrati per lo sviluppo della vita nazionale”. Nessun programma televisivo è più seguito di quelli in cui c’è un dibattito politico: ma gli spettatori non si rendono conto che è solo una messa in scena (magari anche “combinata” tra gli opposti schieramenti). Un ben collaudato meccanismo psicologico, il cosiddetto “teatrino della politica”, che cattura le passioni e il consenso popolare col risultato di nascondere l’enorme truffa dietro celata.

I popoli europei sono ormai ridotti a semplice gregge, particolarmente quelli del Sud-Italia, da tosare il più possibile per far arricchire i gruppi finanziari che dominano i governi. Questi, servi delle banche, aumentano tasse e tributi con l’ingannevole pretesto dell’inflazione. Invece è vero esattamente il contrario: l’aumento dei balzelli serve solo a produrre deflazione, cioè a far diminuire la quantità di denaro circolante, mentre di conseguenza vi è una diminuzione dei prezzi per favorire la vendita dei prodotti. Gli imprenditori, però, sono costretti a chiedere denaro in prestito alle banche, che si arricchiscono ancora di più, mentre a causa dell’aumento dei costi, per il denaro chiesto in prestito, crescono i fallimenti e la povertà. Per questo, il cosiddetto Debito Pubblico non verrà mai cancellato. È un collaudato meccanismo che fa guadagnare la BCE e i politici (Destra, Sinistra o Centro non fa alcuna differenza: sono tutti d’accordo).

Prima che arrivassero i “liberatori” piemonteso-savojardi il Regno delle Due Sicilie aveva una economia del tutto diversa. Il denaro veniva stampato (fedi di credito) e coniato direttamente dallo Stato. Non esisteva un “Debito Pubblico” inquinato dal pagamento di tasse a favore di una Banca privata. Il Banco delle Due Sicilie era una banca di Stato e il suo “Debito Pubblico” era fisiologico, dovuto in genere alle pochissime tasse che servivano solo a pagare i servizi che lo Stato effettivamente forniva al popolo.

Il Regno delle Due Sicilie era la terza potenza economica in Europa, situazione resa visibile dall’elevata rendita sulla piazza di Parigi.

Il sistema attuale è dunque così organizzato: a) lo Stato italiano è privo di sovranità (tra l’altro il suo territorio è anche occupato da truppe straniere) ed è usato per soddisfare gli interessi dei gruppi finanziari italiani e stranieri; b) le lobby italiane, tutte del Centro-Nord, sfruttano il Sud come una colonia interna in cui vendere i loro prodotti e servizi. Ovviamente esse impediscono qualsiasi sviluppo che potrebbe rivelarsi pericoloso concorrente del Nord, ad esempio eliminare a qualunque prezzo la Banca del Salento, rea di aver avuto l’audacia di aprire due sportelli in due zone centralissime di Milano, uno in Stazione Centrale, l’altro in piazza Diaz a due passi dal Duomo. Da ricordare anche la compagnia S. Paolo che, sfruttando il nome del Banco di Napoli, succhia i risparmi del Sud per versarli a Torino con la vergognosa complicità della classe dirigente e politica meridionale. Bisognerebbe impedirle almeno di usare il nome Banco di Napoli!

È intuitivo comprendere, dunque, che, se il Sud tornasse indipendente, basterebbe il solo fatto di liberarsi dei parassiti nordisti e stampare in proprio armoniosamente il denaro che serve per avere un immediato sviluppo sociale ed economico, come avveniva prima di questa stramaledetta e truffaldina “unità d’Italia”.

Un esempio classico in proposito è rappresentato dalle colonie della Nuova Inghilterra in Nord America: i coloni nel XVII secolo emisero direttamente una propria moneta, chiudendo per sempre con la Banca d’Inghilterra. Si ebbe immediatamente uno sviluppo prodigioso, ma quando il preoccupato Parlamento inglese impose nel 1763 l’obbligo di usare per le transazioni commerciali solo la moneta inglese stampata dalla privata Bank of England, gravata da interessi, vi fu subito recessione e migliaia di disoccupati. Fu per tal motivo che scoppiò la guerra d’indipendenza americana e nacquero gli Stati Uniti. In seguito, però, anche nel nuovo Stato le banche, con subdole manovre, ripresero il loro predominio “prestando” denaro allo Stato. Vi furono tre Presidenti che cercarono di contrastarle ripristinando il denaro come proprietà dello Stato, ma furono tutti e tre assassinati: Abraham Lincoln (nel 1865), per aver fatto stampare dollari di Stato (Greenbacks); James A. Garfield (1913), per aver denunciato il dominio dei banchieri sulla Federazione; John F. Kennedy (1963), per aver emesso banconote di Stato, subito ritirate dopo la sua morte.

Altro esempio dei nostri giorni è la Cina che sta superando impetuosamente le economie mondiali. Il motivo consiste proprio in questo: la Cina ha una Banca di Stato e non una Banca Centrale privata! La Cina stampa direttamente il denaro che le serve e non lo chiede in prestito a nessuna banca privata! Non è affatto vero, come ci vogliono far credere, che il lavoro cinese costi poco perché gli operai mangiano un pugno di riso: la Cina si è sviluppata e continua a svilupparsi a ritmi impensabili perché non le gravano addosso i parassiti che le succhiano il sangue, come quelli che affliggono il Sud.

Se, dunque, il Sud avesse un suo Stato, stampando da sé il denaro che serve, avrebbe sostanziali benefici in ogni campo. Potrebbe costruire le infrastrutture che sono state sempre negate col pretesto assurdo che mancano i capitali (è come dire che non si possono fare strade perché mancano i chilometri). Potrebbe produrre a basso costo in competizione con tutto il mondo. Potrebbe avere un sistema sanitario tra i più avanzati. Potrebbe avere la piena occupazione senza dover più emigrare. Infatti, il denaro emesso direttamente dallo Stato del Sud, cioè dal popolo, non gravato da interessi passivi, potrebbe essere utilizzato senza ostacoli e stimolerebbe la produzione e conseguentemente l’occupazione. Inoltre, cosa importantissima, non si avrebbe né inflazione, né deflazione. Lo dimostra il ducato duosiciliano che non aveva mai perso di valore nei 126 anni di Regno borbonico.                            Due Sicilie

«Il Sud d'Italia è la zona più povera d'Europa»

Corriere della Sera 19 settembre 2005

Il SUD affascinante per storia e natura, ma bocciato per la povertà. Giudizio negativo quello di Newsweek, il settimanale britannico che ha riportato i risultati di due studi italiani sugli aspetti peggiori del Meridione d'Italia. Se il Sud fosse uno stato indipendente, sarebbe il più povero dell'Unione europea. E' il primo responso basato su una serie di elementi. Sotto la lente il reddito pro capite, insufficiente per assicurare ai cittadini case adeguate, dotate di servizi primari, come acqua calda e riscaldamento. La mortalità infantile: nei primi 28 giorni di vita la percentuale di decessi è del 5.7 ogni mille nascite. Un dato quattro volte superiore alle province del Nord e doppio rispetto alla media europea. Niente di positivo neanche sul fronte dell'istruzione: i casi di abbandono scolastico fino a 14 anni raggiungono il 24 %, valore 2 volte e mezzo più alto del resto d'Europa. Il 17 % di bambini e adolescenti del Sud soffre di disturbi mentali, compresa depressione, tendenza al suicidio, disordini alimentari come l'anoressia. Quello che è più notevole, sottolinea Newsweek, è l'impatto insignificante che hanno avuto quarant'anni di contributi da parte del governo. Per decenni le più ricche province del Nord hanno lamentato che le loro tasse fossero assorbite dalla povertà del Sud, a tal punto da reclamare l'indipendenza fiscale. Aspetti anche positivi. Tanti investimenti, ammette il settimanale, hanno prodotto anche qualche risultato: i contributi all'agricoltura pugliese hanno reso la regione la più importante produttrice di pasta in Europa; la Calabria una delle maggiori fornitrici di agrumi; la Campania ha trasformato la costiera amalfitana in una prestigiosa meta turistica, mentre Napoli lentamente sta diventando una città pulita e sicura. Restano, però, i numeri poco confortanti: mentre ci sono hotel di lusso che chiedono 500 euro a notte, 7.3 milioni di cittadini meridionali ne guadagnano meno di 521 al mese e la metà vive con poco più di 430, secondo l'Istat. E non manca l'analisi delle cause dello sfacelo. Mafia, lavoro nero, modalità di distribuzione delle risorse. Quanto all'ultima voce, il settimanale fa notare come recentemente il governo ha stanziato 300 milioni di euro per infrastrutture a banda larga, nonostante il fatto che solo una piccola parte del Sud produce computer. Le critiche non finiscono qui. «Sono stati spesi milioni per studiare un progetto per il ponte sullo stretto di Messina che costerà 4.6 miliardi di euro», mentre «tuttora non esiste in Italia un programma di interventi nel settore materno e pediatrico», come si precisa nello studio dell'Istituto Mario Negri. E rincarando la dose, si fa notare che nel Sud molti ospedali soffrono per carenza di medici e infermiere. Per non parlare del fatto che parecchi edifici pubblici sono dichiarati ufficialmente inagibili. Così, su questa base, anche le prospettive non sono rosee, secondo il settimanale. A fronte di una sorte di rassegnazione a restare poveri che caratterizzerebbe la gente del Sud, e nonostante i consigli contenuti negli studi su come combattere il divario, nessuna soluzione sembra avere valore senza un impegno da parte del governo a investire nel Meridione e incentivare le province del Nord a fare altrettanto. Parola di Newsweek. Di tutto ciò quello che più impressiona è la sconcertante frase: "Se il Sud fosse uno stato indipendente, sarebbe il più povero dell'Unione europea. " Come al solito, i problemi visti da angolazioni a noi estranee (in questo caso il sud d'Italia visto dall'estero) cambiano fisionomia fino a trasformarsi in qualcosa di inaspettato. Provate a rispondere anche voi a queste domande:

Cosa sarebbe l'Italia senza la parte meridionale? Migliore? Peggiore?
Perchè in moltissimi anni di storia non siamo mai riusciti a sollevare queste aree così ricche di risorse?
Possiamo dare tutte le colpe ai vari filoni della malavita locale?
Cosa fa il nord d'Italia per salvare quella parte di nazione che, volenti o nolenti, più ci caratterizza all'estero e ancor più negli Stati Uniti?

SOLO L’INDIPENDENZA POTRA’ RIDARE AL MERIDIONE IL PROGRESSO E LA PROSPERITA’ PERSA SOTTO IL DOMINIO ITALIANO

Se il Meridione fosse unito

E se il Sud fosse unito? Se a prevalere, centocinquanta anni fa, nell'aspro dibattito che portò alla formazione della Stato nazionale, fossero state le tesi di Carlo Cattaneo, l'intellettuale lombardo che propugnava un'Italia confederale?  E' vero, la storia non si fa con i se e con i ma. Eppure l'interrogativo posto dall'editoriale del direttore Alfonso Ruffo sul numero di Den di aprile alla nuova classe dirigente delle Regioni e alla deputazione meridionale non ha nulla di accademico. Anzi. Si tratta di una domanda alla quale lo stesso Mezzogiorno, dopo l'esplosione della Lega al Nord  e nel mezzo di una crisi sociale, economica, di valori che non ha precedenti in questo dopoguerra, tenta di dar risposta. Lo fa, per ora in forme spontanee e disorganizzate, attraverso i circoli politici e i movimenti che un po' dovunque si segnalano; nelle Università; nelle fondazioni culturali; nei giornali.                                                                                                                                                                                                                                        Gianpaolo Santoro

Prendiamo ad esempio gli anni che vanno dal 1995 al 2007, periodo in cui si è verificata a livello nazionale, secondo una ricerca dell'Istituto di studi e analisi economica (Isae) una notevole riduzione della disoccupazione, precipitata dall'11,2 al 6,1 per cento. Un risultato estremamente positivo che però ha fatto crescere, ancora una volta, il divario occupazionale tra il Sud e il Centro-Nord, visto che la maggior parte dell'offerta lavorativa era tutta nel Settentrione e in tanti hanno risalito il Paese per avere uno stipendio a fine mese. Dal primo gennaio 2008 a settembre 2009 'è stata una perdita secca del 10 per cento dei posti di lavoro nell'industria delle regioni meridionali, contro la media del 3 per cento nazionale. In pratica circa 90.000 posti di lavoro in meno, di cui 26.000 nella sola Campania. L'emigrazione interna, dal Sud verso il Nord del Paese, comincia dopo la seconda guerra mondiale. Negli anni che vanno dal 1952 al 1974, circa 4,2 milioni di persone si dirigono dal Sud per quasi due terzi verso il Centro-Nord del Paese. L'esodo raggiunge la massima intensità nei primi anni '60, quando il Paese attraversa una fase di intenso sviluppo, il boom economico che prende il nome di "miracolo italiano" e che vide circa 240 mila persone l'anno lasciare i campi, il paese, la terra, in cerca di futuro e di fortuna. Un altro picco lo si registra fra il 1997 e il 2008, quando i meridionali emigrati al Nord in cerca di un lavoro raggiungono quota 700 mila. Vale a dire come se tutta Palermo avesse fatto valigie e bagagli e si fosse trasferita nel Settentrione. 

Un altro aspetto di questo problema è rappresentato dalla quota di emigranti composta da giovani: l'80 per cento ha meno di quarantacinque anni, circa la metà ha un diploma, uno su quattro è laureato. Se ne vanno cervelli, non braccia. In particolare partono sempre di più i laureati con il massimo dei voti: nel 2004 erano il 25 per cento, tre anni dopo sono diventati il 38 per cento. E allora, ecco emergere, esplodere un altro aspetto, del contenzioso fra la parte ricca e quella eternamente povera del paese. Per dirla più chiaramente basta citare uno dei padri del pensiero politico meridionale, Manlio Rossi Doria. "Se si tiene, poi, conto del fatto che a partire sono stati per lo più uomini giovani, formatisi a carico delle loro famiglie, si può dire che il Mezzogiorno abbia ceduto o regalato alle regioni del Nord Italia e ai paesi europei un capitale di enormi dimensioni, fornendo loro lo strumento principale per il rapido sviluppo industriale di quegli anni. Applicando agli emigrati i metodi di calcolo usati nella stima degli animali da lavoro, ogni uomo è costato a chi lo ha allevato, e quindi alle regioni meridionali, da 5 a 8 milioni di lire. Il capitale ceduto, pertanto, può essere valutato tra i 20 e i 30 mila miliardi di lire, equivalenti al doppio di quanto lo Stato ha speso nel Mezzogiorno dal 1950 in poi".                                                                                                

Una provocazione? Si ma è la verità, il ragionamento non fa una grinza. Un individuo, nei primi anni di vita, non è produttivo. Rappresenta per la società un costo sia in termini di consumi privati (qui intesi come i consumi delle famiglie che acquistano beni atti a soddisfare le esigenze indotte dal processo di crescita di un individuo) sia in termini di formazione (erogata dall'operatore pubblico come da quello privato) sia in termini di servizi sociali. Questi costi si possono valutare come un investimento che la collettività affronta al fine di approvvigionarsi delle risorse umane necessarie al proprio sviluppo futuro. Secondo quanto evidenziano Dario Scalella e Franco Balestrieri in uno studio pubblicato nel volume "Domani a Mezzogiorno" curato da Gianni Pittella, eurodeputato del Pd e vicepresidente del Parlamento europeo, moltiplicando i valori a seconda del livello di formazione per il saldo netto degli emigranti dal Sud al Nord del Paese nell'ultimo anno, deriva un danno per il Mezzogiorno di una cifra impressionante: 13.228.869.000. Una cifra a undici zeri che per la teoria dei vasi comunicanti è finita dritta dritta nella cassaforte del Nord Italia. E la regione leader di questo rosso di bilancio, neanche a dirlo, è la Campania con 5.965.965.000 euro .

Scacco matto al Sud in cinque mosse - Nelle ragioni del non decollo dell'economia italiana, del mancato risanamento delle aeree più povere e del crescere del debito pubblico, spesso si confondono vittime e carnefici. Eppure la storia è lì, a portata di tutti, semplice e inconfutabile. Lo scacco matto al Sud avviene in un secolo e mezzo con cinque mosse. La partita comincia con un Meridione ricco e un Settentrione povero. E finisce clamorosamente a ruoli invertiti. Inesorabilmente.

Prima mossa. L'abolizione del protezionismo. E così che il Sud che al momento dell'unità d'Italia, poteva contare una importante e florida industria metalmeccanica, tessile, della carta, del vetro, dei pianoforti, non solo ha finito col perdere tutte le posizioni di mercato conquistate ma, a poco a poco, si è trovato definitivamente spiazzato. Senza tariffe doganali pesanti l'industria meridionale è crollata di fronte alla concorrenza. Qualcosa tipo l'effetto Cina dei giorni nostri

Seconda mossa. Sembra di assistere a un gioco di prestigio. Messo in ginocchio una prima volta con l'abolizione delle tariffe doganali, questa volta il Sud va in crisi per una improvvisa immissione proprio di nuove tariffe doganali. Una doppia beffa. Crollata l'industria, il Sud sì concentra sull'agricoltura, comparto che ha uno sviluppo vertiginoso e determinante basato sulle esportazioni favorite da un mercato libero, senza vincoli. Vanno, soprattutto, molto bene le esportazioni all'estero. Ma all'improvviso il governo ripristina le tariffe doganali, perché l'industria settentrionale ha bisogno di essere protetta. E così, dopo l'industria è distrutta anche l'agricoltura meridionale: esportazioni più che dimezzate, economia in ginocchio, banche alla deriva. "Una vigliaccata". Così Giustino Fortunato fotografa la decisione del governo.

Terza mossa. Agli inizi del 1900, quando pallidamente il Mezzogiorno accenna a una timida ripresa sullo slancio di alcune leggi speciali, ecco che l'Italia sulla dissennata spinta centro-settentrionale alla ricerca di gloria e di nuovi mercati si imbarca nell'impresa della conquista della Libia. Il risultato? Finanze dissanguate, leggi speciali interrotte e Sud ritornato al punto di partenza come nel gioco dell'Oca. Strade, ferrovie, acquedotti, fognature, scuole, università, gli obiettivi delle leggi speciali, tutto resta sulla carta.

Quarta mossa. Siamo alla prima guerra mondiale, le uniche industrie che lavorano e si arricchiscono sono naturalmente quelle del Settentrione. Esplode poi il fascismo, che nasce al nord e che prima di ogni altra cosa sostiene le terre e le popolazioni del nord. Le grandi opere pubbliche, le maggiori bonifiche, i grandi interventi, quasi tutti al di sopra di Roma. Tutti sanno poi come è andata a finire.

Quinta mossa. Siamo alla ricostruzione dopo lo sfracello della seconda guerra mondiale. L' intervento speciale al Sud si fonda soprattutto sul Piano Marshall, aiuti americani che avrebbero dovuto aggiungersi, non sostituirsi a quelli dello Stato italiano, come invece è stato. E tanto per cambiare di quegli interventi beneficiò soprattutto l'industria settentrionale, che al Sud scendeva ad aprire fabbriche, spesso richiudendole quasi subito, dopo aver incassato i soldi. E soprattutto dal Centro-Nord sono stati utilizzati quasi tutti gli incentivi delle altre leggi "a favore delle aree sfavorite".  Lo Stato tanto per fare due conti, ha finito con lo spendere per il Sud non più dello 0,50 per cento del reddito nazionale, molto meno di quanto speso per la Cassa integrazione e la ristrutturazioni delle industrie del Nord.

La macroregione - Inutile girarci intorno: le varie politiche d'incentivazione, avviate ormai da una sessantina d'anni, non hanno dato risultati di rilievo nel superamento del marcato dualismo della nostra economia. Fortunatamente tramontata la convinzione secondo la quale le sorti del Mezzogiorno sarebbero tutto sommato irrilevanti per il futuro dello sviluppo e della crescita del Paese, è riemersa l'esigenza inderogabile di una riflessione molto seria sulla necessità nazionale di una politica che abbia l'obiettivo dell'unione economica del Paese, senza la quale una vera ripresa stabile dello sviluppo dell'intera economia è del tutto irrealizzabile. Si è parlato di ritorno "alle gabbie salariali", di partito del Sud, di piano Marshall per il Mezzogiorno, ipotesi che, per una ragione o per l'altra, hanno convinto poco. E allora all'inizio del nuovo secolo il quesito fondamentale è se in un paese duale come l'Italia, un assetto istituzionale di forti autonomie, di tipo federale possa essere in grado di consentire gli indirizzi di governo necessari ad una efficace politica di unificazione economica del Paese. Oppure se bisognerà invece fare ancora un ulteriore passo avanti. Come ad esempio le tre macroregioni (Nord, Centro e Sud) sulla base delle affinità storiche, etniche, economiche e culturali, lanciate dall'ideologo dell'allora neonata Lega Gianfranco Miglio all'inizio degli anni '90 (nel libro "L'asino di Buridano") e poi riprese da un altro docente universitario, questa volta meridionale, Gerardo Mazziotti (nel libro "L'assalto alla diligenza"). 

Euroregione - Tre macroregioni, solo suggestive formule studiate a tavolino, ipotesi completamente fuori dalle agende della politica? Non è proprio così. Non tutte le forze politiche la pensano in questo modo. Nel marzo di due anni fa, subito dopo aver siglato l'accordo di programma con il partito della libertà per le elezioni politiche (poi stravinte dal Centro-destra) Roberto Maroni, numero due dei padani, in una intervista alla Stampa, fissò il calendario degli obiettivi della Lega per il futuro prossimo, diciamo per i prossimi dieci anni. "Prima di tutto la piena attuazione del federalismo fiscale. La nostra ricetta è semplice: un regime fiscale transitorio lungo dieci anni in cui si trasferisce il 90 per cento del gettito fiscale e poi, a regime, si trattiene direttamente il 50 per cento delle imposte dirette e il 50 per cento dell'Iva più altre imposte, con tutte le perequazioni del caso. Ma il federalismo fiscale per noi è solo un punto intermedio, sia chiaro.

 

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