150 anni di colonizzazione

Lo Stato italiano, dopo 150 anni di continue farse e menzogne risorgimentali, pervicacemente ancora continua l’esaltazione e il compiacimento dei crimini risorgimentali contro il Sud. Un Sud sottomesso nel 1860 dagli unni savojardo-piemontesi, le cui azioni delittuose vengono festeggiate con un titolo di copertina: “150 anni di unità italiana”, negando sempre la vera storia non solo ai “meridionali”, ma anche alle povere anime candide padane.

Insomma la guerra contro il Sud continua

Per lo Stato “italiano” siamo tutti “fratelli” e, quindi, non può esistere altra storia se non quella ufficiale. Del resto i potentati e sodali di questo Stato, più padano che “italiano”, hanno sempre convenienza a mostrarsi compiacenti dei delitti compiuti contro i terroni. La cosa, infatti, rende sempre: sono svariati (e in quantità nascosta) i miliardi di euro (scippati anche dalle nostre tasche) profusi agli “amici degli amici” che, ingordi, festeggiano in modo “politicamente corretto”, con manifestazioni per lo più risibili, lo squallido anniversario. La greppia risorgimentale, infatti, è sempre pronta ad essere munta per ogni occasione “risorgimentale”.

Il presidente, che dovrebbe essere il presidente di tutti gli italiani, continua a tacere su queste nefandezze dimostrando che la retorica dello Stato e la figura istituzionale di garante della Costituzione Repubblicana non sono diventate, in questa Italia, altro che vuote parole. In questo paese le stragi e le ruberie risorgimentali son protette dallo Stato. Altrove sarebbe “apologia di reato”. La cosa più importante per questo Stato è festeggiare 150 anni di “unità”, non una parola sul fatto che al Sud i disoccupati sono il triplo rispetto al Nord, e in alcuni casi addirittura il quintuplo: il tasso di disoccupazione infatti è passato dal 6,1% del 2007 al 6,7% del 2008 (dati Istat). Né si accenna al fatto che il Pil in Nord Italia è così alto grazie alle braccia e alle menti dei tanti meridionali che non hanno potuto trovare lavoro al Sud per colpa di una classe politica e di una classe dirigente che volutamente non vi ha mai inteso creare condizioni reali di sviluppo (dati Svimez). Altro dato significativo di questa “unità” è che, mentre nel 1951 il Sud rappresentava il 23,9% del prodotto interno lordo nazionale, oggi è scivolato leggermente indietro, al 23,7%, nonostante i 343 miliardi di euro “spesi” negli ultimi 60 anni per lo sviluppo del Mezzogiorno. E questo Stato, che dovrebbe essere di tutti gli italiani, nasconde vilmente che i finanziamenti come la Cassa del Mezzogiorno o interventi della 488 in realtà furono ideati per favorire spudoratamente le aziende del nord che vennero al Sud a creare finte aziende sfruttando tali finanziamenti, aziende che hanno poi subito chiuso lasciando disoccupati i lavoratori. Anzi, i politicanti del Nord, e i loro ascari meridionali, per di più addossano la colpa di tutto ai meridionali che “non vogliono lavorare “ e che “c’è la mafia”, quando poi i più grandi crimini e le più grandi truffe sono sempre state fatte al Nord e per il Nord (dati Istat). Risulta evidente che questo continuo, lento e inesorabile cammino compiuto dal prevaricante potere dell’avido Nord, sull’onda del malefico “risorgimento”, sta portando il Sud all’annientamento. Tra breve scomparirà perfino la nostra anima, perché sempre costretti a cercare lavoro e libertà in altri Stati, dato che questo “italiano” in cui siamo stati asserviti non ce li concederà mai. Il Sud sottomesso è infatti l’energia vitale che serve a far “campare” il Nord, che - come subdolo parassita - vive sfruttando in ogni senso il Sud, per questo è stata fatta l’unità d’Italia. Questo è il vero motivo per cui si festeggiano 150 anni: il Nord da povero è diventato ricco rapinando e sfruttando il Sud che da ricco è diventato povero. E si vuole continuare cosi: per questo dicono: “L’unità italiana è sacra”. La verità è questa e nessuno al mondo potrà dimostrare il contrario. Per recuperare responsabilità, efficienza e impegno, elementi necessari perché il Sud diventi un paese moderno e competitivo, è assolutamente indispensabile che il Sud ritorni ad essere indipendente e che si scrolli di dosso i parassiti del Nord che lo soffocano e lo paralizzano. Altrimenti entro pochi anni sarà la fine. Altro fattore negativo che deve essere eliminato è la criminalità organizzata. Circa il 30% delle imprese meridionali è sottoposta a una decisa ingerenza criminale che frena ogni volontà di crescita. Questo accade perché lo Stato italiano – interessatamente – non è presente al Sud e compie solo teatrali azioni di facciata per dimostrare che combatte la criminalità, ma si guarda bene dallo stroncare i vertici di essa perché è una buona cosa che la criminalità tenga bloccato ogni proposito di sviluppo del Sud. Solo ritornando indipendenti, sviluppando il nostro benessere, e con un nostro Governo, la criminalità potrà essere sconfitta. Se fossimo indipendenti, inoltre, potremmo certamente usare per noi i fondi comunitari che attualmente sono intercettati da questo Stato risorgimentale che ci impedisce di avere nostre infrastrutture, di fare valide ricerche e innovazione. Da ricordare, in proposito, gli espropri continui che vengono fatti per le aree sottosviluppate del Mezzogiorno per assegnarli a imprese del Nord. Recentemente ben 36 miliardi di euro sono stati sgraffignati al Sud e portati al Nord con il pretesto che “al Sud non servono e che non li sa utilizzare”, complice la nostra ascara classe politica. Trentasei miliardi nostri che sono stati utilizzati al nord per creare il consorzio del parmigiano reggiano e del prosciutto crudo di Parma e per alcuni battelli sul lago di Como. Chiamano “unità” questa truculenta colonizzazione: 150 anni di pesante e degradante colonizzazione che diverrà ancora più devastante quando (e se) saranno attuate le riforme e il federalismo leghista. Il testo sul Federalismo, poi, è di proposito equivoco e renderà costituzionali le attuali disparità storiche del Paese, allargando il solco esistente tra Nord e Sud senza alcun sistema di perequazione. E col meccanismo previsto si sarà ben lontani dall’assicurare quella perequazione della capacità fiscale prevista dall’art. 119 della Costituzione necessaria per garantire uno standard di prestazioni almeno in quelle funzioni molto importanti come l’ambiente, il turismo, il commercio e, soprattutto, la Sanità. Il Sud, dunque, di fatto non è mai stato unito al Centro-Nord. Non c’è alcun valido motivo di aspettare oltre a ritornare indipendenti.                                                                             Antonio Pagano  -  Rivista DUE SICILIE anno XV n. 3 maggio 2010

 

L’INDIPENDENZA DALL’ USURPATORE USURAIO OCCUPANTE ITALIANO

Indubbiamente non ha bisogno d'alcuna dimostrazione l'affermazione che vuole lo Stato unitario italiano, fondato nel 1861 per volontà inglese e con le armi francesi, un completo fallimento quanto alla sua parte meridionale. Non si tratta di un'opinione, ma di un'evidenza. Tutti, italiani o stranieri, meridionali o settentrionali, studiosi e gente comune, non debbono fare altro che prenderne atto. Lo stesso Stato ne dà atto da sempre, fin dalla famosa relazione Massari sul brigantaggio del 1863. Il fatto, poi, che, a partire dal miracolo economico italiano (1958/1965 circa), il paese tosco-padano abbia raggiunto una ragguardevole condizione di sviluppo non comporta, né per il senso comune né in termini di teoria dello sviluppo che, prima o poi, tale condizione si estenda automaticamente al Paese napoletano, alla Sicilia e alla Sardegna. Sì, perché, dopo il totale fallimento dell'intervento pubblico, la lingua dei governanti si è asciugata e siamo arrivati agli automatismi. Però, fallimentare o meno, l'intervento pubblico si traduceva in qualcosa di tangibile, mentre gli automatismi sono meno che cortine fumogene. L'uomo della provvidenza, il Duce, nonostante il padreterno carisma, prima di proclamare urbi et orbi che Lui, e solo Lui, avrebbe finalmente risolto la questione meridionale, aveva dovuto se non altro far costruire qualche centinaio di case coloniche e tre laghetti artificiali per dare la corrente elettrica alla Calabria e alla Puglia. Anche Fanfani, Cassiani, Pastore, Mancini avevano padreterne benevolenze, e tuttavia anche loro, mentre affermavano che finalmente la questione meridionale sarebbe stata risolta, si davano da fare per costruire delle strade e degli acquedotti, e per assicurare la pensione di vecchiaia ai contadini. Oggi, i politici promettono che alla fine beccheranno un giapponese che ci farà il Ponte. Quanto all'autostrada, nessuna preoccupazione. Non abbiamo forse l'ingegner Mesiti, facitore di autostrade? Credo, per giunta, che la gente sia pienamente soddisfatta. Non chiediamo altro che il Ponte e un allargamento dell'autostrada. Quanto al resto, ognun per sé e Dio per tutti. Inclini al peggio, si è  convinti che qualche anno ancora, e poi, una volta chiuso l'attuale flusso virtuoso delle pensioni, che il nonno incassa e che i figli e i nipoti spendono, il Sud imploderà al primo urto, come le Torri Gemelle, trascinando con sé, nel crollo, anche ciò che indichiamo con la parola Nord. Non si sa se detto coinvolgimento sarà un nuovo caso di carducciana nemesi storica, e neppure se l'idea di un generale sfascio dia qualche soddisfazione. Ma qualcosa è certa. Negli anni settanta/ottanta, alcuni storici e più di un economista si sono presi la briga di studiare le reazioni che il meridione aveva registrato a ogni azione prodotta nel settentrione, e viceversa. Quanta parte del merito del miracolo economico padano spettava alla spesa pubblica effettuata sotto la voce Cassa per il Mezzogiorno? I pesi e i costi, che il paese meridionale aveva sopportato e sopportava, come interfaccia pagante dello sviluppo toscopadano - sostenevano costoro - andavano controbilanciati a dir poco con provvedimenti del tipo ammortizzatori sociali. Al presente, si è più liberal e questa teoria è stata abbandonata. Bisognava a tutti costi entrare in Europa. Il taumaturgo Ciampi, il luminare Prodi, Giuliano Amato, unto dal Signore, svalutata la lira, procedettero. I compensi sono finiti. Per l'Italia disoccupata non c'è altra prospettiva che la fine della Traviata, la quale, poveretta, un qualche compenso l'avrebbe pur avuto se fosse riuscita a raggiungere di Provenza il Mar. Per l'Italia disoccupata, l'unico compenso ancora in essere è il presidente Ciampi, il quale innalza inni al cielo come se fossero messe in suffragio dell'anima. Si dubita che porteranno celesti indulgenze a chi è morto lontano dalla sua terra, soffocato dalla nostalgia e maledicendo re e presidenti. Il dire e non dire, l'insorgere e contemporaneamente il piegarsi, questo incolparsi senza espiare, questo rimandare alle calende greche, questo sgraffignare con la mano sinistra, mentre il palmo della mano destra resta aperto, come per un saluto romano, ad attestare le mani pulite, questo salmodiare in suffragio dell'anima, si chiama Italia. A noi spetta contestarla. Sin dal tempo in cui Francesco Saverio Nitti predispose e impose una forma d'intervento speciale per Napoli (1904), la classe politica meridionale annacqua il vino. Il Sud italiano, o per meglio dire, due paesi che da ben 1400 anni presentano un'identità culturale ben precisa, la Sicilia e il Napoletano, non hanno bisogno d'alcun intervento speciale. Basterebbe che loro (gli eroi del penoso raggiro che ha mortificato il nome d'Italia) se ne andassero e il Sud risorgimenterebbe dalla sera alla mattina. Ancor prima che venisse proclamata l'unità nel marzo del 1861, la truffa nazionale era già evidente. Ad attestarlo ci sono dei fatti precisi. Ne ricordiamo alcuni soltanto.

1. Mentre il governo di Torino stava pensando a come chiudere il regio Banco delle Due Sicilie, un gruppo di ricchi mercanti napoletani chiese a Cavour di essere autorizzato ad aprire una banca d'emissione con 100 milioni di capitale (cioè due volte più grossa della banca d'emissione di Genova e Torino). Cavour non autorizzò, e i patrioti ancora ci debbono spiegare il perché del diniego.

2. L'imposizione, anch'essa cavouriuana, della tariffa sarda alle ex Due Sicilie. Fu una misura talmente negativa che persino la storiografia più ligia all'unità la giudica causa principale del crollo alla radice dell'intero sistema industriale e manifatturiero del paese meridionale.

3. La decapitazione di Napoli e Palermo, città capitali, e la parificazione delle uniche metropoli italiane a Cuneo e a Vercelli: peggio di due eruzioni del Vesuvio e di quattro terremoti di Messina.

4. Lla risoluzione di combattere la rivolta nelle campagne napoletane con il ferro e con il fuoco, cioè allo stesso modo dei generali di Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat.

5. La negazione degli stessi vantaggi di cui godeva Genova alla marina mercantile duosiciliana, dodicimila velieri e numerosi vapori, a cui precedentemente il governo borbonico assicurava benefici pari a quelli di cui godevano le marine d'Inghilterra e di Francia.

Incidentalmente, si ricorda che dopo queste misure la Casa di don Carlo Rothschild, che s'era impiantata a Napoli al tempo dell'occupazione austriaca, e che vi aveva sviluppato importanti attività creditizie, tagliò i ponti e si trasferì a Londra. Morto Cavour nel giugno dello stesso 1861, i suo successori e aventi causa moltiplicarono l'insultante opera di devastazione. I beni della Chiesa, costituenti non il valore attribuito di circa mezzo miliardo, ma un valore effettivo di oltre un miliardo e mezzo (in un tempo in cui il bilancio annuale dello stato italiano non toccava i 160 milioni), vennero praticamente regalati a una società di profittatori del regime, alla cui testa c'erano i vecchi sodali di Cavour Giuseppe Balduino, Pietro Bastogi e Carlo Bombrini. Fu lo scjalo. L'identico scjalo che la speculazione tosco-padana già aveva instaurato con le ferrovie meridionali e con il monopolio dei tabacchi, e che di lì a non molto prolungherà con le società di navigazione, con le acciaierie e la cantieristica navale. In tale turbinio di imbrogli, il governo torinese riuscì anche a chiudere l'officina di Pietrarsa che, nel 1863, il direttore del ministero dell'industria, il milanese ingegner Giuseppe Colombo (futuro fondatore della società elettrica Edison) giudicò essere l'unico impianto esistente in Italia atto a produrre materiale ferroviario. Riuscì anche a chiudere la fonderia della Ferdinandea e le officine meccaniche di Mongiana affermando che il loro esercizio era antieconomico. La cosa era tanto vera che, una ventina d' anni dopo, il patrio governo le regalò al sedicente conte Breda, un mangione ancora non noto al tempo di Cavaour, il quale le usò per fondare l'italica acciaieria di Terni, di cui l'impareggiabile patrio ammiraglio, Benedetto Brin, seppe fare un'elegante voragine di soldi pubblici. Ciò seguito dall'imparziale e finalmente democratico governo di Giolitti, questa volta, però, con i dollari che gli emigrati mandavano da New York. In verità, la spoliazione del visibile non fu il costo maggiore. Quest'ultimo si configurò nel corso degli anni e si realizzò con il drenaggio dell'argento meridionale, in cui era incorporato il capitale commerciale del paese duosiciliano e con l'indebitamento dei meridionali a futura memoria. Il meccanismo ha il sapore di una di quelle scaltrite truffe per cui vanno celebri le Maghe di Milano, e tuttavia rappresenta una delle autentiche patrie glorie. Fatta l'Italia, il Galantuomo, quello che voleva fare gli italiani senza neppure saperne la lingua, il figlio non primogenito di un povero macellaio fiorentino, che lo aveva ceduto per poche lire ai Savoia, prese a spendere cifre inaudite per comprare cannoni e corazzate. Qualche anno dopo, l'indebitamento pubblico superava i quattro miliardi e mezzo. Come se l'Italia di oggi non avesse due milioni di miliardi di debito pubblico, ma venti milioni di miliardi delle ex lire. Il capitalismo padano (o italiano, che dir si voglia) non è nato producendo, ma fregando lo stato. Il quale, peraltro, era nato proprio con la funzione esplicita d'arricchire Lor Signori attraverso delinquenti operazioni di finanza pubblica.  Le cartelle del tesoro ( i Bot del tempo) erano la promessa di pagare cento lire alla scadenza, più un interesse annuo del 5%. Siccome la fiducia in uno stato, nato già pesantemente indebitato, era scarsa, le cartelle venivano collocate sul mercato con lo sconto: cinquanta lire invece che cento. A comprarle non erano tanto i privati quanto le banche private. Al prezzo di cinquanta lire, l'interesse annuo effettivo non era più del 5%, ma del 10%. Il guadagno era grosso, e non finiva lì. Per spiegare il marchingegno, è opportuno premettere che la moneta ufficiale era la lira d'oro o d'argento. Però, in circolazione, d'oro e d'argento c'era ormai ben poco. Solo i duosiciliani opponevano una resistenza tardiva allo scippo dei loro ducati d'argento, ovviamente di (detestato) conio borbonico. La circolazione effettiva era costituita da banconote fiduciarie emesse dalla Banca nazionale - un'istituzione che volle rimanere privata - alla quale nel 1866 il governo (anzi il patriota napoletano professor Antonio Scialoja, ministro delle finanze in Torino) aveva accordato il corso forzoso, cioè la facoltà (per la Banca Nazionale) di non convertire in lire metalliche i suoi biglietti. Biglietti che peraltro neanche i padani volevano, tant'è che, sulla piazza di Milano, per avere 100 lire oro bisogna dare 125 in biglietti della Nazionale. Questa patriottica istituzione (la Banca Nazionale), pupilla degli occhi del Conte, padre della patria, era l'unica a sapere come sarebbe finita. Più carta emetteva, più ricca diveniva. Cosicché faceva di tutto per aiutare lo stato a indebitarsi. Lo faceva in questo modo: anticipava 100 lire in biglietti a chi le lasciava in deposito una cartella del debito pubblico, che in effetti ne valeva solo cinquanta. Chi aveva ottenuto le cento lire, di cartelle ne comprava due (lire 50 ciascuna) e le riportava in Banca per ottenere 200 lire in prestito. Le quali 200 lire, spese nuovamente, acquistavano quattro cartelle. La magia continuava: otto, sedici, trentadue … xn. Avendo speso 50 lire, al quinto giro si avevano già 800 lire di credito verso lo stato, più 40 lire annue d'interesse. Insomma, una catena di Sant'Antonio in piena regola. Alle spalle del contribuente. Ad arricchire, anzi a diventare i veri padroni dello stato nazionale italiano, furono la Banca Nazionale e i suoi consorti padani.

Ovviamente furono gli italiani a pagare la vertiginosa cifra ascendente, sul finire del secolo, a ben 13 miliardi in conto capitale e a poco meno di un miliardo di interessi annui (al tempo in cui un pane costava trenta centesimi). Ma quali italiani? Quei poveri disgraziati che, come racconta Nitti, erano costretti a emigrare perché il peso delle tasse sabaude aveva tolto loro il pane di bocca. Francesco Saverio Nitti, che pure lo sapeva meglio di chiunque, non ci informa invece che con le loro rimesse in valuta, quei poveracci, oltre a pagare il debito pubblico, spingevano in su il cambio della lira, tanto da portarla a un apprezzamento del 5% sul franco francese. La qual cosa consentì ai signori Agnelli, Pirelli, Perrone, Falk e ad altri Loro Eccellentissimi Colleghi di procurasi macchine e impianti moderni in Inghilterra, Germania e Stati Uniti.

Il contributo del povero Sud alla formazione del capitalismo padano è stato notevolmente più alto che quello del ricco Nord. Il tutto in cambio di calci dove il sol non luce.

 

IL SUD COLONIA SI SPOPOLA, DA STATO SOVRANO IN CRESCITA A POPOLO DI VINTI

Si spopolano tutte le città del Sud, Napoli in testa

Napoli perde quasi 10 mila residenti, Palermo 3 mila, Bari 2 mila, Catania 2 mila. Le grandi città del Mezzogiorno sono tutte in declino demografico. Per una ragione chiarissima: il bilancio naturale è in sostanziale pareggio (mentre in passato era fortemente positivo) e quello migratorio è stabilmente negativo, perché l’arrivo degli stranieri non riesce a compensare la fuga degli abitanti verso il Nord oppure verso centri della stessa regione ma meno affollati e quindi meno costosi. Il Mezzogiorno nel suo insieme, infatti, è in sostanziale equilibrio con un saldo naturale e un saldo migratorio leggermente positivi, al punto che nel corso dei primi undici mesi del 2008 la popolazione residente nel Mezzogiorno continentale è cresciuta di 15 mila unità da 14.131.469 a 14.146.422. Quella delle regioni insulari è passata da 6.695.300 a 6.708.122 con una crescita di 13 mila persone. Incrementi modesti rispetto a quello del resto d’Italia, arricchitosi di 370 mila residenti, ma comunque tali da non far parlare di declino. All’interno del Sud, però, le grandi città dimostrano una insufficiente capacità attrattiva con le quattro metropoli che perdono nel loro insieme 17.000 residenti nei primi undici mesi dell’anno scorso. Nel Centronord la situazione è diversa. Roma ha guadagnato 4 mila residenti ed è arrivata a 2.722.907; Bologna conferma una forte capacità attrattiva con 2 mila abitanti in più a quota 374.561; saldo positivo di un migliaio di persone a Firenze (a 365.744), Torino (909.193) e persino Genova (611.556) che pure viene da una lunga fase di declino. Al Nord la sola grande città in contrazione demografica è Milano, che nel corso dei primi undici mesi del 2008 ha perso 5.000 abitanti scendendo da 1.299.663 a 1.294.797. Ma il declino di Milano e di Napoli appaiono ben diversi. La fuga da Napoli, infatti, non è assorbita dal resto della provincia, la quale perde 9.000 abitanti scendendo da 3.083.060 a 3.074.208. Invece la provincia di Milano nello stesso periodo sale da 3.906.726 a 3.927.124, con un incremento di 21 mila residenti. È Napoli quindi la metropoli che guida la classifica nazionale del declino. La città nel corso del 2008 ha avuto cinque mesi con un saldo naturale negativo (gennaio, febbraio, marzo, aprile e ottobre) e sei con un saldo positivo (maggio, giugno, luglio, agosto, settembre e novembre), con dicembre ancora non disponibile. Il bilancio tra nati e morti è in sostanza in equilibrio, con un piccolo +117. Invece il saldo tra iscritti e cancellati all’anagrafe è negativo in dieci mesi su undici (ha fatto eccezione aprile), con una perdita netta di 9.727 persone. A cancellarsi dall’anagrafe sono stati in undici mesi 24.309 napoletani, l’equivalente di una media cittadina, con una fuga pari a 72 persone al giorno. Quelli che hanno scelto di stabilirsi nella capitale del Sud si fermano invece a quota 14.582. m.e. - Il mattino

G. Salvemini lettera ad A. Schiavi, Pisa 16 marzo 1911, in C. Salvemini, Carteggi, I. 1895-1911. Ogni giorno che passa diventa sempre più vivo in me il dubbio, se non sia il caso di solennizzare il cinquantennio [dell'Unità] lanciando nel Mezzogiorno la formula della separazione politica. A che scopo continuare con questa unità in cui siamo destinati a funzionare da colonia d'America per le industrie del Nord, e a fornire collegi elettorali ai Chiaraviglio del Nord; e in cui non possiamo attenderci nessun aiuto serio né dai partiti conservatori, né dalla democrazia del Nord, nel nostro penoso lavoro di resurrezione, anzi tutti lavorano a deprimerci più e a render più difficile il nostro lavoro? Perché non facciamo due stati distinti? Una buona barriera doganale al Tronto e al Garigliano. Voi si consumate le vostre cotonate sul luogo. Noi vendiamo i nostri prodotti agricoli agli inglesi, e comperiamo i loro prodotti industriali a metà prezzo. In cinquant'anni, abbandonati a noi, diventiamo un altro popolo. E se non siamo capaci di governarci da noi, ci daremo in colonia agli inglesi, i quali è sperabile ci amministrino almeno come amministrano l'Egitto, e certo ci tratteranno meglio che non ci abbiano trattato nei cinquant'anni passati i partiti conservatori, che non si dispongano a trattarci nei prossimi cinquant'anni i cosiddetti democratici».

L’UNITA’ D’ITALIA NON CONVIENE … A NOI!

RCA, Napoli all’8° posto per incidenti nel 2008, ma paga premi il triplo delle città del nord.

PRODOTTI, 80% del venduto al Sud è realizzato oltre i confini delle Due Sicilie, 20 milioni di consumatori.

PETROLIO Lucano da 100.000 a 200.000 barile estratti, con quello siciliano copre il 15% del fabbisogno nazionale.

PRODOTTI ORTOFRUTTICOLI meridionali, soggetti al ricatto delle grandi imprese di trasformazione e distribuzione del nord.

BANCHE DEL SUD, tutte razziate ed acquisite dalla finanza statale e privata del Nord,  da banche indebitate del nord.

BACINO ELETTORALE per i loro partiti, che speculano sui rifiuti, Sud discarica nazionale di ogni genere e contribuenti per i gestori del nord degli inceneritori.

DEFICIT REGIONALI DEL SUD, componente maggioritaria quello sanitario che per gran parte diventa voce attiva nei bilanci delle regioni del nord (es. Calabria 700 milioni deficit di cui 400 milioni a favore di Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna).

TOUR OPERETOR del turismo, sono del nord che sfruttano le risorse naturalistiche, alberghiere e balneari del Sud.

SIGNORAGGIO, un’autonoma politica monetaria lo abolirebbe.

IL REGNO DELLE DUE SICILIE OGGI

per POPOLAZIONE ab. 19.234.305

Si posiziona al 59° posto su 194 nazioni al mondo per popolazione, pari a Camerum e Madagascar, superiore a: Angola, Cile, Paesi Bassi, Niger, Cambogia, Ecuador, Grecia, Portogallo, Belgio, Repubblica Ceca, Tunisia, Ungheria, Bolivia, tutti i paesi ex Jugoslava, Svezia (9 milioni), Somalia, Austria, Svizzera, Bulgaria, Israele, Paraguay, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Irlanda, Libano, Uruguay, Islanda, ecc ....

per SUPERFICIE kmq 98.921

Si posiziona al 106° posto su 194 nazioni al mondo per superficie, pari a Corea del Sud, Islanda, e superiore a: Ungheria, Portogallo, Giordania, Serbia, Austria, Repubblica Ceca, Irlanda, Croazia, Slovacchia, Danimarca, Paesi Bassi, Svizzera, Belgio, Albania, Ruanda, Macedonia, Israele, Slovenia, Libano, ecc ...

per PIL procapite 17.000

Si posiziona al 46° posto su 180 nazioni al mondo per PIL procapite (Italia al 29° posto) pari a Croazia e Lituania e superiore a: Argentina, Russia, Cina, Brasile, India, Cile, Venezuela, Sudafrica, Messico, Uruguay, Libano, Turchia, Malesia, Lettonia, Libia, Bulgaria, Romania, Iran, Iraq, Serbia, Montenegro, Macedonia, Colombia, Tunisia, Perù, Thailandia, Ecuador, Albania, Algeria, Ucraina, Egitto, Giordania, Paraguay, Marocco, Bolivia, Indonesia, Filippine, Vietnam, Moldavia, Pakistan, ecc …

 

 

PROGRAMMA per l’INDIPENDENZA

Il processo indipendentista per il ripristino della legittima sovranità, sottratta allo Stato delle Due Sicilie dall’aggressione militare banditesca a tradimento dell’esercito italiano nel 1860, inizierà con la vittoria delle forze politiche indipendentiste alle elezioni amministrative nei territori delle Due Sicilie. L’operazione non comporterà alcuna trasformazione traumatica tale da costituire instabilità politico-amministrativa e di sicurezza. Tutti i poteri esercitati dallo stato della potenza straniera occupante italiota saranno trasferiti alle amministrazioni regionali delle Due Sicilie per poi essere assunti progressivamente dall’amministrazione centrale statale costituente.

PRIMI PROVVEDIMENTI GENERALI

Eliminazione dal territorio delle Due Sicilie ogni simbolo, anche indiretto, che richiami o si ispiri alla potenza straniera occupante italiota.

Risarcimento danni dall’Italia, potenza straniera occupante, per:

· saccheggio ed impoverimento dello stato delle Due Sicilie a decorrere dal 1860;

· danni morali per la sistematica politica istituzionale di distruzione dell’economia, della storia e dell’identità culturale del popolo delle Due Sicilie, costringendolo ad emigrare;

· distruzione del tessuto sociale e culturale del popolo duosiciliano creando ed Istituzionalizzando la mafia, camorra e ndrangheta, assente con i Borbone;

· discriminazione razziale sistematica attuata dal 1860 ad oggi verso i duosiciliano, chiamandoli terroni, africani ed emarginandoli;

· sfruttamento sistematica delle risorse economiche, naturali ed umane delle Due Sicilie trasformandola in una colonia da saccheggiare;

· una classe politica inetta e parassitaria creata al “Sud”, per essere funzionale all’arricchimento nordista e romano ai danni dell’economia e del popolo duosiciliano;

· furto di tutte le riserve di oro ed argento e valuta dalla Banca delle Due Sicilie a favore della Banca di Piemonte e poi di quella italiana;

· danni prodotti dal “piano economico-finanziario italiano per alienare tutti i beni del Regno delle Due Sicilie” a favore del nord Italia, svendendoli a generali piemontesi/italiani, garibaldini, alla nobiltà e borghesia nordista. Fu voluto nel 1861 da Carlo Bombrini, senatore del Regno d'Italia e Governatore della Banca Nazionale del Regno d'Italia;

I danni sono quantificabili in non meno di 1000 miliardi di euro, a ristoro dei danni da guerra d’aggressione non dichiarata e di saccheggio da parte dello stato italiano occupante da 155 anni. Il 20% compenserà il totale azzeramento dei debiti delle amministrazioni pubbliche duosiciliane verso l’Italia;

Confisca di tutti i beni dello stato italiano presenti sul territorio delle Due Sicilie;

Restituzione allo Stato delle Due Sicilie di tutti i beni artistici trafugati dallo stato italiano dal 1860, come il saccheggio delle regge e palazzi borbonici ora appropriati dall’invasore ed esposti anche nel Quirinale;

Istituzione di una moneta, inizialmente solo contabile, ancorata alla fluttuazione dell’euro, per poi essere di corso legale sul Territorio;

Abolizione dell’I.V.A. o sua compensazione con detrazioni per consumi tracciabili;

Abolizione del canone RAI, emittente della potenza occupante;

Riduzione delle accise sui carburanti favorendo quelli meno inquinanti;

Tassazione a due scaglioni: 15% per i redditi fino a 40.000 euro e di 25% oltre;

Istituzione della Borsa Valori delle Due Sicilie, come nel 1860, per la negoziazione di titoli e materie, affiliata ad uno dei maggiori borsini internazionali, da individuare tra quelli svincolati dalla rete delle lobby speculative. Le aziende delle Due Sicilie saranno favorite nella quotazione per consentire loro finanziamenti e per essere all’attenzione di sani investitori internazionali. Saranno esclusi dalle attività e dal mercato finanziario delle Due Sicilie i maggiori gruppi e finanziatori italiani, sempre nell’obiettivo di prevenire una nuova e deleteria colonizzazione;

Detassazione degli utili reinvestiti nelle Due Sicilie per gli investimenti, anche stranieri, nell’industria e servizi, che creino non meno di cento nuovi assunti. Alle aziende italiane o con controllo italiano operanti nelle Due Sicilie sarà vietato ogni beneficio, proposte e casi esistenti saranno valutati singolarmente. Ciò per impedire una nuova colonizzazione con il controllo dell’economia e finanza duosiciliana da parte della ex potenza straniera occupante e prevenire una nuova infiltrazione lobbista massonica, speculativa e criminale italo-savoiarda;

Detrazione fiscali inizialmente solo per il 50% di tutti gli acquisti effettuati in modo tracciabile (bancomat, carte credito, assegni, bonifici ecc..), in alternativa previsti eventuali bonus sulla tassazione locale;

Costituzione della Banca delle Due Sicilie cooptando Banco di Napoli e Banco di Sicilia acquisendo tutto il loro patrimonio a risarcimento dei danni subiti dal loro saccheggio e restituzione dalla Banca d’Italia dell’oro ed argento sottratti alla Banca delle Due Sicilie nel 1863;

Costituzione della compagnia di mutua assicurazione nazionale delle Due Sicilie;

Fitto di basi militari e servitù sul territorio delle Due Sicilie al miglior offerente. USA e Nato non pagano e non beneficiano le economie locali;

Tassazione del greggio e gas, che transita dai gasdotti sud ed est verso l’estero italiano;

Politiche energetiche volte a privilegiare le rinnovabili in un progetto di rendere le comunità locali autosufficienti, anche con l’impiego di micro centrali idroelettriche poste lungo i corsi d’acqua e le principali  condotte idriche. Diffusione d’impianti di produzione d’energia a pale per l’eolico (compatibile con il paesaggio) e per lo sfruttamento delle correnti marine. Produzione elettrica da impianti geotermici e biologici. L’estrazione di petrolio e gas è nazionalizzata;

Nazionalizzazione della rete elettrica per la sua importanza strategica nella distribuzione d’energia e nella comunicazione;

Politiche migratorie, rimpatrio dei “minori non accompagnati”con affido ai loro famigliari (chi paga il loro biglietto agli scafisti? Gli italiani dell’accoglienza?). Rimpatrio di coloro il cui passato legale e professionale non è provato. Accoglienza selettiva finalizzata esclusivamente alla residenza per almeno dieci anni in aree ed ambienti urbano-rurali abbandonati o a rischio abbandono per il loro recupero sociale economico;

Status di Nazione occupata da potenza straniera sarà chiesto alle Istituzioni internazionali dalle Due Sicilie per beneficiare di finanziamenti internazionali senza interessi o a fondo perduto. L’emissione di titoli di stato per autofinanziamento sarà solo a favore di privati duosiciliani;

Legge elettorale per le Due Sicilie, proporzionale puro con sbarramento al 5% e ballottaggio tra i due candidati premier più voti;

Consumo ed uso del territorio sarà possibile solo dopo il completo recupero degli immobili residenziali ed industriali esistenti che versino in stato di abbandono e degrado. Le risorse naturali di tipo estrattivo (acqua, minerali, combustibili) come beni collettivi sono dello Stato;

Tutela del territorio. Dissesto idrogeologico, rischio sismico e tutela ambientale. Nell’ottica di una sana vivibilità e salubrità ambientale l’attenzione è per la prevenzione, che sarà attenta e di particolare repressione. Prevedendo il ritiro della licenza per le aziende che inquinano e per gli abusi edilizi. I sindaci ed i privati avranno l’obbligo di segnalare ogni evento interessato ai fenomeni. Il dissesto idrogeologico sarà contrastato con la cura del sottobosco, rimboschimento, canalizzazione torrentizzia e terrazzamenti, operazioni finalizzate soprattutto allo sviluppo impreditoriale locale ed inserimento di migranti lavoratori. I danni da rischio sismico vanno prevenuti con il recupero edilizio degradato con criteri di costruzione antisismici;

L’INDIPENDENZA DELLE DUE SICILIE

NON E’ UN’UTOPIA

SE CI CREDI ARRUOLATI PER NON ESSERE EMIGRANTE, MA BRIGANTE

ERAVAMO

LA TERZA NAZIONE AL MONDO PER SVILUPPO ECONOMICO ED INDUSTRIALE (1856)

TEMUTI DA INGHILTERRA E FRANCIA

RISPETTATI DA TUTTE LE NAZIONI

ALLEATI DI AUSTRIA E RUSSIA

PADRONI DEL MEDITERRANEO

RICCHI DI ORO ED ARGENTO

ERAVAMO IL REGNO DELLE DUE SICILIE

SIAMO

EMIGRANTI

UNA COLONIA DA SFRUTTARE

IL POPOLO CHE CONSUMA MENO

IL PIL TRA I PIU’ BASSI D’EUROPA

TRA LE AREE PIU’ POVERE D’EUROPA

IL TASSO DISOCCUPAZIONE TRA I PIU’ ALTI

SIAMO IL MERIDIONE D’ITALIA DI ROMA CAPITALE

155 anni di occupazione italiana devono ricordarci i 1223 anni di sovranità

OGGI I TEMPI E LE RISORSE SONO MIGLIORI

LA NOSTRA INDIPENDENZA E’ UN SOGNO REALIZZABILE

SI PUO’ FARE

 

Divario nei 150 anni di storia. Andamento del PIL pro capite del Mezzogiorno in percentuale del Centro Nord. SVIMEZ per il periodo 1961-1951 e per il periodo 1951-2009

SVIMEZ: 1861 - 2007, la discesa agli inferi del Mezzogiorno

RAPPORTO SVIMEZ 2013 - Sud Italia, i morti superano i nati. Era accaduto solo due volte nella storia dell'Italia meridionale: nel 1867, sei anni dopo l'Unità, e nel 1918 con l'epidemia di spagnola. Le donne fanno meno figli rispetto al resto del mondo ed al resto d'Italia: 1,35 in media contro l'1,43 del centro-nord. Il quadro è desolante: aumenta la povertà e l'emigrazione di giovani (70%), donne (50%) e laureati (25%). Il lavoro non c'è, la criminalità è molta. Il pil pro capite, la ricchezza prodotta da ciascuno (e dichiarata) al sud è il 57,4 % di quello del centro-nord. In media 17.264 euro contro 30.073 al centro-nord. I più poveri sono i calabresi, con 16.460 euro, seguiti dai campani (16.462) e dai siciliani (16.546). Continuano a scappare al nord sette su otto dei meridionali. Nel 2012 in 112mila sono fuggiti dal Sud, negli ultimi 20 anni sono stati 2 milioni 700 mila persone. I consumi delle famiglie calano del 9,3% negli ultimi cinque anni, mentre al nord il calo è quasi il 3,5%. Sono crollati gli investimenti industriali: -47% dal 2007. La disoccupazione media è al 17% contro l'8% al centro-nord. Ma tra i giovani il tasso sale al 28,5%. Situazione contribuisce a non mettere al mondo figli.

Atti parlamentari

Bibliografia

Un sogno

Primati del Regno

Saccheggio del SUD

Olocausto duosiciliano

Programma

 

La Storia Negata

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PIL pro-capite di Nord e Sud (celeste) dal 1861 al 2004 secondo Daniele-Malanima (2007)

Non vi è alcun dubbio  che l’Unità abbia giovato solo al Nord e che il Sud sia stato ed è solo una colonia da sfruttare. Ecco la necessità imperativa di riconquistare la legittima indipendenza.

COMUNI

Totale incidenti

Roma

        14.009

Milano

          9.539

Torino

          3.082

Genova

          2.952

Firenze

          2.520

Palermo

          2.014

Bologna

          1.962

Napoli

          1.874

Bari

          1.820

Verona

          1.376

Catania

          1.116

Messina

          1.006

Trieste

             798

Venezia

             701

1

2

3